Il MOSE protegge Venezia dall’acqua alta, ma il suo utilizzo sempre più frequente potrebbe avere conseguenze significative sull’equilibrio ambientale della laguna. Entro la fine del secolo, nello scenario caratterizzato dalle maggiori emissioni di gas serra, il sistema di barriere mobili potrebbe arrivare a essere chiuso per circa 248 giorni all’anno, modificando profondamente gli scambi d’acqua tra la laguna e il mare. In queste condizioni, oltre un terzo della superficie lagunare potrebbe richiedere più di 20 giorni per rinnovare le proprie acque, mentre l’aumento delle temperature aggraverebbe ulteriormente la pressione sull’ecosistema. È questo uno dei risultati più significativi di un nuovo studio dell’OGS, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports, che analizza il delicato rapporto tra le misure di adattamento ai cambiamenti climatici e le loro possibili conseguenze ambientali. La ricerca affronta una questione destinata ad assumere un’importanza crescente nei prossimi decenni: come continuare a proteggere Venezia dall’innalzamento del mare senza compromettere le condizioni ambientali di un sistema costiero particolarmente vulnerabile. L’indagine mette in evidenza un aspetto fondamentale delle strategie di adattamento climatico. Un’infrastruttura progettata per contrastare un rischio specifico può infatti produrre effetti indesiderati su altri processi naturali. Nel caso veneziano, il beneficio rappresentato dalla protezione contro le inondazioni deve essere valutato insieme alle conseguenze che un isolamento sempre più prolungato della laguna potrebbe determinare sulla circolazione e sul ricambio delle acque.
Come funziona il MOSE e perché le chiusure potrebbero aumentare
Il MOSE, acronimo di Modulo Sperimentale Elettromeccanico, è un sistema di barriere mobili realizzato per isolare temporaneamente la laguna di Venezia dal mare durante gli eventi di acqua alta. La sua funzione principale consiste nel limitare l’ingresso dell’acqua marina quando le condizioni rendono necessario proteggere la città dalle inondazioni. L’infrastruttura ha dimostrato la propria efficacia nel contenimento di questo rischio, rappresentando una misura concreta di adattamento agli effetti dei cambiamenti climatici. Il problema individuato dalla ricerca non riguarda dunque l’efficacia del MOSE nella protezione della città, ma le conseguenze che potrebbero derivare da un suo impiego molto più intenso rispetto alle condizioni attuali. Con il progressivo innalzamento del livello medio del mare, indotto dal cambiamento climatico, si prevede infatti che le chiusure diventino più frequenti e prolungate. Una condizione che, pur mantenendo la capacità di difendere Venezia dall’acqua alta, potrebbe alterare in maniera significativa il naturale collegamento idrodinamico tra la laguna e l’ambiente marino. È proprio questo equilibrio a rappresentare il centro dell’indagine scientifica. La possibilità di isolare temporaneamente la laguna costituisce un vantaggio nella gestione delle inondazioni, ma il ripetersi delle chiusure determina anche una riduzione degli scambi d’acqua. Quando tali condizioni si prolungano, il tempo necessario al rinnovo delle acque lagunari aumenta, introducendo un ulteriore elemento di pressione ambientale in un contesto già esposto agli effetti del riscaldamento climatico.
La ricerca dell’OGS: due scenari climatici fino al 2099
Per comprendere la portata di questi fenomeni, il gruppo di ricerca ha analizzato i possibili effetti futuri del MOSE attraverso due differenti scenari di emissioni di gas serra. Il primo considera un contesto caratterizzato da emissioni elevate, associato a un riscaldamento climatico particolarmente intenso. Il secondo prende invece in esame una traiettoria a basse emissioni, nella quale il contenimento dei gas serra riduce la gravità dei cambiamenti previsti. Per entrambi gli scenari sono stati considerati due distinti orizzonti temporali: la metà del secolo, tra il 2045 e il 2049, e la fine del secolo, tra il 2095 e il 2099. Le condizioni della laguna sono state inoltre esaminate ipotizzando sia l’attivazione del MOSE sia la sua assenza. Questo confronto ha permesso di analizzare i benefici e i potenziali costi ambientali dell’infrastruttura, distinguendo gli effetti della protezione dalle inondazioni da quelli legati alle modificazioni della circolazione lagunare. L’obiettivo dello studio consiste nell’identificare i cosiddetti trade-off, ovvero i bilanciamenti tra costi e benefici delle misure di adattamento climatico. I risultati confermano che il MOSE è efficace nel limitare l’innalzamento del livello marino all’interno della laguna, ma mostrano contemporaneamente un aumento significativo del tempo necessario al rinnovo delle acque. Un effetto che assume particolare rilevanza quando viene considerato insieme alla crescita delle temperature e all’intensificazione degli eventi di calore marino.
