Terremoti, dal Tirreno ai Campi Flegrei cresce la paura di un effetto domino: il Prof. Warner Marzocchi spiega perché le due crisi sismiche non sono collegate

Dalla fisica delle faglie alla pressione che interessa il sottosuolo dei Campi Flegrei, Warner Marzocchi accompagna i lettori nella comprensione dei meccanismi sismici, spiegando perché magnitudo, profondità e distanza dall'epicentro determinano effetti differenti sul territorio

Nelle ultime settimane, il susseguirsi di eventi sismici nel bacino del Mediterraneo centrale ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica sulla dinamica della crosta terrestre nell’Italia meridionale. La complessa sequenza sismica localizzata nel Tirreno Meridionale, caratterizzata da scosse preliminari di magnitudo superiore a 4 prima dell’evento di magnitudo momento Mw 5.5 e da centinaia di repliche, si è sovrapposta temporalmente alla prolungata crisi bradisismica in corso nella caldera dei Campi Flegrei, dove sciami superficiali e deformazioni del suolo continuano a mettere a dura prova la resilienza emotiva della popolazione flegrea e napoletana.

Questa compresenza temporale ha alimentato, nel dibattito mediatico e sui social network, la suggestione di un presunto ‘contagio sismico’: l’idea pseudoscientifica che l’attivazione di una faglia profonda in mare possa propagarsi a catena fino ai condotti magmatici e idrotermali della Campania. Al contempo, la dinamica atipica dello sciame tirrenico ha evidenziato quanto l’intuizione comune sia spesso disallineata rispetto alla fisica dei terremoti, rimanendo legata al rassicurante, ma fallace, schema deterministico della ‘scossa forte a cui seguono repliche a sfumare’.

Per fare chiarezza con il massimo rigore analitico, abbiamo intervistato il professor Warner Marzocchi, Ordinario di Geofisica della Terra Solida presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (DiSTAR) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Già dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il professor Marzocchi è una delle massime autorità mondiali nella sismologia statistica e nella fisica delle sorgenti sismiche, nonché tra i padri fondatori dell’Operational Earthquake Forecasting (OEF), il sistema di previsione sismica probabilistica operativa adottato ufficialmente in Italia.

Nel corso di questo colloquio, Marzocchi smonta scientificamente l’ipotesi di qualsiasi interazione a distanza tra Tirreno e Campi Flegrei, chiarisce l’inconsistenza concettuale delle etichette foreshock e aftershock durante una crisi in corso, illustra il significato reale delle percentuali probabilistiche dell’OEF e richiama il Paese alla sola vera via di salvezza: la prevenzione della vulnerabilità edilizia in tempo di pace.

L’intervista a Warner Marzocchi

La paura del ‘contagio sismico’: Lo sciame sismico nel Tirreno Meridionale e la crisi bradisismica con sciami ravvicinati ai Campi Flegrei alimentano tra la popolazione l’idea di un’Italia meridionale “in fermento”, dove un terremoto possa innescare l’altro o riattivare condotti vulcanici. Dal punto di vista della fisica della Terra e del trasferimento dello stress tettonico a lungo raggio, esiste una correlazione tra questi due domini o parliamo di motori geodinamici del tutto indipendenti?

“Allo stato attuale delle conoscenze, la crisi bradisismica dei Campi Flegrei e la sequenza sismica nel Tirreno sono fenomeni indipendenti, caratterizzati da dinamiche e scale temporali molto diverse: dell’ordine di anni per la crisi bradisismica e di settimane o pochi mesi per una sequenza tettonica come quella in corso nel Tirreno. Il cosiddetto ‘contagio’ sismico si riferisce al fatto che un forte terremoto, o un’intensa sequenza sismica, può aumentare temporaneamente la probabilità che si verifichino altri terremoti nelle vicinanze, sia nello spazio sia nel tempo. Questo effetto si manifesta generalmente su scale spaziali limitate, tipicamente di pochi chilometri, che possono diventare più ampie nel caso di terremoti di magnitudo particolarmente elevata. Anche la durata dell’interazione può variare, da pochi giorni a diversi mesi, ma l’effetto tende progressivamente a esaurirsi. Nel caso specifico, non vi sono evidenze scientifiche che suggeriscano un collegamento tra la sequenza sismica nel Tirreno e la crisi bradisismica dei Campi Flegrei. I fenomeni di interazione sismica a grande distanza sono possibili in particolari condizioni, ma non esistono elementi che facciano ritenere plausibile un’attivazione della crisi flegrea da parte della sequenza nel Tirreno, a centinaia di chilometri di distanza”.

