Ucraina, nei negoziati Usa-Russia spunta l’affare Lukoil da 20 miliardi: petrolio e diplomazia si intrecciano

Secondo il New York Times, la possibile cessione degli asset internazionali del colosso russo è entrata nei colloqui tra Washington e Mosca

La trattativa per provare a mettere fine alla guerra in Ucraina si sta intrecciando con una delle più importanti operazioni economiche riguardanti il settore energetico russo dall’inizio del conflitto. Sul tavolo dei rapporti tra Washington e Mosca sarebbe infatti entrata anche la possibile vendita degli asset internazionali di Lukoil, un portafoglio valutato intorno ai 20 miliardi di dollari che comprende giacimenti petroliferi, raffinerie e reti di distribuzione in diversi Paesi. A ricostruire il dossier è il New York Times, secondo cui la questione sarebbe stata discussa direttamente nell’ambito dei negoziati condotti dall’amministrazione di Donald Trump con la Russia.

Reuters ha rilanciato la ricostruzione del quotidiano statunitense, precisando che l’eventuale operazione richiederebbe l’approvazione sia delle autorità degli Stati Uniti sia del Cremlino. La partita supera quindi ampiamente i confini di una normale compravendita societaria. Da una parte c’è il tentativo di trovare una soluzione diplomatica al conflitto ucraino, dall’altra il futuro di una quota importante delle attività estere di uno dei principali gruppi petroliferi russi. E in mezzo si muove una rete di investitori americani e mediorientali che, secondo la ricostruzione pubblicata negli Stati Uniti, presenta legami economici e personali con alcuni dei protagonisti dei negoziati diplomatici.

Lukoil, un portafoglio internazionale da circa 20 miliardi di dollari

Al centro del dossier c’è Lukoil International GmbH, la società interamente controllata dal gruppo russo attraverso cui sono detenute numerose attività internazionali. Il portafoglio comprende partecipazioni nel settore dell’estrazione di idrocarburi, impianti di raffinazione e reti commerciali. La vendita delle attività estere non nasce però dai negoziati di queste settimane. Il processo è stato avviato dopo l’introduzione di misure restrittive nei confronti di Lukoil e delle sue controllate. Già il 27 ottobre 2025 la compagnia aveva annunciato ufficialmente l’intenzione di vendere le proprie attività internazionali, spiegando che il procedimento sarebbe stato realizzato nell’ambito delle autorizzazioni previste dall’Office of Foreign Assets Control, l’OFAC del Tesoro statunitense. Il passaggio successivo era arrivato il 29 gennaio 2026, quando Lukoil aveva annunciato un accordo con il gruppo d’investimento americano Carlyle per la vendita di Lukoil International GmbH. La stessa società russa aveva tuttavia chiarito che l’accordo non era esclusivo e che continuavano le trattative con altri potenziali compratori. La conclusione dell’operazione restava inoltre subordinata alle necessarie autorizzazioni regolamentari, compreso il via libera dell’OFAC. È in questo scenario ancora aperto che si sarebbe inserito il nuovo consorzio guidato dall’investitore americano Todd Boehly.

Todd Boehly alla guida del gruppo interessato agli asset russi

Secondo la ricostruzione del New York Times, uno dei gruppi interessati all’acquisto degli asset internazionali di Lukoil sarebbe guidato proprio da Todd Boehly, finanziere statunitense noto per i suoi numerosi investimenti e sostenitore politico di Donald Trump. Il quotidiano americano riferisce che Boehly ha versato 2 milioni di dollari a iniziative politiche collegate al presidente statunitense. Accanto a lui si muoverebbero investitori del Medio Oriente e anche un soggetto riconducibile al governo degli Stati Uniti. La configurazione del consorzio rende l’operazione particolarmente rilevante dal punto di vista geopolitico. Non si tratterebbe soltanto di trasferire una serie di asset petroliferi da un grande gruppo russo a investitori occidentali o mediorientali, ma di costruire un’operazione capace potenzialmente di diventare uno dei primi grandi simboli economici di una possibile riapertura nei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Reuters, riportando l’inchiesta del New York Times, conferma che tra i soggetti coinvolti figurano Boehly, gruppi d’affari mediorientali collegati alle famiglie di Jared Kushner e Steve Witkoff e un’entità del governo americano.