Acque sempre meno rinnovate: il rischio ambientale delle chiusure prolungate
Uno degli aspetti più importanti emersi dalla ricerca riguarda il confinamento idrodinamico della laguna di Venezia. L’attivazione delle barriere limita gli scambi con il mare e determina un rallentamento del ricambio idrico. Si tratta di un processo che potrebbe intensificarsi sensibilmente in futuro, qualora l’innalzamento del livello marino rendesse necessario mantenere il MOSE in funzione per periodi sempre più estesi. La durata del rinnovo delle acque rappresenta quindi un elemento essenziale per comprendere le possibili trasformazioni dell’ambiente lagunare. I risultati dello studio indicano che il sistema di protezione, pur mantenendo la propria efficacia contro le inondazioni, potrebbe accentuare le condizioni di isolamento della laguna. Il fenomeno risulta particolarmente significativo perché destinato a manifestarsi contemporaneamente all’aumento delle temperature, con effetti cumulativi sulle condizioni ambientali.
A sottolineare la complessità di questo rapporto è Donata Canu, ricercatrice della sezione di Oceanografia dell’OGS e prima autrice dell’articolo, che evidenzia come la protezione della città debba essere considerata insieme alle conseguenze sull’ambiente naturale. “Questo studio dimostra che, sebbene il MOSE possa salvaguardare Venezia dalle inondazioni, allo stesso tempo intensifica anche il confinamento idrodinamico che, combinandosi con le variazioni di temperatura produce una severa pressione cumulativa sul sistema lagunare”. La valutazione scientifica mette dunque in relazione due fenomeni strettamente collegati: da una parte la riduzione degli scambi idrici provocata dalle chiusure, dall’altra il riscaldamento delle acque associato ai cambiamenti climatici. La loro combinazione costituisce il principale elemento di criticità evidenziato dalla ricerca, confermando la necessità di valutare gli interventi di adattamento anche attraverso le loro possibili conseguenze ecologiche.
Lo scenario peggiore: MOSE chiuso 248 giorni e temperature oltre i 30 gradi
Le proiezioni più significative riguardano lo scenario ad alte emissioni di gas serra, nel quale il riscaldamento climatico raggiungerebbe condizioni estreme. In questo contesto, le temperature estive delle acque potrebbero superare i 30 °C per più di tre mesi all’anno, accompagnate da ondate di calore marine frequenti e prolungate. Si tratterebbe di un’evoluzione particolarmente impegnativa per l’ecosistema lagunare, chiamato a confrontarsi simultaneamente con temperature elevate e una minore capacità di rinnovo delle acque. Secondo i risultati della ricerca, in queste condizioni le chiusure del MOSE raggiungerebbero circa 248 giorni all’anno. Un valore che rende evidente quanto l’innalzamento del livello medio del mare potrebbe modificare il rapporto tra la laguna e l’ambiente marino.
L’infrastruttura, concepita per isolare temporaneamente Venezia durante gli eventi di acqua alta, sarebbe così chiamata a operare per una parte molto consistente dell’anno, aumentando sensibilmente la durata complessiva del confinamento lagunare. Le conseguenze sul ricambio idrico sarebbero altrettanto rilevanti. Oltre un terzo della laguna richiederebbe più di 20 giorni per rinnovare le proprie acque, evidenziando una trasformazione significativa delle condizioni idrodinamiche. Questo risultato assume particolare importanza perché si inserisce in un contesto di riscaldamento estremo, nel quale le temperature elevate e le ondate di calore marine contribuirebbero ad aumentare la pressione complessiva sul sistema. I dati delineano quindi uno scenario nel quale la difesa dalle inondazioni e la conservazione dell’equilibrio ambientale diventano questioni sempre più interdipendenti. Il progressivo aumento delle chiusure permetterebbe di contenere l’ingresso dell’acqua marina, ma comporterebbe allo stesso tempo una riduzione degli scambi tra la laguna e il mare. È questo il nodo centrale individuato dall’OGS: la necessità di valutare l’efficacia delle misure di adattamento non soltanto rispetto al rischio che intendono contrastare, ma anche considerando gli effetti che possono produrre sull’ecosistema.
