Le correnti dell’Oceano Atlantico possono riprendersi: nuovo studio smentisce il collasso

La circolazione oceanica può riprendersi dal riscaldamento globale, ma gli scienziati avvertono sui tempi lunghi di recupero e sullo scioglimento dei ghiacci

Il sistema delle correnti dell’Oceano Atlantico, fondamentale per mantenere miti gli inverni in Europa trasportando acqua calda dai tropici verso Nord, potrebbe non essere destinato a un collasso irreversibile. Una recente ricerca condotta dall’Istituto Meteorologico Danese e pubblicata sulla prestigiosa rivista Science Advances offre una prospettiva rassicurante sul futuro della Circolazione Meridionale Atlantica (AMOC). Gli studiosi hanno infatti osservato che il sistema, seppur indebolito dal riscaldamento globale, ha la capacità di riprendersi nel corso del tempo qualora le temperature globali dovessero scendere in futuro. Questo risultato smentisce in parte i timori precedenti riguardanti un punto di non ritorno imminente per le correnti oceaniche, offrendo uno spiraglio di speranza per l’equilibrio climatico del nostro pianeta, pur senza nascondere le criticità ancora presenti e legate soprattutto ai tempi decisamente lunghi di questa potenziale guarigione.

Nessun punto di non ritorno nel modello climatico

Secondo i dati elaborati dai ricercatori, la corrente potrebbe rallentare fino a 6 milioni di metri cubi d’acqua al secondo rispetto agli attuali 17 milioni in uno scenario di interesse scientifico con un aumento delle temperature di 7°C. Il primo autore della ricerca, Chuncheng Guo, ha spiegato i risultati sottolineando una dinamica chiara e confortante per il futuro del clima terrestre: “Nel nostro modello, non vediamo un punto di non ritorno che porti a un collasso. L’AMOC si indebolisce gradualmente, ma scopriamo che riacquista anche immediatamente la sua forza se il riscaldamento globale viene invertito“. La simulazione dimostra quindi che il temuto punto di non ritorno non compare in questo modello matematico.

Gli effetti a lungo termine e i dubbi

Gli esperti avvertono che il recupero richiederebbe diversi secoli per completarsi, periodo in cui gli effetti di una corrente indebolita persisterebbero, destabilizzando i modelli di precipitazioni globali e accelerando l’innalzamento del livello del mare lungo le coste. Un altro ostacolo fondamentale riguarda la calotta glaciale della Groenlandia, che versa acqua dolce e fredda nell’oceano contribuendo a indebolire le correnti: una volta fusa, non potrebbe essere ripristinata in alcun modo. Willem Huiskamp del Potsdam Institute for Climate Impact Research, pur accogliendo positivamente l’idea di una corrente più stabile, ha espresso dubbi sul fatto che la circolazione reale sia tanto resiliente quanto suggerito dai modelli. Il tasso di raffreddamento necessario per invertire la rotta supera inoltre ciò che è considerato realistico con la tecnologia attuale.

L’importanza di limitare le emissioni oggi

Lo scenario di 7°C utilizzato nello studio supera di gran lunga le proiezioni attuali. Le Nazioni Unite hanno confermato che l’aumento delle temperature globali supererà la soglia chiave di 1,5 °C entro pochi anni. I ricercatori stimano un innalzamento a lungo termine del livello del mare di circa 20 cm a causa del solo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia in seguito a un aumento di 1,5°C. Di fronte a questi numeri, la necessità di ridurre le emissioni rimane la priorità per i governi impegnati nell’Accordo di Parigi del 2015. Come ha concluso Guo per esortare a un’azione climatica immediata: “Invece di fare affidamento su un raffreddamento globale che deve verificarsi, è una strategia molto, molto più sicura non avere il riscaldamento in primo luogo“.