Putin avrebbe portato personalmente l’affare al tavolo del 5 settembre

Il dettaglio politicamente più significativo riguarda il modo in cui la questione Lukoil sarebbe entrata nei colloqui diplomatici. Secondo il New York Times, sarebbe stato direttamente il presidente russo Vladimir Putin a sollevare la questione durante l’incontro del 5 settembre 2026 al Cremlino con Steve Witkoff e Jared Kushner, impegnati per conto dell’amministrazione Trump nel tentativo di riaprire un percorso negoziale sulla guerra in Ucraina. Reuters ha confermato l’esistenza della ricostruzione secondo cui Putin avrebbe presentato l’operazione come un possibile segnale della sopravvivenza e della futura ripresa delle relazioni commerciali fra Mosca e Washington. L’incontro del 5 settembre è un fatto documentato. Quel giorno Witkoff e Kushner incontrarono Putin al Cremlino per discutere una possibile ripresa dei negoziati sull’Ucraina. Il faccia a faccia durò oltre tre ore. Nelle immagini diffuse al termine dell’incontro compaiono Putin, Kushner e Witkoff seduti al tavolo negoziale. Reuters riferì inoltre che il presidente russo aveva definito utili i contatti tra Mosca e Washington e aveva sottolineato la disponibilità della Russia a lavorare con gli inviati americani. È quindi all’interno di un negoziato formalmente dedicato alla ricerca di una soluzione alla guerra russo-ucraina che, secondo la ricostruzione giornalistica, sarebbe comparsa anche la questione del futuro degli asset petroliferi di Lukoil.

Petrolio e pace, il possibile significato politico dell’operazione

Per Mosca, una cessione di queste dimensioni a un gruppo fortemente caratterizzato dalla presenza di capitale americano e mediorientale potrebbe assumere un significato ben più ampio del semplice incasso finanziario. L’operazione potrebbe rappresentare un segnale concreto della possibilità di riaprire gradualmente i rapporti economici con gli Stati Uniti dopo anni segnati da sanzioni, restrizioni finanziarie e progressivo isolamento delle grandi imprese russe dai mercati occidentali. Proprio questa sovrapposizione spiega perché una transazione industriale riguardante raffinerie, giacimenti e stazioni di servizio possa essere diventata un elemento del confronto diplomatico tra Trump e Putin. Lukoil, del resto, è un attore di dimensioni globali. La società si presenta come una delle maggiori compagnie petrolifere e del gas integrate al mondo e attribuisce alle proprie attività oltre il 2% della produzione mondiale di greggio e circa l’1% delle riserve provate di idrocarburi. Il passaggio delle sue attività estere a nuovi proprietari modificherebbe quindi gli equilibri proprietari di infrastrutture energetiche rilevanti in diversi mercati.

I rapporti economici che aprono la questione dei possibili conflitti di interesse

La parte più delicata della vicenda riguarda i rapporti tra alcuni dei potenziali investitori e gli uomini che stanno conducendo i colloqui con il Cremlino. Secondo il New York Times, tra i soggetti interessati figurano i fratelli Moutaz e Ramez Al-Khayyat, che hanno rapporti d’affari con Jared Kushner e Ivanka Trump attraverso un progetto immobiliare di lusso in Albania. Nel gruppo sarebbe presente inoltre un fondo di Abu Dhabi controllato dallo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, uno degli uomini più influenti degli Emirati Arabi Uniti. Tahnoon è collegato anche a World Liberty Financial, la società di criptovalute riconducibile alla famiglia Trump e alla quale è legato anche Steve Witkoff. Il Washington Post ha documentato nel febbraio 2026 una partecipazione da circa 500 milioni di dollari attraverso investitori emiratini collegati allo sceicco, per una quota del 49% nella società. Il Wall Street Journal ha inoltre riferito nel settembre 2026 che Witkoff aveva dichiarato oltre 100 milioni di dollari di redditi nel 2025 provenienti da un’entità collegata a World Liberty Financial. Secondo la stessa ricostruzione, l’investimento riconducibile a Tahnoon aveva prodotto almeno 31 milioni di dollari destinati a entità collegate alla famiglia Witkoff.