Con meno emissioni gli impatti si dimezzano: il ruolo delle politiche climatiche
Il confronto con lo scenario a basse emissioni offre un elemento decisivo per comprendere quanto le scelte climatiche possano influenzare il futuro della laguna di Venezia. Secondo lo studio, in questo secondo scenario gli impatti risultano dimezzati rispetto a quelli previsti in presenza di elevate emissioni di gas serra. Una differenza che dimostra il ruolo fondamentale della mitigazione climatica nel contenere la gravità delle trasformazioni ambientali attese nei prossimi decenni. Il dato evidenzia che gli effetti futuri non dipendono esclusivamente dall’utilizzo del MOSE, ma anche dall’evoluzione del riscaldamento globale. Ridurre le emissioni significa infatti intervenire su una delle cause principali dei cambiamenti che rendono necessario un ricorso sempre più frequente alle barriere mobili. In questo senso, le politiche climatiche globali e le strategie locali di adattamento non rappresentano percorsi alternativi, ma strumenti complementari.
La ricerca sottolinea che soltanto la combinazione di misure locali complementari e di un’efficace mitigazione delle emissioni di gas serra può sostenere nel lungo periodo strategie di adattamento realmente sostenibili per i sistemi costieri. Il MOSE continua a rappresentare una protezione efficace contro l’innalzamento del livello marino all’interno della laguna, ma il contenimento delle emissioni assume un ruolo essenziale per limitare l’intensità delle pressioni ambientali associate al suo utilizzo futuro. Il confronto tra i due scenari mette così in evidenza una differenza sostanziale: a fronte di condizioni climatiche particolarmente severe, aumentano sia la necessità di protezione dalle inondazioni sia i possibili effetti ambientali del confinamento; in presenza di minori emissioni, invece, la pressione complessiva sull’ecosistema risulta significativamente ridotta. Un risultato che rafforza il legame tra le decisioni climatiche su scala globale e le condizioni ambientali di territori costieri specifici.
Laguna di Venezia, perché servono modelli climatici ad alta risoluzione
Un altro elemento centrale dello studio riguarda gli strumenti scientifici necessari per analizzare l’evoluzione dei sistemi costieri. Le lagune e gli altri ambienti di transizione tra terra e mare sono caratterizzati da una notevole eterogeneità, che rende indispensabile considerare le peculiarità dei singoli territori. Le condizioni idrodinamiche, infatti, possono variare su scale spaziali ridotte e richiedono valutazioni capaci di rappresentare accuratamente i processi locali. Per questa ragione, la ricerca evidenzia l’importanza di utilizzare modelli ad alta risoluzione e specifici per ciascun sito, in grado di descrivere i fenomeni idrodinamici su piccola scala e la variabilità interna dei sistemi lagunari. Si tratta di strumenti fondamentali non soltanto per comprendere le conseguenze delle misure di adattamento, ma anche per individuare le vulnerabilità che caratterizzano ambienti particolarmente complessi. Le analisi locali assumono inoltre un valore che supera i confini del singolo territorio. Le informazioni ottenute possono contribuire alla definizione delle strategie regionali e allo sviluppo di politiche climatiche fondate su proiezioni accurate.
La comprensione dei processi che regolano il comportamento della laguna di Venezia diventa quindi parte di una questione più ampia, relativa alla gestione sostenibile degli ambienti costieri esposti ai cambiamenti del clima. È su questo rapporto tra conoscenza scientifica, pianificazione territoriale e politiche climatiche che si concentra la riflessione conclusiva di Donata Canu. “I sistemi costieri e di transizione, come le lagune, sono altamente eterogenei e richiedono modelli ad alta risoluzione e sito-specifici in grado di cogliere i processi idrodinamici su piccola scala e la variabilità locale. Queste valutazioni a livello locale non solo sono fondamentali per gestire le vulnerabilità specifiche dei singoli siti, ma forniscono anche elementi essenziali per orientare le strategie regionali e contribuire allo sviluppo di solide politiche climatiche. Proiezioni accurate dei cambiamenti futuri sono infatti essenziali per guidare sia le politiche di mitigazione, ovvero quelle più orientate ad agire sulle cause del cambiamento cambiamento, che quelle di adattamento che invece si concentrano più sulle conseguenze”.
