La crisi climatica globale è sempre più strettamente legata a una delle risorse fondamentali per la vita sul pianeta: l’acqua. “L’aumento delle temperature, anche di poche frazioni di grado, contribuisce ad aggravare i rischi di siccità e alluvioni, mettendo sotto pressione le comunità, gli ecosistemi e le attività economiche”. È questo il messaggio centrale lanciato dalla professoressa Fiona Regan, co-presidente dell’Environment Steering Panel dell’EASAC, in occasione del decimo anniversario dell’entrata in vigore dell’Accordo di Parigi e alla vigilia della COP31 di Antalya. Il 4 novembre 2026 segna una ricorrenza particolarmente significativa nella storia della cooperazione internazionale contro il cambiamento climatico. Esattamente dieci anni fa, il 4 novembre 2016, entrava in vigore l’Accordo di Parigi, l’intesa sottoscritta da quasi 200 Paesi per contrastare il riscaldamento globale e perseguire l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura entro 1,5°C.
Il contrasto tra gli impegni assunti nel 2016 e l’evoluzione della situazione climatica costituisce uno degli elementi centrali del bilancio tracciato in occasione dell’anniversario. La sfida non riguarda soltanto la capacità dei governi di mantenere gli obiettivi concordati, ma anche la possibilità di affrontare le conseguenze del riscaldamento globale attraverso una cooperazione internazionale efficace. In questo contesto si inserisce la COP31, la conferenza internazionale sul clima che si aprirà lunedì 9 novembre ad Antalya, in Turchia. L’appuntamento arriva in una fase segnata da crescenti tensioni internazionali e da una pressione sempre maggiore sui sistemi naturali. Il decennale dell’Accordo di Parigi diventa così un’occasione per valutare il percorso compiuto e richiamare l’attenzione sulle priorità che dovranno orientare le decisioni dei Paesi partecipanti.
“La crisi climatica è una crisi dell’acqua”: l’allarme di Fiona Regan
Tra le questioni più urgenti individuate dalla comunità scientifica emerge quella della disponibilità e della sicurezza delle risorse idriche. La professoressa Fiona Regan, co-presidente del gruppo di indirizzo ambientale dell’EASAC, pone proprio il rapporto tra cambiamento climatico e acqua al centro della propria riflessione. Il suo intervento richiama una relazione fondamentale: ogni ulteriore incremento della temperatura globale può tradursi in una maggiore esposizione ai rischi che interessano fiumi, bacini idrici, territori costieri e sistemi di approvvigionamento. “La crisi climatica è una crisi dell’acqua. Ogni frazione di grado di aumento comporta una minaccia crescente per la nostra sicurezza idrica. È una crisi che vedo svilupparsi ogni giorno nei nostri fiumi, bacini idrici e lungo le coste”. La dichiarazione evidenzia come la sicurezza dell’acqua non possa essere considerata un problema secondario rispetto all’aumento delle temperature. Si tratta, al contrario, di una delle dimensioni attraverso cui gli effetti del cambiamento climatico assumono conseguenze concrete sull’ambiente e sulle società. La disponibilità delle risorse idriche e l’esposizione agli eventi estremi sono aspetti strettamente collegati alla capacità dei territori di affrontare il riscaldamento globale.
