I dati preliminari provenienti dal Vera C. Rubin Observatory – un impianto astrofisico a terra situato sul Cerro Pachón, nelle Ande cilene, realizzato congiuntamente da NSF e DOE – preannunciano un’ondata di scoperte che potrebbe completare il censimento delle galassie vicine alla Via Lattea, incluse le sue compagne più deboli. Grazie ai dati resi disponibili dall’osservatorio, i ricercatori hanno individuato due compagne della Via Lattea finora sconosciute; un primo segnale del fatto che la tecnologia avanzata di questa struttura potrebbe portare alla luce le centinaia di deboli compagne che si ipotizza si celino attorno alla nostra galassia.
Le grandi galassie sono spesso circondate da satelliti – piccole galassie o ammassi stellari – molti dei quali risultano estremamente deboli e difficili da individuare. Attualmente si conoscono circa 65 galassie satelliti della Via Lattea, ma si ipotizza che ne esistano ancora centinaia non ancora rilevate. Due nuovi studi, uno dei quali condotto da un astronomo dell’Università di Yale, suggeriscono che l’Osservatorio Rubin possa contribuire a fare maggiore chiarezza.
Due deboli compagne emergono dai dati preliminari
Analizzando i dati di test raccolti prima dell’avvio ufficiale delle operazioni del Rubin, gli studi hanno identificato due satelliti della Via Lattea estremamente deboli. Il primo è una galassia chiamata Aquarius IV, situata nelle remote periferie della Via Lattea, a circa 355.000 anni luce dalla Terra. Il secondo, denominato Rubin-GC1, è un ammasso stellare che si trova sul lato opposto della Via Lattea, all’interno di una regione oscurata da polveri cosmiche.
“Ciò che trovo particolarmente entusiasmante è che queste scoperte rappresentino solo l’inizio per il Rubin“, ha affermato William Cerny, studente di astronomia presso la Graduate School of Arts and Sciences di Yale e primo autore dello studio su Aquarius IV, pubblicato sulla rivista Research Notes of the AAS. Cerny è inoltre coautore dello studio su Rubin-GC1, accettato per la pubblicazione su The Astrophysical Journal Letters e attualmente disponibile in versione preprint su arXiv. “Se l’osservatorio è in grado di individuare sistemi così deboli e sfuggenti già solo attraverso i dati preliminari, la sua indagine decennale completa porterà senza dubbio alla scoperta di molti altri satelliti della Via Lattea“, ha concluso Cerny. “Questi nuovi satelliti ci offriranno nuove opportunità per testare i modelli di formazione delle galassie, ricostruire la storia dell’assemblaggio della Via Lattea e indagare la natura della materia oscura“.
Un decennio dedicato alla mappatura dell’alone della Via Lattea
A giugno, l’Osservatorio Rubin ha dato il via al suo progetto decennale, il Legacy Survey of Space and Time (LSST). Una delle sue missioni principali consiste nel mappare il cosiddetto “alone” della Via Lattea – una sorta di nube sferica composta da gas, stelle e materia oscura che circonda la parte centrale della galassia – e nell’individuare galassie satelliti, ammassi stellari e altre sottostrutture finora rimaste nascoste. L’osservatorio è dotato del Simonyi Survey Telescope, con uno specchio di 8,4 metri e la più grande fotocamera digitale mai costruita, capace di una risoluzione di 3,2 gigapixel. Lo strumento sta catturando immagini dettagliate del cielo nell’emisfero australe, con l’obiettivo di creare una mappatura ultra-ampia e dinamica (una sorta di time-lapse) del cielo notturno.
Per i due nuovi studi, gli astronomi hanno analizzato i dati preliminari raccolti dall’Osservatorio Rubin tra l’aprile 2025 e il gennaio 2026, coprendo circa il 7% dell’intero cielo notturno. “Individuare nuove galassie satelliti della Via Lattea grazie ai dati dell’Osservatorio Rubin è stato, per gran parte della mia carriera, una prospettiva futura entusiasmante“, ha dichiarato Marla Geha, docente di astronomia e fisica presso la Facoltà di Arti e Scienze dell’Università di Yale e coautrice di entrambi gli studi. “È straordinario che tutto ciò sia diventato realtà“. Il team di ricerca ha coinvolto studiosi provenienti da diverse istituzioni: l’Università di Chicago, l’Università della Virginia, l’Università di Washington, il Dartmouth College, l’Università di Tampa, l’NSF NOIRLab, la Duke University, l’Università di Toronto, l’Instituto de Astrofísica de Andalucía (Spagna), l’Università del Colorado a Boulder e l’Università di Lund (Svezia). Aashay Pai, dell’Università di Chicago, è il primo autore dello studio su Rubin-GC1.
Galassie deboli: indizi sulla materia oscura
Al di là dell’importanza delle scoperte in sé, i ricercatori sottolineano che i risultati ottenuti potrebbero fornire informazioni preziose sulla natura della materia oscura, l’impalcatura invisibile che costituisce la maggior parte della materia nell’Universo. Le galassie estremamente deboli, come Aquarius IV – che contengono solo una frazione delle stelle presenti in una galassia più grande – sono composte quasi interamente da materia oscura. Secondo i ricercatori, inoltre, i primi dati provenienti dal telescopio Rubin potrebbero offrire nuove intuizioni sul ciclo vitale di alcune delle galassie più difficili da individuare nell’Universo. “Queste scoperte sono estremamente promettenti”, ha affermato Geha. “Il proseguimento di tali scoperte ci consentirà di completare il censimento delle galassie satelliti attorno alla Via Lattea, un elemento fondamentale per comprendere come si formino le galassie più deboli in assoluto”.
