Bottiglie, sacchi di plastica e altri rifiuti di origine antropica sono stati osservati a quasi 2mila metri di profondità sui fondali del Mar Ionio, nell’area compresa tra le isole greche di Corfù e Cefalonia. Le immagini, diffuse per la prima volta da Greenpeace Italia, provengono dalla campagna oceanografica del progetto DEEP-IMPACT, coordinato dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS). Il ritrovamento documenta la presenza di rifiuti anche in ambienti marini profondi e remoti, lontani dalle aree costiere maggiormente interessate dalle attività umane. Un fenomeno che solleva interrogativi sulla diffusione dell’inquinamento da plastica e sulle dinamiche che possono favorire il trasporto di contaminanti attraverso le masse d’acqua.
Le correnti profonde e il possibile trasporto dei contaminanti
L’area investigata riveste una particolare importanza dal punto di vista oceanografico. Durante gli inverni più freddi, infatti, nell’Adriatico settentrionale si formano acque dense che si spostano verso sud, attraversano il Canale d’Otranto e possono raggiungere le profondità del Mar Ionio. Nel loro percorso, queste masse d’acqua potrebbero trasportare anche contaminanti e rifiuti, contribuendo alla loro diffusione nei fondali profondi. È proprio su questo processo che si concentra una parte della ricerca condotta nell’ambito di DEEP-IMPACT, con l’obiettivo di comprendere meglio i meccanismi di circolazione oceanica e le possibili conseguenze per gli ecosistemi marini.
“Osservare rifiuti a quasi duemila metri di profondità mostra quanto l’impatto delle attività umane possa raggiungere anche ambienti molto remoti“, spiega Riccardo Martellucci dell’OGS, responsabile scientifico del progetto DEEP-IMPACT. “Con questo progetto vogliamo capire se le acque dense che dall’Adriatico raggiungono lo Ionio profondo possano contribuire anche al trasporto di microplastiche e altri contaminanti e quali conseguenze questo possa avere sugli ecosistemi profondi“. La ricerca punta quindi a verificare se e in quale misura le correnti profonde contribuiscano alla distribuzione delle microplastiche e di altre sostanze contaminanti. Un aspetto rilevante per valutare l’esposizione degli organismi marini e gli effetti dell’inquinamento sulla biodiversità dei fondali.
“La plastica è arrivata anche dove gli esseri umani non hanno mai messo piede”
Le immagini diffuse dall’organizzazione ambientalista riportano l’attenzione sulla capacità dei rifiuti plastici di raggiungere ambienti difficilmente accessibili e potenzialmente destinati a trattenerli a lungo. “La plastica è arrivata anche dove gli esseri umani non hanno mai messo piede. E rischia di restare lì per secoli“, dichiara Valentina Di Miccoli della campagna Mare di Greenpeace Italia. “Se non vogliamo trasformare il nostro pianeta in una discarica, dobbiamo ridurre la produzione globale di plastica vergine, abbandonare il monouso e vincolare le aziende a vendere più prodotti sfusi. Al governo italiano chiediamo di sostenere nei prossimi negoziati ONU previsti nel 2027 lo sviluppo di un accordo globale sulla plastica vincolante ed efficace che adotti tutte queste misure“.
Greenpeace rilancia così la richiesta di interventi strutturali per contrastare l’inquinamento alla fonte, attraverso la riduzione della produzione di plastica vergine, il superamento dei prodotti monouso e la promozione di sistemi di vendita che limitino gli imballaggi. Al centro dell’appello anche il ruolo dell’Italia nei prossimi negoziati delle Nazioni Unite previsti nel 2027, affinché sostenga un accordo internazionale capace di introdurre misure vincolanti ed efficaci.
La spedizione scientifica a bordo della nave R/V Aegaeo
La campagna oceanografica del progetto DEEP-IMPACT si è svolta nel settembre 2026 a bordo della nave da ricerca R/V Aegaeo, appartenente all’Hellenic Centre for Marine Research (HCMR). La spedizione è stata realizzata nell’ambito del progetto europeo AQUARIUS-Ri, con la partecipazione di un gruppo internazionale di istituzioni scientifiche. Oltre all’OGS, sono stati coinvolti l’Università del Salento, l’Università di Catania, il CNR-ISP, il National Institute of Biology della Slovenia, la Scottish Association for Marine Science (SAMS), l’Università di Barcellona e lo stesso Hellenic Centre for Marine Research.
Nel corso delle attività sono state integrate osservazioni effettuate con veicoli sottomarini a controllo remoto (ROV), misurazioni oceanografiche e campionamenti biologici e ambientali. Le indagini sono state finalizzate a studiare le caratteristiche fisiche e biogeochimiche delle acque profonde, la biodiversità degli ecosistemi bentonici e la presenza di microplastiche e altri contaminanti.
La sfida di comprendere e contrastare l’inquinamento profondo
Il ritrovamento dei rifiuti nel Mar Ionio mette in evidenza la necessità di approfondire la conoscenza degli ecosistemi marini profondi e dei processi che regolano la circolazione degli inquinanti. La presenza di oggetti plastici a queste profondità dimostra che il problema non riguarda soltanto le spiagge e le acque superficiali, ma interessa anche ambienti remoti, la cui esposizione ai contaminanti deve essere studiata attraverso indagini scientifiche specifiche.
I risultati delle ricerche potranno contribuire a chiarire il ruolo delle correnti nel trasporto dei rifiuti e a valutare le possibili conseguenze sugli organismi e sugli habitat dei fondali. Parallelamente, l’appello di Greenpeace richiama l’attenzione sulla necessità di ridurre la produzione e il consumo di plastica, affiancando alle attività di monitoraggio misure di prevenzione e politiche internazionali condivise. La tutela degli ecosistemi profondi passa dunque sia dalla ricerca scientifica sia dalla capacità di intervenire sulle cause dell’inquinamento, limitando la dispersione dei rifiuti prima che raggiungano ambienti difficili da monitorare e da risanare.