La complessità degli sciami e delle sequenze atipiche: La sequenza del Tirreno meridionale ha sorpreso per la presenza di diversi foreshock sopra magnitudo 4 prima della scossa principale Mw 5.5, seguita da un’attività incessante. In sismologia statistica, cosa distingue uno sciame puro da una sequenza articolata a fagliazione multipla, e perché queste crisi mettono a dura prova l’intuizione comune che si aspetta sempre il classico schema ‘scossa forte e repliche a sfumare’?

“I modelli utilizzati per descrivere l’evoluzione delle sequenze sismiche non distinguono a priori tra foreshock, mainshock e aftershock. Si tratta infatti di definizioni che possono essere attribuite con certezza solo a posteriori, quando l’evoluzione della sequenza è ormai nota. Un esempio emblematico è la sequenza sismica del Centro Italia del 2016. Dopo il terremoto di Amatrice, inizialmente considerato il mainshock, ci si attendeva una sequenza di repliche (aftershock). Successivamente, però, si sono verificati i terremoti di Visso e, infine, quello di Norcia, di magnitudo ancora maggiore. Quale di questi eventi dobbiamo allora considerare il mainshock? Se adottiamo il criterio della magnitudo più elevata, il terremoto di Amatrice dovrebbe essere classificato come foreshock. Questo esempio mostra quanto tali definizioni siano poco utili per descrivere e prevedere l’evoluzione di una sequenza mentre è ancora in corso. I modelli statistici di sismicità descrivono invece la capacità di ogni terremoto di favorire il verificarsi di eventi successivi, in funzione della sua magnitudo e della distanza spaziale e temporale. Un aspetto fondamentale è che, sulla base delle conoscenze attuali e nell’ambito di questi modelli, la magnitudo dei terremoti innescati non dipende da quella degli eventi precedenti. Di conseguenza, un terremoto successivo può avere una magnitudo anche superiore a quella dell’evento che ne ha favorito l’occorrenza. Non esiste quindi una regola secondo cui i terremoti di una sequenza debbano necessariamente diminuire di magnitudo nel tempo: i terremoti di grande magnitudo diventano meno probabili solo perché il numero di eventi innescati diminuisce nel tempo”.

L’Operational Earthquake Forecasting (OEF) e il nodo delle probabilità: Lei è stato tra i padri della previsione sismica probabilistica operativa (OEF), adottata ufficialmente dall’INGV. Quando si apre uno sciame o avviene una forte scossa, la probabilità che si verifichi un evento di magnitudo superiore nell’immediato futuro aumenta di ordini di grandezza, pur restando in termini assoluti a valori percentuali molto bassi. Come si traduce questo paradosso probabilistico senza scadere nell’allarmismo ingiustificato o, al contrario, nella falsa rassicurazione?

“L’utilizzo pratico di queste informazioni è ancora oggetto di discussione e approfondimento. Si tratta, tuttavia, di informazioni importanti, anche quando le probabilità associate sono relativamente basse. Per fare un esempio, chi sarebbe disposto a prendere un aereo sapendo che la probabilità di un incidente è anche solo di pochi punti percentuali? Probabilmente nessuno. Questo esempio evidenzia come il significato di una probabilità non possa essere valutato indipendentemente dalle possibili conseguenze dell’evento. La comunicazione dei rischi associati a fenomeni a bassa probabilità ma ad alto impatto rappresenta infatti una sfida ancora aperta, non soltanto in ambito sismologico, ma anche in molti altri settori. È un tema complesso, sul quale si sta lavorando attivamente, anche attraverso la collaborazione con esperti di comunicazione del rischio, per individuare modalità sempre più efficaci e comprensibili di trasmettere queste informazioni alla popolazione e ai decisori”.

