L’idea radicata che l’intero continente africano sia condannato a una perenne e ineluttabile siccità naturale viene radicalmente ridiscussa da una monumentale indagine scientifica appena pubblicata sulle pagine della prestigiosa rivista internazionale Nature. La ricerca, condotta da un consorzio internazionale guidato da Davy Vanham dell’International Water Management Institute (IWMI), delinea per la prima volta un quadro ad altissima definizione della domanda d’acqua continentale, portando alla luce un paradosso dalle implicazioni politiche ed economiche dirompenti: in vaste porzioni dell’Africa la risorsa idrica è fisicamente presente e rinnovabile, ma resta del tutto inaccessibile alla popolazione a causa di una drammatica carenza di infrastrutture idriche. Tra il 2010 e il 2020 il fabbisogno idrico complessivo africano è cresciuto del 26%, passando da 274 a circa 347 chilometri cubi annui. Eppure, nel 2020, ben 717 milioni di persone non avevano ancora alcun accesso a una rete idrica canalizzata domestica. Questo divario mette a nudo come l’insicurezza idrica non sia primariamente una condanna geografica, bensì una crisi di gestione, distribuzione ed equità socioeconomica.
Il paradosso idrico africano tra risorse abbondanti e reti inesistenti
Il cuore dello studio risiede nella netta distinzione concettuale e quantitativa tra la scarsità fisica dell’acqua e la scarsità economica dell’acqua. Mentre nelle aree iperaride dell’Africa settentrionale e in alcune sezioni meridionali il prelievo supera effettivamente i limiti della rigenerazione naturale, in immense regioni dell’Africa centrale e occidentale la disponibilità idrica naturale eccede di gran lunga la domanda aggregata. Fiumi imponenti e bacini idrografici fondamentali come quelli del Congo, del Niger, dello Zambesi o del Volta trasportano volumi d’acqua ampiamente sufficienti a soddisfare le esigenze vitali e produttive dei territori circostanti. Ciononostante, centinaia di milioni di residenti in queste stesse zone vivono in condizioni di perenne privazione idrica.
L’indagine evidenzia una spaccatura demografica senza precedenti: se circa 642 milioni di africani, concentrati in prevalenza nei centri urbani e in Paesi con tassi di allacciamento elevati come Egitto, Sudafrica, Marocco o Tunisia, possono usufruire di acqua potabile canalizzata, una quota persino superiore, pari a 717 milioni di individui, ne è totalmente priva. Questa sterminata fascia di popolazione deve ricorrere a pozzi remoti, cisterne o fonti superficiali spesso contaminate, impiegando ore ogni giorno per il trasporto manuale di quantità minime. La conseguenza è che la maggioranza di queste persone non riesce a raggiungere la soglia di consumo minimo raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per garantire igiene, salute e alimentazione adeguate. L’acqua dunque scorre nei fiumi e ricarica le falde, ma la mancanza di condutture, pompe e impianti di depurazione impedisce che si trasformi in benessere tangibile.
Un’analisi ad altissima risoluzione per mappare i consumi reali
Il valore scientifico del lavoro coordinato da Vanham risiede nella sua scala analitica senza precedenti. Finora le decisioni politiche e le valutazioni dei governi si basavano su dati aggregati a livello nazionale o su stime obsolete fornite da database storici come Aquastat della FAO, che spesso non registrano la domanda insoddisfatta o ignorano la popolazione non connessa alle reti. Per colmare questo vuoto informativo, il gruppo di ricerca ha costruito un modello bottom-up ad alta risoluzione spaziale, analizzando 49 Paesi del continente e Madagascar.
Lo studio ha scandagliato i dati operativi reali di oltre 450 aziende di servizio idrico integrato attraverso la piattaforma internazionale IBNET, geolocalizzando puntualmente 2.534 centrali elettriche e 682 siti minerari operativi. A questa mole di informazioni sono stati integrati i parametri satellitari ad alta sensibilità della NASA per illuminare la reale distribuzione della produzione manifatturiera, oltre a modelli agro-climatici specifici per 46 tipologie di colture agricole e sei categorie di bestiame. L’integrazione di questi dati eterogenei ha consentito di mappare con precisione millimetrica dove la risorsa viene prelevata, dove viene dispersa e dove la richiesta rimane inespressa a causa dell’isolamento infrastrutturale.
