Uno studio rivoluzionario pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature getta una nuova luce sulle cause della devastante crisi degli incendi che affligge l’Australia. Condotta dal ricercatore Michael-Shawn Fletcher e dai suoi colleghi, la ricerca dimostra in modo inequivocabile come i cambiamenti nella gestione del territorio, conseguenti alla colonizzazione britannica, abbiano avuto un ruolo determinante nell’amplificare l’intensità degli incendi moderni. Sebbene il cambiamento climatico sia ampiamente riconosciuto come il motore principale degli incendi a livello globale, questo studio evidenzia come l’alterazione storica degli ecosistemi rappresenti una forza motrice fondamentale, finora ampiamente trascurata dalle narrative globali.
L’indagine si concentra sulle foreste temperate di eucalipto nel sud-est dell’Australia, dimostrando che l’attuale estrema vulnerabilità di questi paesaggi non è un fenomeno del tutto naturale, ma un’eredità diretta dell’interruzione delle millenarie pratiche di cura del paesaggio portate avanti dalle popolazioni originarie.
Cos’è la crisi degli incendi in Australia e quando è iniziata
Per comprendere appieno la portata di questa scoperta, è fondamentale chiarire a chi non conosce la storia cos’è esattamente la crisi degli incendi australiana. A livello globale, stiamo assistendo a un aumento senza precedenti della frequenza e della gravità dei roghi, un fenomeno che minaccia pesantemente la biodiversità, la salute umana e la stabilità economica. L’Australia, e in particolare le regioni coperte dalle foreste temperate di eucalipto, si trova oggi in prima linea in questa emergenza, avendo registrato negli ultimi decenni un allarmante aumento di grandi e intensi mega-roghi. Il culmine drammatico di questa crisi si è manifestato con gli apocalittici incendi della “Black Summer” tra il 2019 e il 2020, l’evento incendiario più catastrofico della storia documentata del Paese, che ha bruciato oltre 24 milioni di ettari di territorio. Questi roghi, sviluppatisi rapidamente come incendi di chioma ad altissima intensità, hanno avuto un impatto ecologico ed economico devastante, arrivando a raddoppiare in pochi mesi le emissioni annuali di carbonio dell’intera nazione.
Le vere cause: oltre il cambiamento climatico
Di fronte a disastri di tale portata ci si chiede perché si sia arrivati a questo punto e quando sia iniziato il declino. La narrativa comune tende spesso ad attribuire la responsabilità esclusiva di questa emergenza al cambiamento climatico di origine antropica, che nel corso dell’ultimo secolo ha indubbiamente esacerbato il rischio intensificando le siccità prolungate, le ondate di calore estreme e prolungando la durata stessa delle stagioni degli incendi. Tuttavia, come chiarisce lo studio, questa prospettiva prettamente climatica rischia di oscurare le reali cause strutturali legate all’interazione tra le attività umane e le dinamiche storiche della vegetazione. I dati scientifici rivelano infatti che la vulnerabilità ecologica del territorio affonda le proprie radici nel diciannovesimo secolo, accumulando tensioni in un periodo storico che ha preceduto di un intero secolo l’emergere del riscaldamento globale generato dall’uomo, i cui effetti hanno iniziato a farsi sentire intorno agli anni ’50 del Novecento. Il vero motore innescante della crisi australiana è stato l’immenso accumulo di combustibile vegetale causato dallo sconvolgimento delle pratiche millenarie di cura della terra.
L’impatto della colonizzazione britannica sugli ecosistemi australiani
Prima della violenta invasione iniziata nel 1788, il popolo indigeno dei Gunaikurnai gestiva in modo oculato queste terre nel sud-est dell’Australia attraverso una pratica metodica nota come combustione culturale. Questo sofisticato approccio di gestione indigena consisteva nell’applicazione mirata, frequente e su piccola scala di fuochi a bassa temperatura, detti anche roghi “freddi”. Tali interventi limitavano sistematicamente l’accumulo di fogliame e rami secchi, scolpendo il paesaggio sotto forma di boschi aperti e riducendo drasticamente le probabilità di assistere a vasti roghi incontrollabili alimentati dai venti e dalla siccità. A seguito della brutale espansione della colonizzazione britannica, culminata in feroci violenze di frontiera che allontanarono le popolazioni Gunaikurnai dalle loro terre natie tra il 1830 e il 1860, queste preziose pratiche vennero severamente interrotte. Nei decenni successivi, subentrarono politiche di gestione statali orientate unicamente alla soppressione e allo spegnimento di ogni tipo di fuoco. Senza i roghi controllati, le dinamiche naturali subirono una metamorfosi inarrestabile e l’enorme materiale vegetale non bruciato iniziò ad accumularsi senza sosta nel sottobosco.