Campi Flegrei tra sollevamento, fluidi e sismicità crostale: Nei Campi Flegrei la popolazione convive con terremoti superficiali, boati e sollevamento del suolo. Qual è la differenza strutturale profonda tra la genesi di un terremoto tettonico profondo in mare e la sismicità flegrea, guidata dallo stiramento della crosta sovrastante e dalla pressione idrotermale? Fino a che punto la sismologia quantitativa riesce a monitorare la resistenza delle rocce flegree?

“La principale criticità dei terremoti ai Campi Flegrei è legata alla loro profondità molto ridotta. Anche eventi di magnitudo moderata, ad esempio intorno a 4, possono infatti produrre scuotimenti particolarmente intensi nelle immediate vicinanze dell’epicentro, con effetti potenzialmente significativi sugli edifici e sulle infrastrutture. L’intensità dello scuotimento tende però a diminuire rapidamente all’aumentare della distanza.

I terremoti tettonici si verificano spesso a profondità maggiori rispetto a quelli dei Campi Flegrei. Di conseguenza, a parità di magnitudo e di altre condizioni, ci si attendono scuotimenti meno intensi in superficie, soprattutto in prossimità dell’epicentro. Per produrre scuotimenti altrettanto intensi sono quindi generalmente necessarie magnitudo più elevate. Queste ultime, insieme alla maggiore profondità della sorgente, possono determinare una distribuzione dello scuotimento su un’area geografica significativamente più estesa.

È importante sottolineare, tuttavia, che dal punto di vista dei meccanismi fisici, la grande maggioranza dei terremoti registrati ai Campi Flegrei presenta caratteristiche del tutto analoghe a quelle dei terremoti tettonici. Si tratta infatti prevalentemente di eventi dovuti alla fratturazione e allo scorrimento lungo faglie, in risposta alle variazioni dello stato di sforzo nella crosta terrestre”.

Psicologia del rischio e convivenza con l’incertezza: Uno sciame sismico prolungato mina profondamente la stabilità emotiva delle comunità, generando uno stato di ipervigilanza e stanchezza psicologica cronica. Qual è l’approccio corretto con cui il mondo scientifico e le istituzioni devono comunicare il rischio alle popolazioni esposte, evitando sia la retorica del ‘non si può prevedere nulla’ sia formule tecnocratiche incomprensibili?

“La nostra scienza può diventare realmente utile alla società solo se i risultati vengono comunicati in modo corretto, chiaro e comprensibile. Una comunicazione efficace, tuttavia, richiede competenze che vanno ben oltre la conoscenza dei processi fisici: non basta produrre informazioni scientificamente solide, occorre anche saperle trasmettere e contestualizzare adeguatamente. Su questi temi sono in corso numerose iniziative, sia a livello nazionale sia internazionale, volte a migliorare la comunicazione del rischio. Un aspetto fondamentale è riconoscere che l’efficacia della comunicazione dipende anche dalle caratteristiche delle persone a cui è rivolta, dalla loro percezione del rischio e dal diverso grado di tolleranza nei confronti dell’incertezza e delle possibili conseguenze degli eventi”.

Dalla paura alla resilienza strutturale: In Italia si continua a discutere di terremoti quasi esclusivamente durante l’emergenza emotiva delle scosse, dimenticando che il vero fattore discriminante non è la magnitudo in sé, ma la qualità del costruito e la vulnerabilità edilizia. Quali passi avanti decisivi deve compiere la cultura della prevenzione civile nel nostro Paese per trasformare la paura in sicurezza reale?

“È una domanda difficile, perché tocca un aspetto profondamente radicato nella natura umana: tendiamo a preoccuparci dei rischi soprattutto quando li percepiamo come imminenti, mentre è molto più difficile mantenere alta l’attenzione nei periodi di apparente tranquillità. Non esiste una soluzione semplice a questo problema, ma ne siamo pienamente consapevoli. Proprio per questo sono in corso numerose iniziative, anche da parte della Protezione Civile, volte a promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi e, soprattutto, a favorire una cultura della prevenzione che non dipenda soltanto dall’emergenza del momento. C’è la piena consapevolezza della necessità di proseguire su questa strada, continuando a individuare e sviluppare strategie sempre più efficaci”.

