Due gruppi di modelli, analizzati mantenendo lo stesso contesto di forte El Niño e QBO occidentale, mostrano una possibile impronta dell’indebolimento del vortice polare soprattutto nel primo mese dell’inverno: più freddo su parte degli Stati Uniti centrali e orientali e tra Scandinavia ed Europa nordorientale. È un segnale statistico da interpretare con cautela, non una previsione per l’inverno 2026/2027. Un riscaldamento stratosferico improvviso, o SSW, è un evento in cui la circolazione del vortice polare può indebolirsi bruscamente e, nei casi maggiori, i venti occidentali nella stratosfera polare possono invertirsi.
Le conseguenze non restano necessariamente confinate alle quote più alte: quando l’anomalia si propaga verso il basso può contribuire a modificare la circolazione troposferica, spostando la corrente a getto e favorendo configurazioni di pressione associate a irruzioni fredde in alcune regioni dell’emisfero nord. Questo collegamento, però, non è automatico: l’impronta alla superficie varia da evento a evento e la normale variabilità atmosferica può attenuarla o modificarla.
Per capire che cosa potrebbe aggiungere un collasso del vortice polare a un inverno dominato da El Niño forte e QBO occidentale, l’autore delle mappe ha confrontato due insiemi di simulazioni distinti. Nel primo, basato su 80 corse climatiche CMIP6, sono stati selezionati 32 inverni con un collasso precoce del vortice e 565 senza, tutti appartenenti al contesto di El Niño forte e QBO occidentale. Nel secondo, basato sulle previsioni stagionali retrospettive ECMWF SEAS5, sono stati messi a confronto 109 membri con il collasso e 444 senza, confrontando ciascun gruppo con membri della stessa previsione e mantenendo così uguali le condizioni iniziali del sistema oceanico e il contesto tropicale previsto.
Il confronto non risponde alla domanda ‘che tempo farà davvero nell’inverno 2026/2027?‘, ma a una domanda più circoscritta: quale differenza media compare nelle simulazioni quando, a parità delle condizioni considerate, è presente anche il collasso precoce? Le mappe mostrano quindi uno scarto tra due compositi. Se, per esempio, il valore di partenza in una certa area fosse un’anomalia positiva di 3 gradi e il segnale del collasso aggiungesse una differenza di −1 grado, il risultato resterebbe comunque di +2 gradi rispetto alla climatologia: la mappa non direbbe che quella zona sarà fredda, ma soltanto che nel gruppo con il collasso risulta meno calda rispetto al gruppo senza.

Il segnale più coerente compare a dicembre
È dicembre il mese in cui i due insiemi di simulazioni mostrano la somiglianza più chiara. Sulla parte centrale e orientale degli Stati Uniti emerge una differenza media di circa 1-3°F, equivalente a circa 0,6-1,7°C, verso temperature più basse rispetto agli inverni senza collasso; nello stesso confronto, l’area intorno alla baia di Hudson e una parte del Canada settentrionale presentano invece un segnale relativamente più mite. Anche in Europa le mappe indicano una possibile riduzione delle temperature tra Scandinavia ed Europa nordorientale, nell’ordine di 1-2°C, insieme a una distribuzione della pressione che suggerisce valori più alti alle alte latitudini e più bassi sull’Atlantico.
Una configurazione di questo tipo può favorire, in termini medi, una circolazione più ondulata e uno spostamento delle correnti occidentali, aumentando la possibilità che aria più fredda raggiunga alcune aree degli Stati Uniti e dell’Europa settentrionale o orientale. Non significa, tuttavia, che il freddo si disporrebbe in modo uniforme, né che l’Italia sarebbe necessariamente coinvolta: le mappe descrivono un segnale regionale e su larga scala, mentre l’esito su singoli Paesi dipenderebbe dalla posizione concreta dei centri di alta e bassa pressione e dall’evoluzione della corrente a getto.
Da gennaio il segnale diventa meno uniforme
Dopo dicembre la coerenza tra i due gruppi si riduce. Le simulazioni CMIP6 attenuano o ridistribuiscono il segnale nei mesi successivi, mentre SEAS5 mantiene alcune differenze fredde sul settore centrale degli Stati Uniti e tra Scandinavia ed Europa orientale anche in gennaio e, in parte, in febbraio. Questa divergenza suggerisce che la persistenza dell’impronta non è ben definita: i due sistemi concordano soprattutto sulla possibile risposta iniziale, ma non raccontano con la stessa sicurezza quanto a lungo essa potrebbe durare.
Anche la presenza dei puntini sulle mappe va letta con attenzione: indica le aree in cui la differenza supera la soglia statistica adottata nell’analisi, pari al 90%, ma non equivale a una probabilità del 90% che quell’area registri davvero temperature più basse nell’inverno in arrivo. È un’indicazione sulla robustezza statistica della differenza nei campioni analizzati, che resta condizionata dalla numerosità dei gruppi, dalla loro variabilità e dalle scelte metodologiche. In particolare, 32 casi con collasso costituiscono un campione molto più piccolo dei 565 senza: il gruppo numeroso fornisce una stima più stabile del riferimento medio, mentre quello ridotto può rendere il risultato più sensibile ai singoli casi.
La letteratura scientifica conferma che gli SSW possono lasciare una traccia al suolo anche per settimane, soprattutto attraverso variazioni della circolazione nell’area nordatlantica e una possibile fase negativa della NAO, ma mostra anche quanto l’impatto possa cambiare da un evento all’altro. In media, la risposta è riconoscibile nei compositi, mentre non tutti gli eventi si propagano verso la superficie nello stesso modo o con la stessa intensità.
C’è poi un limite decisivo: un evento così precoce, associato proprio a El Niño forte e QBO occidentale, non dispone di un campione osservativo adeguato per essere studiato direttamente. Il confronto dei modelli è quindi utile per esplorare un possibile segnale, ma non sostituisce un’osservazione reale né può stabilire in anticipo quale sarà la circolazione dell’intero inverno. Anche le previsioni stagionali ECMWF sono costruite come insiemi di simulazioni e forniscono informazioni probabilistiche sulle condizioni medie, non una sequenza dettagliata del tempo che farà in ogni località.
La conclusione più prudente è che un eventuale collasso del vortice polare nei primi giorni di novembre potrebbe aumentare le possibilità di una configurazione favorevole al freddo su alcune aree dell’emisfero nord, con il segnale più condiviso a dicembre. Le simulazioni non mostrano però un inverno freddo garantito, e non autorizzano a dedurre una previsione specifica per l’Italia. Il contributo dell’SSW sarebbe uno dei fattori in gioco, accanto all’evoluzione dell’oceano, alla circolazione troposferica e alla variabilità interna dell’atmosfera.
Per la seconda fase dell’analisi è previsto l’utilizzo di un insieme CMIP6 più ampio e la possibile realizzazione di simulazioni personalizzate, così da verificare se il segnale di dicembre resiste all’aumento del campione e se le differenze tra i modelli dipendono dalla durata, dall’intensità o dalla propagazione verso il basso del collasso. Per ora, la risposta alla domanda iniziale resta circoscritta: l’evento potrebbe caricare le probabilità a favore di alcune anomalie fredde, soprattutto a dicembre, ma non può decidere da solo come sarà l’inverno 2026/2027.
