Prezzi alimentari alle stelle, Greenpeace: “ortaggi più cari fino al 90% in Italia, nuovi rincari nel 2027”

Dalla spesa quotidiana ai costi di produzione, la crisi alimentare pesa su famiglie e agricoltori. Greenpeace denuncia aumenti lungo la filiera superiori al 400% e avverte: nel 2026 i prezzi mondiali potrebbero crescere fino all'11,8%

Il costo del cibo continua a crescere, mettendo sotto pressione i bilanci delle famiglie e la sopravvivenza delle piccole aziende agricole. In Italia, i rincari colpiscono soprattutto i prodotti freschi, con aumenti dei prezzi alla produzione degli ortaggi compresi tra il 40% e il 90% rispetto al 2025. Una situazione che si inserisce in una crisi alimentare internazionale destinata, secondo le proiezioni economiche richiamate da Greenpeace, ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni. Alla vigilia della Giornata mondiale dell’alimentazione, in programma il 16 ottobre, l’organizzazione ambientalista richiama l’attenzione sulle conseguenze economiche e sociali dell’impennata dei prezzi, evidenziando come l’aumento della spesa alimentare coinvolga contemporaneamente consumatori e produttori. Da una parte ci sono le famiglie costrette a destinare una quota crescente delle proprie entrate all’acquisto dei beni essenziali, dall’altra gli agricoltori che devono affrontare costi di produzione sempre più elevati senza beneficiare necessariamente degli aumenti applicati sui prodotti finali. Il problema assume dimensioni particolarmente rilevanti nei Paesi economicamente più fragili, dove l’alimentazione assorbe già una parte consistente dei redditi disponibili. Greenpeace collega questa situazione non soltanto alle tensioni economiche e geopolitiche internazionali, ma anche agli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, alla dipendenza dai combustibili fossili e alle caratteristiche di un sistema produttivo che espone le aziende agricole a continui aumenti dei costi.

Nel mondo fino al 60% dello stipendio viene destinato al cibo: le previsioni per il 2026 e il 2027

Le dimensioni della crisi emergono dalle stime dell’Energy and Climate Intelligence Unit (ECIU), secondo cui i cittadini arrivano oggi a destinare mediamente circa il 20% del proprio stipendio all’acquisto di prodotti alimentari. Nei Paesi più poveri, però, questa percentuale può raggiungere quasi il 60%, rendendo la spesa alimentare una delle principali voci di impiego del reddito disponibile. A preoccupare è soprattutto la prospettiva di ulteriori aumenti. Secondo le proiezioni del centro studi Oxford Economics, nel 2026 i prezzi alimentari potrebbero registrare su scala mondiale un rincaro fino all’11,8%. A questo incremento potrebbe seguirne un altro del 4,8% nel 2027, delineando uno scenario nel quale la pressione sui bilanci familiari rischia di protrarsi anche nel prossimo anno. Le percentuali prospettate evidenziano una tendenza che coinvolge l’intero mercato alimentare internazionale, sebbene le conseguenze economiche siano particolarmente pesanti nelle aree dove la popolazione deve già destinare gran parte delle proprie risorse all’alimentazione. L’aumento dei prezzi riduce infatti la quota di reddito disponibile per le altre necessità quotidiane, mentre l’instabilità dei costi rende più difficile la gestione delle spese. Per Greenpeace, l’accessibilità economica del cibo rappresenta quindi una questione centrale, strettamente collegata alla capacità dei sistemi agricoli di affrontare le conseguenze del cambiamento climatico e le oscillazioni dei mercati energetici.

In Italia zucchine, pomodori, peperoni e insalata sempre più cari: aumenti fino al 90%

Anche in Italia la crescita dei prezzi alimentari si manifesta con particolare intensità nel comparto ortofrutticolo. Secondo i dati ISMEA richiamati da Greenpeace, diversi prodotti freschi hanno registrato aumenti significativi dei prezzi alla produzione rispetto al 2025, con variazioni comprese tra il 40% e il 90%. Tra gli ortaggi interessati figurano zucchine, pomodori, peperoni e insalata, prodotti che occupano un posto importante nell’alimentazione quotidiana e che risentono delle difficoltà attraversate dal settore agricolo. Le oscillazioni dei prezzi alla produzione si accompagnano agli ulteriori rincari che possono verificarsi durante i diversi passaggi della filiera commerciale. Il fenomeno non riguarda quindi esclusivamente le condizioni economiche delle aziende agricole, ma anche il percorso compiuto dai prodotti prima di raggiungere i punti vendita. Trasporto, confezionamento e distribuzione contribuiscono alla formazione del prezzo finale, allargando in alcuni casi la distanza tra quanto viene riconosciuto ai produttori e quanto viene richiesto ai consumatori. È proprio questa differenza a rappresentare uno degli aspetti più critici evidenziati dall’organizzazione ambientalista. Il prezzo pagato per acquistare frutta e verdura può aumentare sensibilmente senza che ciò corrisponda a un miglioramento delle condizioni economiche degli agricoltori, i quali continuano a sostenere direttamente una parte rilevante dei costi produttivi.