I sei settori della domanda tra irrigazione intensiva ed espansione energetica
La scomposizione del volume totale di 347 chilometri cubi d’acqua richiesti annualmente nel 2020 rivela come la spinta principale derivi dall’agricoltura irrigua, responsabile da sola del 65% della domanda complessiva del continente, con circa 225 chilometri cubi. Questa pressione è aumentata del 25% nell’arco di appena un decennio, stimolata dalla rapida crescita demografica continentale, dall’urbanizzazione e da una profonda mutazione delle abitudini alimentari. Le coltivazioni di riso, grano, canna da zucchero e mais guidano i prelievi idrici agricoli, accompagnate da una spettacolare espansione delle colture ortofrutticole, aumentate rispettivamente del 24% per la frutta e del 115% per la verdura tra il 2010 e il 2020. Molte di queste produzioni alimentano non solo i mercati locali, ma anche l’esportazione di acqua virtuale verso l’Europa e l’Asia, talvolta a discapito della sicurezza idrica dei territori d’origine.
Il fabbisogno per uso municipale rappresenta il secondo settore per importanza con il 17% del totale continentale, pari a circa 60 chilometri cubi, di cui il 40% corrisponde alla stima del fabbisogno essenziale della popolazione non allacciata alle reti. Il settore della produzione di energia elettrica assorbe il 10% della domanda idrica globale africana, dominato dall’energia idroelettrica che consuma ingenti quantità d’acqua principalmente attraverso l’evaporazione dagli invasi artificiali. Il comparto manifatturiero copre il 4% dei volumi, trainato dai segmenti ad alta intensità idrica come il tessile e l’industria alimentare, mentre l’allevamento incide per il 3%, guidato dal bestiame bovino diffuso nel Sahel e nell’Africa orientale. L’attività mineraria, pur assorbendo l’1% del totale continentale, ha registrato un’impennata del 65% in dieci anni, rivelandosi cruciale a livello locale per l’estrazione di fosfati in Marocco, carbone in Sudafrica e minerali critici per la transizione energetica globale, come il cobalto nella Repubblica Democratica del Congo.
Scarsità fisica contro scarsità economica nel bilancio dei bacini fluviali
Uno dei contributi più originali della pubblicazione riguarda il confronto tra la domanda idrica e la disponibilità naturale rinnovabile, tenendo conto del mantenimento dei cosiddetti deflussi ecologici, ovvero della portata idrica minima indispensabile affinché fiumi, laghi ed ecosistemi non subiscano collassi irreversibili. Analizzando i bacini idrografici africani tramite modelli idrologici globali, i ricercatori hanno dimostrato che il superamento dei limiti di sostenibilità ambientale è un fenomeno fortemente localizzato.
Nelle regioni settentrionali bagnate dal Mediterraneo, in ampie tratte del bacino del Nilo e in alcune valli del Sudafrica, il prelievo idrico antropico supera la soglia di rinnovabilità, violando le esigenze ecologiche e certificando una reale scarsità fisica. Al contrario, nei grandi bacini dell’Africa subsahariana tropicale, il prelievo attuale rappresenta solo una minima frazione dell’acqua disponibile, perfino applicando i criteri di tutela ecologica più severi. In questi territori, la sete della popolazione e le difficoltà dei coltivatori non derivano dall’aridità del clima, ma dall’incapacità storica di convogliare la risorsa naturale verso i rubinetti domestici e i canali di bonifica.
Perdite di rete e investimenti mirati verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile
Un capitolo cruciale evidenziato dal team di ricerca riguarda l’inefficienza strutturale dei sistemi esistenti, che aggrava ulteriormente la carenza di approvvigionamento. I dati ricavati dai bilanci delle società erogatrici denotano livelli allarmanti di perdite idriche fisiche lungo le condotte di distribuzione. Mentre alcune realtà virtuose e storicamente colpite dall’aridità, come la capitale namibiana Windhoek, contengono le dispersioni attorno al 10% grazie a continui ammodernamenti e al riciclo idrico, in molte metropoli di Nigeria, Kenya ed Etiopia le perdite superano regolarmente il 40% o il 50% dell’acqua immessa. Circa la metà della risorsa faticosamente trattata e pompata viene quindi dispersa nel sottosuolo prima ancora di raggiungere le utenze.
I risultati dello studio dimostrano che per centrare il traguardo dell’accesso universale all’acqua potabile, fissato dall’obiettivo di sviluppo sostenibile 6 delle Nazioni Unite, non serve sperare in cambiamenti meteorologici ma occorre mobilitare investimenti mirati sul piano infrastrutturale. È indispensabile risanare le reti urbane obsolete per azzerare gli sprechi, costruire allacciamenti capillari per i 717 milioni di esclusi, incentivare tecniche di irrigazione a goccia più efficienti e pianificare un mix energetico orientato a fotovoltaico ed eolico, che richiedono quantità trascurabili d’acqua rispetto alle centrali idroelettriche e termoelettriche. Solo riconoscendo che l’Africa soffre prevalentemente di un deficit infrastrutturale e gestionale, e non di un’assoluta penuria naturale, la comunità internazionale e le istituzioni locali potranno orientare i capitali verso la reale sicurezza idrica del continente.