Siccità e alluvioni, perché ogni frazione di grado di riscaldamento conta
Il punto più significativo dell’intervento riguarda la relazione tra il progressivo aumento delle temperature e l’intensificazione dei rischi idrici. Secondo Regan, non è necessario attendere incrementi particolarmente elevati del riscaldamento globale perché si manifestino ulteriori pressioni sulle risorse d’acqua. Ogni frazione di grado assume un’importanza fondamentale, perché contribuisce ad accrescere la minaccia di fenomeni estremi come siccità e inondazioni, con ripercussioni che coinvolgono tanto gli ambienti naturali quanto le attività umane. “In un momento in cui l’eredità dell’Accordo di Parigi resta più rilevante che mai, ritengo indispensabile accrescere la consapevolezza della crescente crisi globale della sicurezza idrica. Con ogni frazione di grado di riscaldamento, i rischi di siccità e alluvioni si intensificano, esercitando una pressione sempre maggiore sulle comunità, sugli ecosistemi e sui mezzi di sussistenza in tutto il mondo. L’urgenza di agire non è mai stata così grande”. Il richiamo alla crisi idrica globale amplia il significato delle politiche climatiche, collegandole non soltanto alla riduzione del riscaldamento terrestre, ma anche alla protezione delle condizioni necessarie alla vita e allo sviluppo delle comunità. La pressione esercitata dagli eventi climatici sulle risorse disponibili può infatti coinvolgere contemporaneamente gli equilibri degli ecosistemi e le possibilità di sostentamento delle popolazioni. È proprio questa interconnessione a rendere la questione dell’acqua una componente essenziale del confronto internazionale sul clima.
Sicurezza idrica e resilienza climatica: una sfida che riguarda anche la prosperità globale
Il messaggio dell’EASAC sottolinea inoltre che la sicurezza idrica non rappresenta una questione isolata, affrontabile indipendentemente dalle altre grandi sfide internazionali. La capacità di garantire risorse d’acqua e di rispondere ai rischi collegati alla loro disponibilità è strettamente connessa alla resilienza climatica, alla sicurezza delle persone e alla prosperità economica. In questa prospettiva, gli interventi per affrontare la crisi climatica assumono una rilevanza che va oltre la sola tutela ambientale. “La sicurezza idrica non è una sfida che può essere considerata isolatamente; è fondamentale per la resilienza climatica, la sicurezza umana e la prosperità globale. Se vogliamo salvaguardare il nostro futuro collettivo, dobbiamo riconoscere che ogni frazione di grado conta e che ogni azione è importante”. Le parole della professoressa Regan riportano al centro del dibattito il principio secondo cui limitare il riscaldamento globale significa anche contenere i rischi per la sicurezza dell’acqua. L’attenzione rivolta a ogni singola frazione di grado richiama direttamente il significato degli impegni assunti a Parigi dieci anni fa, mentre il riferimento all’importanza di ogni azione sottolinea la necessità di tradurre gli obiettivi climatici in iniziative concrete.
COP31 ad Antalya, l’appello ai governi: superare le divisioni e scegliere un’azione comune
La riflessione scientifica si inserisce in un quadro geopolitico particolarmente delicato. La COP31 di Antalya si svolgerà in un momento caratterizzato da una crescente instabilità globale, mentre il multilateralismo attraversa una fase di difficoltà e numerose crisi e conflitti interessano diverse aree del mondo. Secondo Fiona Regan, proprio queste condizioni rendono ancora più importante la capacità dei governi di collaborare sulle questioni climatiche, evitando che le contrapposizioni internazionali compromettano l’azione collettiva. “La COP31 si riunisce in un momento di crescente instabilità globale, con il multilateralismo sotto pressione e molteplici crisi e conflitti in corso in tutto il mondo. Eppure la crisi climatica non può essere separata dalle sfide della sicurezza e della prosperità; ne è alla base. Se la COP31 riuscirà a ottenere una sola cosa, dovrà essere dimostrare che le nazioni possono mettere da parte le proprie differenze e scegliere l’azione collettiva invece della divisione, e un futuro condiviso invece degli interessi contrapposti”. Il passaggio evidenzia la dimensione politica della sfida climatica, accanto a quella scientifica e ambientale. La cooperazione tra gli Stati viene indicata come una condizione essenziale per affrontare problemi che non possono essere separati dalle questioni della sicurezza e della prosperità internazionale. Il vertice di Antalya rappresenterà dunque un banco di prova per la capacità della comunità internazionale di individuare obiettivi comuni nonostante le tensioni che caratterizzano l’attuale scenario mondiale.