Dal campo alla vendita, rincari superiori al 400% per carote, uva e melanzane

La distanza tra i prezzi nelle diverse fasi della filiera emerge dalle stime della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), secondo cui i rincari possono superare il 400% nel caso di carote, uva e melanzane. Si tratta di aumenti lungo la catena commerciale che mettono in evidenza quanto il valore di un prodotto possa cambiare dal momento della produzione fino alla vendita. Il dato assume particolare importanza perché mostra come l’impennata dei prezzi al consumo non possa essere interpretata automaticamente come un aumento dei guadagni per chi coltiva la terra. Greenpeace sottolinea infatti che i produttori primari continuano a essere sottoposti a una forte pressione economica. Le aziende agricole devono fare i conti con l’aumento dei costi necessari per mantenere attiva la produzione, mentre i prezzi finali dei prodotti possono essere influenzati da molteplici fattori che intervengono successivamente. Ne deriva una situazione nella quale famiglie e piccoli agricoltori subiscono contemporaneamente gli effetti dei rincari, pur trovandosi in posizioni diverse all’interno del sistema alimentare. I consumatori devono sostenere una spesa crescente, mentre i produttori affrontano difficoltà che possono compromettere la sostenibilità economica delle loro attività.

Siccità, caldo estremo e carburanti: perché aumentano i prezzi dei prodotti agricoli

Alla base dell’aumento dei prezzi alimentari ci sono diversi fattori che si sommano tra loro. Greenpeace richiama innanzitutto il rincaro dei fertilizzanti e dei carburanti, due componenti fondamentali per l’attività agricola e per il funzionamento della filiera alimentare. L’aumento dei costi energetici incide sulla produzione, ma anche sul trasporto delle merci e sulle operazioni di confezionamento. Il prezzo finale dei prodotti risente quindi di una serie di spese che interessano l’intero percorso dalla coltivazione alla commercializzazione. A queste difficoltà si aggiungono le conseguenze delle condizioni meteorologiche. L’organizzazione ambientalista evidenzia gli effetti di una estate particolarmente lunga, caratterizzata da caldo intenso e siccità, che ha ulteriormente aggravato le criticità del settore agricolo. Le temperature elevate e la scarsità d’acqua rappresentano fattori di pressione sulle coltivazioni, mentre l’instabilità climatica si intreccia con quella economica e geopolitica. Secondo Greenpeace, il modello agricolo attuale espone i produttori a entrambe queste vulnerabilità, rendendo difficile affrontare periodi nei quali le condizioni ambientali sfavorevoli coincidono con un aumento dei costi necessari per coltivare e distribuire i prodotti. È in questo contesto che si inseriscono anche le recenti proteste degli agricoltori nel Sud Italia, richiamate dall’organizzazione come espressione delle difficoltà attraversate dai coltivatori. Mobilitazioni che, secondo Greenpeace, si sono svolte quasi nel silenzio della politica e dei mezzi di informazione, nonostante le conseguenze economiche che il settore sta affrontando.

Greenpeace: “le piccole aziende agricole rischiano la chiusura”

La situazione economica delle imprese agricole e l’impatto dei rincari sulle famiglie sono al centro delle dichiarazioni di Simona Savini, della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia, che richiama l’attenzione sulle differenze tra le difficoltà dei piccoli produttori e i risultati economici dei grandi gruppi industriali. “Mentre i consumatori intaccano i propri risparmi e le piccole aziende agricole rischiano la chiusura, i colossi delle fonti fossili, le multinazionali della chimica e del comparto agro-zootecnico registrano profitti record”, dichiara Savini. La rappresentante dell’organizzazione individua nella trasformazione delle pratiche agricole una possibile risposta alle difficoltà economiche e ambientali che interessano il settore. L’obiettivo indicato è ridurre la dipendenza da alcuni fattori produttivi, rendendo le coltivazioni meno esposte alle oscillazioni dei costi e agli effetti delle condizioni climatiche. “Dobbiamo orientarci verso un modello di produzione basato su tecniche agroecologiche che, oltre a richiedere meno fertilizzanti e pesticidi, garantiscono anche una maggiore resilienza dei terreni agricoli”, aggiunge Savini. La posizione di Greenpeace si concentra dunque sulla necessità di intervenire sulle caratteristiche del sistema produttivo, anziché considerare gli aumenti dei prezzi esclusivamente come una conseguenza inevitabile delle dinamiche internazionali.