I Punti Chiave dell’Intervista

  • Indipendenza assoluta tra Tirreno e Campi Flegrei: Non esiste alcuna evidenza fisica o meccanica di interazione a distanza. I due fenomeni rispondono a motori geodinamici scorrelati, separati da centinaia di chilometri e operanti su scale temporali disomogenee (settimane/mesi per le faglie del Tirreno, anni per il bradisismo flegreo).
  • Superamento del concetto di mainshock a priori: Termini come foreshock (scossa premonitrice), mainshock (scossa principale) e aftershock (replica) hanno senso solo a posteriori. Nei modelli statistici moderni, ogni evento può innescare scosse successive la cui magnitudo è indipendente da quella dell’evento innescante (come dimostrato drammaticamente da Amatrice, Visso e Norcia nel 2016).
  • Fisica della sismicità flegrea: I terremoti ai Campi Flegrei sono puramente tettonici nella loro modalità di rottura (scorrimento e fratturazione lungo piani di faglia in risposta a variazioni di stress). La loro estrema violenza percepita in superficie deriva unicamente dalla bassissima profondità ipocentrale (1-3 km), che concentra lo scuotimento su un’area ristretta.
  • Il paradosso della probabilità OEF: L’aumento temporaneo della probabilità di un forte evento durante una sequenza attiva (anche se pari a pochi punti percentuali) non può essere liquidato come irrilevante: l’accettabilità del rischio va parametrata alla gravità dell’impatto potenziale (l’esempio del volo aereo).
  • La trappola della memoria corta: La sfida della prevenzione sismica in Italia è anzitutto psicologica e culturale: contrastare la tendenza umana a dimenticare il rischio appena cessa l’emergenza immediata, spostando risorse e attenzione sulla vulnerabilità strutturale del costruito.

Le conclusioni

L’analisi del professor Warner Marzocchi riconduce il dibattito sulla sismicità italiana entro i binari rigorosi della fisica terrestre e della modellistica probabilistica, spazzando via le semplificazioni sensazionalistiche che ciclicamente affiorano sui media generalisti. L’idea suggestiva di una penisola percorsa da invisibili ‘vasi comunicanti’ in grado di trasmettere terremoti dal Tirreno ai Campi Flegrei si scontra con l’evidenza empirica: il trasferimento di stress dinamico o statico a lungo raggio richiede condizioni eccezionali e non trova alcun riscontro nella geodinamica dell’Italia meridionale. Comprendere che ogni sequenza sismica possiede una propria anatomia e che i terremoti non obbediscono a schemi deterministici decrescenti è il primo passo per maturare una reale consapevolezza scientifica.

Allo stesso tempo, il parallelismo tracciato tra la sismicità profonda e quella iper-superficiale dei Campi Flegrei evidenzia come il fattore dominante per la sicurezza dei cittadini non risieda nel numero assoluto della magnitudo, bensì nel picco di accelerazione al suolo (PGA) e nella qualità dell’edilizia storica e moderna. La vera sfida per l’Italia non è inseguire la chimera della previsione esatta al minuto, ma imparare a gestire l’incertezza probabilistica fornita dalla sismologia operativa, trasformandola in interventi strutturali permanenti prima che la faglia decida di muoversi.

Chi è Warner Marzocchi

Warner Marzocchi è Professore Ordinario di Geofisica della Terra Solida presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse (DiSTAR) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Fellow dell’American Geophysical Union (AGU), ha ricoperto per anni il ruolo di Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). È riconosciuto a livello internazionale come uno dei massimi pionieri della sismologia statistica, dell’analisi di pericolosità sismica e vulcanica e dello sviluppo dell’Operational Earthquake Forecasting (OEF), avendo presieduto e coordinato commissioni scientifiche internazionali per la quantificazione e la comunicazione del rischio sismico.