Da boschi aperti a foreste infiammabili: mille anni di storia climatica
Per ricostruire con assoluto rigore questa complessa evoluzione, gli scienziati hanno estratto un nucleo di sedimento geologico lungo un metro dal punto più profondo del lago Purghagoolah, noto storicamente come Lake Elusive, situato nella verde regione del Gippsland. Sottoponendo a indagine antichi pollini, strati di fango e sedimenti di carbone misurati attraverso la spettroscopia infrarossa, il team ha tracciato con successo oltre 1.000 anni ininterrotti di storia della vegetazione e dell’attività incendiaria. I risultati dell’indagine paleoclimatica sono sorprendenti: sotto l’attenta custodia dei Gunaikurnai, il paesaggio circostante si è mantenuto stabile per oltre otto secoli sotto forma di ampio bosco aperto, caratterizzato da un’assenza totale di fuochi ad altissima temperatura. A seguito della cessazione forzata della combustione culturale intorno al 1840, il paesaggio ha invece registrato un formidabile ispessimento strutturale. La copertura di alberi di eucalipto, una famiglia botanica rinomata per essere altamente infiammabile a causa dei suoi oli essenziali, è passata rapidamente dal 9% a un picco del 34%, quadruplicando la propria presenza ed ergendo barriere continue di vegetazione in grado di far viaggiare le fiamme da un albero all’altro.
Il circolo vizioso degli incendi estremi e le temperature record
Questa radicale densificazione arborea ha alterato in modo permanente le dinamiche chimico-fisiche degli incendi, innescando quello che gli studiosi denunciano come un catastrofico circolo vizioso. Le prove fornite dall’analisi microscopica del carbone indicano chiaramente che, sotto la recente gestione post-coloniale, la frequenza dei roghi è diminuita, ma la loro ferocia e le temperature raggiunte sono esplose, superando abbondantemente la soglia distruttiva dei 600 gradi Celsius a causa dei crescenti carichi di legname. Nel corso del Ventesimo secolo, e con un’evidenza drammatica a seguito degli storici incendi del “Black Friday” del 1939, questo irrobustimento delle volte boschive ha partorito un habitat profondamente vulnerabile ai disastri spinti dalle condizioni meteo estreme causate dal cambiamento climatico. Le alte temperature non hanno generato solo devastazione superficiale, ma anche un profondo degrado ambientale, certificato da un innalzamento vertiginoso dei tassi di erosione del suolo avviatosi già nella metà degli anni ’30.
Ripensare la gestione del territorio attraverso la conoscenza indigena
L’incrociarsi esplosivo tra foreste iper-dense e riscaldamento dell’atmosfera impone una riflessione ineludibile sulle odierne tattiche di conservazione ambientale in Australia. Paradossalmente, molti dei più rinomati database nazionali finiscono con l’oscurare questa transizione epocale, trattando erroneamente le intricate e soffocanti foreste nate dopo la colonizzazione come il punto di riferimento “naturale” primordiale e corretto. Continuare a pianificare obiettivi di tutela fondati su questa premessa concettualmente errata significa garantire un’eredità intrisa di vulnerabilità, condannando il Paese a bruciare incessantemente. Per disinnescare questa potenziale bomba a orologeria biologica, i redattori dello studio sanciscono che è assolutamente imprescindibile valorizzare nuovamente le conoscenze indigene millenarie e reintrodurre la pratica saggia della combustione culturale controllata. Restituire l’autorità direzionale e gestionale alle comunità ancestrali, abbinando metodologie tradizionali di alleggerimento della vegetazione ad azioni mirate di diradamento meccanico, si configura non solo come il baluardo più concreto per ostacolare l’insorgenza dei fatali mega-roghi, ma anche come una soluzione indispensabile per arrestare la vertiginosa perdita di biodiversità.