Il caso Inalca e Gruppo Cremonini: Greenpeace critica la richiesta di sostegni alle aziende energivore

Nell’analisi dell’organizzazione ambientalista trova spazio anche il dibattito sugli interventi pubblici a favore delle imprese caratterizzate da elevati consumi energetici. Greenpeace interviene in particolare sulle recenti dichiarazioni del presidente di Assocarni e di Inalca Spa, società del Gruppo Cremonini, che in un’intervista ha sostenuto la necessità di un intervento del governo per sostenere in qualche modo le aziende energivore. Una posizione sulla quale l’organizzazione esprime forti critiche, richiamando le dimensioni economiche del gruppo e il suo impatto ambientale stimato. “Questa è la soluzione suggerita dai vertici di un gruppo che vanta ricavi annui per 6,4 miliardi di euro e che si stima abbia emesso 14,41 milioni di tonnellate di CO₂ nel solo 2023. A conferma che, ancora una volta, gli interessi dei grandi gruppi industriali non coincidono con quelli della collettività”, afferma Savini. Le cifre citate da Greenpeace riguardano dunque 6,4 miliardi di euro di ricavi annui e una stima di 14,41 milioni di tonnellate di anidride carbonica emesse nel 2023. Dati utilizzati dall’organizzazione per contestare l’idea che il sostegno pubblico alle imprese energivore possa costituire, da solo, una risposta adeguata alle difficoltà del sistema alimentare. La questione si inserisce in una riflessione più ampia sul rapporto tra grandi gruppi industriali, consumi energetici e distribuzione delle risorse economiche, in un momento in cui famiglie e aziende agricole di piccole dimensioni affrontano un aumento generalizzato dei costi.

Agricoltura sostenibile e prezzi accessibili: la proposta di Greenpeace per cambiare il sistema alimentare

Per affrontare la crisi dei prezzi alimentari, Greenpeace propone una transizione verso un modello agricolo basato sull’agroecologia, considerata una strada per rendere la produzione di cibo più sostenibile e accessibile. L’organizzazione individua un primo ambito di intervento nelle politiche pubbliche, attraverso sostegni e incentivi mirati ai prodotti locali, biologici e vegetali. A questi strumenti dovrebbero affiancarsi fondi specificamente destinati alla riconversione delle aziende agricole, con l’obiettivo di accompagnare il cambiamento delle modalità produttive. La riduzione della dipendenza da fertilizzanti e pesticidi rappresenta uno degli elementi centrali della proposta. Secondo Greenpeace, il ricorso a tecniche agroecologiche permetterebbe infatti di rafforzare la resilienza dei terreni agricoli e di contenere il fabbisogno di alcuni prodotti necessari alle coltivazioni convenzionali. Un secondo ambito riguarda direttamente il mercato e la formazione dei prezzi. L’organizzazione ritiene necessario intervenire attraverso una politica dei prezzi che favorisca l’accesso a prodotti di qualità, stagionali e provenienti da filiere corte, consentendo ai consumatori di orientare maggiormente le proprie scelte verso queste produzioni.

Il sostegno agli agricoltori e l’accessibilità economica dei prodotti alimentari vengono così considerati due aspetti collegati della stessa trasformazione. Da una parte, la riconversione delle aziende richiederebbe risorse e incentivi dedicati; dall’altra, le politiche commerciali dovrebbero favorire una domanda orientata verso alimenti locali, biologici e vegetali. La prospettiva delineata da Greenpeace punta a intervenire sulle cause strutturali della vulnerabilità agricola, affrontando contemporaneamente il peso dei costi energetici, gli effetti della crisi climatica e le difficoltà dei piccoli produttori. In un contesto internazionale nel quale le proiezioni indicano possibili ulteriori rincari alimentari nel 2026 e nel 2027, la questione posta dall’organizzazione riguarda quindi non soltanto l’andamento dei prezzi, ma anche la capacità dell’agricoltura di continuare a produrre cibo economicamente accessibile senza aggravare la pressione sulle risorse ambientali e sulle aziende agricole.