Una regione dell’Antartide, dotata di un potenziale enorme nel rimodellare il mondo naturale e la società umana, è al contempo la meno compresa ed esplorata dal punto di vista scientifico. Un nuovo studio di revisione globale, pubblicato sulla rivista Nature Reviews Earth & Environment, auspica una campagna internazionale coordinata per studiare il Bacino Subglaciale di Wilkes, nell’Antartide orientale. Si tratta di una delle aree più importanti del pianeta per prevedere l’innalzamento futuro del livello del mare: contiene infatti una quantità di ghiaccio sufficiente a far salire il livello medio globale degli oceani di una misura stimata tra i 3 e i 4 metri.
Guidato da Matt King, docente dell’Università della Tasmania e ricercatore capo presso l’Australian Centre for Excellence in Antarctic Science, lo studio integra dati provenienti da geologia, oceanografia, climatologia, osservazioni satellitari e modelli delle calotte glaciali per fare il punto su ciò che la comunità scientifica sa – e non sa – riguardo a questo vasto bacino colmo di ghiaccio. La ricerca conclude che le significative lacune nelle osservazioni impediscono agli scienziati di prevedere con certezza la velocità dei possibili cambiamenti o quali soglie climatiche potrebbero innescare un arretramento su larga scala.
Acque inesplorate e segnali di ritiri passati
“Il Bacino Subglaciale di Wilkes è probabilmente l’ultimo luogo inesplorato dell’Antartide“, ha affermato King. “Nessuna nave si è mai avvicinata a meno di 150 chilometri dal fronte di uno dei ghiacciai chiave, il ghiacciaio Cook. Non disponiamo di dati di mappatura in situ del fondale marino e abbiamo informazioni molto limitate sulle condizioni oceaniche che potrebbero alimentare il futuro scioglimento dei ghiacci”.
Nonostante queste importanti lacune conoscitive, le prove derivanti dalle testimonianze geologiche suggeriscono che il bacino – situato in gran parte all’interno del Territorio Antartico Australiano – abbia subito un arretramento significativo durante i passati periodi di riscaldamento, sollevando interrogativi su come potrebbe reagire ai futuri cambiamenti climatici. “Le evidenze relative ai passati periodi caldi sono sufficienti a lanciare un campanello d’allarme: è una regione che dobbiamo comprendere molto meglio, eppure è difficile trovare uno scienziato in attività che vi si sia recato di persona”, ha osservato King.
Un impegno internazionale per colmare le lacune conoscitive
Lo studio è stato redatto da ricercatori provenienti da 14 Paesi e sollecita una risposta internazionale urgente per mappare la regione, migliorare le osservazioni dell’oceano e delle calotte glaciali e ridurre l’incertezza riguardo agli impatti futuri sul clima e sul livello del mare. “Se riusciremo a comprendere meglio questa regione e la sua evoluzione con maggiore precisione, saremo più preparati ad affrontare l’innalzamento del livello del mare, gli impatti climatici e le conseguenze per le comunità costiere e le infrastrutture vulnerabili in Australia, nel Pacifico e nel resto del mondo”, ha affermato King.
