Peste polmonare in Siberia, tre interventi “contro gli scarafaggi” con tute e maschere antigas

Interventi ripetuti nell’edificio di Daria Shipilova, ricercatrice dell’Istituto per il contrasto della peste morta dopo i sintomi di una polmonite acuta. Tecnici con maschere antigas e tute protettive, mentre ai residenti sarebbero state fornite spiegazioni diverse. Non ci sono ancora conferme ufficiali sulla peste polmonare

Tre diverse disinfestazioni, effettuate con livelli di protezione progressivamente più elevati per il personale incaricato, sono state eseguite nelle abitazioni dei vicini di casa di Daria Shipilova, ricercatrice dell’Istituto per il contrasto della peste dell’Accademia delle scienze della Siberia, morta in ospedale a Shelekhov, nella regione di Irkutsk, dopo aver manifestato i sintomi di una polmonite acuta. La vicenda viene seguita con particolare attenzione per l’ipotesi, al momento non confermata ufficialmente, che possa trattarsi di un caso di peste polmonare. A rendere ancora più delicato il quadro sono le modalità con cui sono stati effettuati gli interventi di sanificazione nell’edificio in cui viveva la ricercatrice e le differenti spiegazioni riferite dai residenti.

Tre interventi di disinfestazione nella palazzina di Irkutsk

Il primo intervento è avvenuto intorno alle dieci di venerdì 2 ottobre, poche ore dopo la morte della ricercatrice. Davanti alla palazzina in mattoni di Irkutsk si sono fermate tre automobili. Da una delle vetture sono scese due persone che indossavano maschere antigas e tute arancioni. I tecnici hanno trasportato con sé diversi contenitori e hanno iniziato a disinfettare entrambi gli ingressi dello stabile. L’intervento, secondo quanto raccontato da una residente, sarebbe stato particolarmente intenso per la quantità e l’odore delle sostanze utilizzate.

La testimonianza: “l’odore era insopportabile e molto pungente”

Una donna sulla quarantina che vive nell’edificio ha raccontato al sito di notizie “Gente del Baikal”, che sta seguendo la vicenda, quanto accaduto durante la prima operazione. “L’odore era insopportabile e molto pungente”. Secondo la testimonianza, nell’edificio si percepiva quello che appariva come un fortissimo odore di disinfettante. La situazione sarebbe diventata tanto difficile da costringere gli abitanti ad aprire le porte della palazzina per favorire il ricambio d’aria. “I residenti hanno aperto le porte dell’edificio perché era impossibile respirare quell’aria”. Un particolare che restituisce la portata dell’intervento effettuato subito dopo la morte della ricercatrice e che contribuisce ad alimentare l’attenzione sul caso, soprattutto considerando le successive misure di protezione adottate dagli operatori.

I tecnici: “mandati da Rospotrebnadzor”

Secondo quanto riferito dagli abitanti, i sanificatori avrebbero spiegato di essere stati “mandati da Rospotrebnadzor”, l’agenzia russa per la tutela dei consumatori che sta gestendo la situazione. Proprio durante questo primo intervento sarebbe arrivata ai residenti una delle affermazioni più significative dell’intera vicenda. Ai presenti sarebbe stato detto: “una ragazza è morta, a causa di un agente patogeno mortale”. Non sarebbero state fornite ulteriori informazioni sulla natura dell’agente patogeno o sulle cause esatte del decesso. “Non ci hanno detto altro. Solo, siamo qui per lavoro”. Il riferimento a un “agente patogeno mortale”, riportato dalla testimonianza, assume particolare rilievo perché la donna deceduta lavorava proprio nell’Istituto per il contrasto della peste dell’Accademia delle scienze della Siberia e perché le circostanze della morte sono state associate a sintomi di polmonite acuta. Resta tuttavia fondamentale il fatto che, sulla possibile diagnosi di peste polmonare, non risultano al momento conferme ufficiali.

L’edificio disinfettato altre due volte

L’intervento del 2 ottobre non è rimasto isolato. L’edificio in cui viveva Daria Shipilova è stato infatti sottoposto ad altre due disinfestazioni, portando a tre il numero complessivo degli interventi effettuati. Con il passare del tempo sono cambiate anche le misure protettive adottate dal personale. I tecnici arrivati successivamente indossavano ancora maschere antigas, ma anche tute protettive bianche, un elemento che ha ulteriormente attirato l’attenzione degli abitanti della palazzina. La progressione delle protezioni utilizzate durante gli interventi rappresenta uno degli aspetti centrali della vicenda, insieme all’assenza, almeno per quanto riferito dai residenti, di informazioni dettagliate sulla sostanza o sull’agente per il quale venivano effettuate le operazioni.

Dopo il primo intervento nessun altro riferimento all’”agente patogeno mortale”

Un altro particolare emerso dalle testimonianze riguarda il cambiamento della comunicazione fornita dagli operatori durante gli interventi successivi. Dopo quanto detto durante la prima disinfestazione, nessuno avrebbe infatti più fatto riferimento al presunto “agente patogeno mortale”. “Nessuno ha più accennato al “virus mortale” a chiunque sia venuto a trovarci”. Le dichiarazioni raccolte descrivono quindi una situazione caratterizzata da interventi ripetuti e da precauzioni importanti, ma senza che agli abitanti venisse fornito un quadro preciso e uniforme sulle ragioni delle operazioni.

La richiesta d’acqua e la spiegazione sugli “scarafaggi”

Durante uno degli interventi successivi si è verificato un episodio che ha aumentato ulteriormente i dubbi degli abitanti. Una donna appartenente al personale incaricato della disinfestazione avrebbe bussato alla porta dei vicini chiedendo dell’acqua, necessaria per preparare una soluzione da utilizzare durante il trattamento. Una residente ha quindi chiesto direttamente quale fosse l’obiettivo della disinfestazione. “Ho chiesto: ‘cosa state trattando?’ E lei ha risposto: ‘Scarafaggi’. Quando da noi gli scarafaggi non ci sono”. La risposta appare nettamente diversa da quella riferita durante il primo intervento, quando era stato evocato un “agente patogeno mortale”. È proprio la distanza tra queste due spiegazioni a rappresentare uno degli elementi che rendono il caso ancora poco chiaro.