Il 3 gennaio 1117, un forte terremoto scosse il Nord Italia. Un manoscritto del XII secolo, conservato oggi nella Biblioteca Vaticana, descrive ciò che accadde in seguito: “anche i laghi si alzarono a tal punto che ben pochi tra gli abitanti dei villaggi vicini scamparono al pericolo”. Raramente si pensa ai laghi come a luoghi in cui possano verificarsi tsunami. Eppure, il delta formato da un fiume all’interno di un lago può cedere: i sedimenti che scivolano verso le acque profonde spingono la massa d’acqua sovrastante, generando onde. Uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Communications, dimostra che, nel caso del Lago d’Iseo, l’attività umana ha aumentato per secoli – e a sua insaputa – il rischio di tali crolli, e che oggi quel pericolo è tornato.
Lo studio è stato condotto da Muhammad Naveed Zafar, la cui tesi di dottorato sugli tsunami lacustri è stata co-supervisionata da Denys Dutykh e dal geologo Pierre Sabatier presso l’Università Savoie Mont Blanc, in Francia. Insieme a William Rapuc, Raphaël Paris, Andrea Piccin, Pascal Vuillemin e Flavio Anselmetti, i ricercatori hanno integrato geologia, storia e simulazioni al computer.
Un delta alimentato da 2.000 anni di agricoltura
Il Lago d’Iseo si trova ai piedi della Val Camonica, una delle valli più ampie delle Alpi meridionali. Il fiume che lo alimenta, l’Oglio, ha formato un grande delta all’estremità settentrionale del bacino. Fin dall’epoca romana, il disboscamento, l’agricoltura e il pascolo hanno esposto i versanti della valle all’erosione, triplicando la quantità di sedimenti che raggiungono il lago. Il delta è cresciuto rapidamente, rendendo il suo fronte sommerso ripido e sovraccarico. Un primo cedimento si era già verificato nel VI secolo; nei sei secoli successivi, l’erosione ha nuovamente accumulato materiale, riportando il fronte in una condizione di instabilità.
Due crolli, a un secolo di distanza l’uno dall’altro
Due terremoti – uno nel 1117 e l’altro il giorno di Natale del 1222 – hanno innescato il cedimento del fronte sovraccarico. L’analisi di carote di sedimento e i profili sismici, che permettono di visualizzare gli strati del sottosuolo lacustre mediante onde sonore, mostrano entrambi gli eventi come i depositi più spessi presenti nel bacino profondo. Il primo evento ha spostato circa 62 milioni di metri cubi di sedimenti, una quantità sufficiente a riempire un cubo con un lato di quasi 400 metri. Il secondo, un secolo dopo, ne ha spostati circa 10 milioni di metri cubi: il fiume, costantemente alimentato dall’erosione, aveva nel frattempo ricostruito il fronte del delta.
Per trasformare questi strati in onde, Naveed ha utilizzato la configurazione attuale del delta come base di partenza precedente a ogni crollo, ricavandovi una sorta di “cicatrice” corrispondente al volume di materiale finito nel bacino profondo. Ha quindi simulato gli smottamenti trattandoli come una massa di fango che rimane rigida finché non viene sottoposta a una spinta sufficiente, per poi iniziare a scorrere. Nel modello, la massa del 1117 si propaga per oltre 10 chilometri lungo il lago, e i depositi risultanti coincidono con quanto rilevato dai carotaggi e dai profili del fondale.

Un’onda sulla riva nel giro di un minuto
Il movimento del fango rimodella il fondale lacustre istante dopo istante, costringendo l’acqua a seguire tale dinamica. Le onde del 1117 presentano una lunghezza di circa 5,5 chilometri, pari a circa 22 volte la profondità massima del lago, che è di 250 metri. In onde di tale lunghezza, l’acqua si sposta quasi come un unico blocco, dalla superficie fino al fondale; pertanto, risultano applicabili le equazioni per le acque basse utilizzate per gli tsunami oceanici.
Un modello più completo, che tiene conto degli effetti responsabili della classificazione delle onde in base alla loro lunghezza, ha prodotto risultati pressoché identici per quanto riguarda le caratteristiche e i tempi delle onde. Le onde lunghe si propagano a una velocità pari alla radice quadrata del prodotto tra accelerazione di gravità e profondità: nel caso specifico, circa 50 metri al secondo, ovvero 180 chilometri orari.
Nelle simulazioni del nuovo studio, l’onda del 1117 ha raggiunto le rive adiacenti al delta nel giro di un minuto, risalendo per circa 50 metri e inondando la pianura del fiume Oglio fino a una distanza di 2,7 chilometri verso l’entroterra. Monte Isola, l’isola al centro del lago, ha agito da spartiacque, offrendo una parziale protezione alle sponde meridionali: a Iseo, il livello dell’acqua si è innalzato di circa 5,5 metri, da 6 a 7 minuti dopo il crollo. Il cedimento di minore entità avvenuto nel 1222 ha invece generato onde di circa 13 metri. Questi dati derivano da modelli matematici e variano in base alle modalità del cedimento del delta: ipotizzando che la frana del 1117 abbia avuto origine a una profondità maggiore – 45 o 75 metri sotto la superficie – l’altezza dell’onda risultante sarebbe stata, rispettivamente, di circa 22 o 11 metri.
La testimonianza delle cronache medievali
La storia conferma questa ricostruzione. Oltre alle cronache, sappiamo che la pieve di Sant’Andrea a Iseo fu in gran parte ricostruita subito dopo il 1117. Non è possibile stabilire con certezza se i danni siano stati causati dalle scosse sismiche, dall’acqua o da entrambi i fattori; tuttavia, nella simulazione, l’onda del 1117 inonda il tratto di costa antistante l’edificio. Anche in seguito al terremoto del 1222, gli archeologi hanno rilevato danni estesi in diverse località attorno al lago. I modelli trovano riscontro anche in un’assenza: dietro Monte Isola, all’estremità meridionale del lago, le simulazioni indicano onde inferiori a un metro; inoltre, i carotaggi effettuati nella torbiera della riserva naturale delle Torbiere del Sebino non hanno rivelato depositi riconducibili a uno tsunami.
Il pericolo è tornato
Dopo il 1222, la pressione sul territorio si è allentata per un certo periodo – in particolare durante la peste nera – per poi aumentare bruscamente dal 1661 in poi, raggiungendo l’apice nell’era industriale. Otto secoli di erosione hanno ricostruito il delta. Oggi, le sponde del Lago d’Iseo sono tra le più densamente edificate dell’intero arco alpino italiano. Un nuovo crollo scatenerebbe un’onda capace di raggiungere le rive settentrionali in meno di un minuto: un lasso di tempo troppo breve per qualsiasi allerta; per le zone più distanti, un eventuale sistema di avviso lascerebbe comunque un margine di tempo assai limitato.
Il Lago d’Iseo non è un caso isolato. La presenza di strati molto spessi nei bacini profondi dei laghi di Garda e di Como suggerisce che anche i loro versanti, sovraccaricati, siano crollati in occasione di terremoti avvenuti nel Medioevo; complessivamente, le sponde di questi tre laghi ospitano oltre 370.000 persone. Altrove – dal Lago di Ginevra fino all’Alaska e alla Nuova Zelanda – il cedimento di delta situati su versanti appesantiti dall’erosione ha dato origine a tsunami lacustri.