Questi collegamenti non dimostrano di per sé un interesse finanziario diretto degli emissari americani nella possibile acquisizione di Lukoil. La ricostruzione del New York Times precisa infatti che non risultano partecipazioni finanziarie dirette di Kushner o Witkoff nell’operazione. La presenza contemporanea di relazioni diplomatiche, rapporti d’affari preesistenti e soggetti economicamente collegati agli uomini impegnati nella trattativa con Mosca pone tuttavia la questione della possibile sovrapposizione tra politica estera e interessi privati. Si tratta di interrogativi sollevati dalle ricostruzioni giornalistiche, non della dimostrazione di condotte illecite da parte dei protagonisti coinvolti.

Il ruolo decisivo del Tesoro americano e dell’OFAC

Anche qualora acquirenti e venditori raggiungessero un’intesa commerciale definitiva, l’affare non potrebbe essere concluso senza l’autorizzazione delle autorità statunitensi. Il passaggio decisivo riguarda infatti l’Office of Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro Usa, che gestisce l’applicazione delle sanzioni americane. La stessa Lukoil, quando nell’ottobre 2025 annunciò la vendita delle attività internazionali, spiegò che il processo sarebbe stato condotto nell’ambito di una licenza OFAC e che, se necessario, avrebbe richiesto un’estensione delle autorizzazioni per garantire la continuità operativa delle società interessate. Quando poi, nel gennaio 2026, venne raggiunta l’intesa preliminare con Carlyle, la compagnia russa ribadì che l’operazione sarebbe stata subordinata all’autorizzazione del Tesoro americano. Di conseguenza, qualsiasi nuova proposta presentata dal consorzio Boehly dovrebbe passare dallo stesso percorso. Sul versante russo, invece, una transazione di questa portata avrebbe bisogno dell’assenso delle autorità di Mosca e, sul piano politico, il via libera decisivo dipenderebbe dal Cremlino.

L’accordo con Carlyle resta sullo sfondo

La presenza del consorzio guidato da Todd Boehly apre anche un’altra questione: il rapporto con l’accordo già annunciato tra Lukoil e Carlyle. A gennaio la società russa aveva comunicato formalmente di aver firmato un’intesa con il gruppo americano per la vendita di Lukoil International GmbH, precisando però che l’accordo non era esclusivo e che i negoziati con altri potenziali acquirenti sarebbero proseguiti. Questo dettaglio permette a Lukoil di valutare altre offerte mentre il processo autorizzativo rimane aperto. Già nei mesi precedenti il dossier aveva subito diversi cambiamenti. Nell’ottobre 2025 Gunvor Group aveva presentato un’offerta per l’acquisto di Lukoil International GmbH e la compagnia russa aveva inizialmente accettato i termini essenziali della proposta, subordinando anche in quel caso l’operazione al via libera dell’OFAC e alle altre autorizzazioni necessarie. Successivamente Lukoil aveva riferito di essere impegnata in negoziati con diversi potenziali acquirenti, sottolineando la necessità di garantire continuità alle attività e alle forniture energetiche durante il passaggio di proprietà.

Il prezzo finale resta uno dei grandi interrogativi

Nonostante la valutazione complessiva degli asset venga indicata attorno ai 20 miliardi di dollari, non è ancora noto quale potrebbe essere il prezzo effettivo di una cessione. La presenza delle sanzioni rende infatti molto più complessa la valutazione rispetto a una normale operazione di mercato. Da un lato Lukoil ha interesse a evitare una vendita a condizioni eccessivamente penalizzanti, dall’altro qualsiasi acquirente deve considerare i rischi regolamentari, geopolitici e finanziari collegati all’acquisizione di attività provenienti da una compagnia russa sottoposta a restrizioni. Il valore finale dipenderebbe inoltre dalla composizione precisa del portafoglio ceduto, dalle autorizzazioni concesse dai vari governi e dalle condizioni fissate dal Tesoro americano. La stessa operazione annunciata con Carlyle escludeva, per esempio, gli asset di Lukoil in Kazakistan, che secondo il comunicato ufficiale del gruppo sarebbero rimasti sotto il controllo della società russa.