Mentre il vertice delle Nazioni Unite sul clima COP31 si prepara ad aprire i battenti ad Antalya, la Turchia padrona di casa mette l’elettrificazione e il programma ambientale Zero Waste al centro della scena internazionale. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni è quello di accelerare la transizione verso le energie rinnovabili e ridurre le emissioni di metano legate alla gestione degli scarti. Tuttavia, dietro le ambiziose dichiarazioni di intenti si nasconde una realtà ben più complessa e controversa. Gli attivisti ambientali locali, infatti, accusano il governo di eludere deliberatamente il problema principale, ovvero la continua e massiccia dipendenza del Paese dal carbone per la produzione di energia. A ciò si aggiunge la preoccupante trasformazione della nazione in una vera e propria discarica per la plastica proveniente dall’Europa, sollevando seri dubbi sulla reale leadership climatica turca.
Il piano per l’elettrificazione
Il presidente della COP31 e ministro dell’ambiente turco, Murat Kurum, ha deciso di spingere l’iniziativa di punta di Ankara per far sì che l’elettricità arrivi a coprire il 35% della domanda energetica globale entro il 2035. Questo traguardo non vincolante è fondamentale all’interno di un’agenda d’azione in 10 punti che, secondo il governo, accelererà il passaggio alle rinnovabili rafforzando al contempo la sicurezza energetica. Kurum ha dichiarato: “La crisi energetica di quest’anno ci ha scioccato… tutti ora capiscono che l’energia che importi è energia che non controlli. L’elettrificazione è la risposta. Protegge le comunità dai mercati globali volatili e taglia le emissioni“. Lo scopo della COP31, ha aggiunto, è “inaugurare l’era dell’elettricità“. Parallelamente, il Ministro dell’energia Alparslan Bayraktar ha svelato una tabella di marcia da 500 miliardi di dollari per elettrificare l’economia ed espandere la capacità solare ed eolica installata di 4 volte, raggiungendo i 175 gigawatt.
Il nodo del carbone e gli obiettivi insufficienti
Nonostante la spinta per le infrastrutture rinnovabili, un terzo dell’elettricità turca deriva ancora dal carbone, senza alcuna data fissata per l’eliminazione graduale e con piani attivi per l’espansione di 2 centrali termoelettriche esistenti. Emel Turker Alpay, responsabile delle campagne energetiche di Greenpeace Turchia, ha sottolineato all’agenzia AFP: “Quello che l’elettrificazione dovrebbe fare è porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili. Quello dovrebbe essere l’obiettivo finale“.
L’attivista ha avvertito che il traguardo del 35% non specifica che l’elettricità debba essere generata da energia pulita, un passaggio obbligato per ottenere benefici climatici. “La cosa più importante sarebbe un impegno per nessun nuovo carbone in Turchia e fornire una data per iniziare una giusta transizione lontano dai combustibili fossili“, ha ribadito all’AFP. Bayraktar, dal canto suo, ha affermato che un’uscita dal carbone dipenderà dal potenziamento della produzione nucleare turca: la 1ª centrale entrerà in funzione entro la fine dell’anno, con piani per costruirne altre 2 in futuro.
Tuttavia, nonostante l’obiettivo di zero emissioni nette fissato per il 2053, il mese scorso Climate Action Tracker ha valutato gli obiettivi intermedi di Ankara come “criticamente insufficienti“. L’organizzazione ha evidenziato come la Turchia affronti una crisi di contraddizione: mentre chiede un’azione climatica accelerata, i suoi traguardi sono deboli e mancano dell’ambizione necessaria per guidare le riduzioni richieste. Yagiz Eren Abanus, esponente del Centre for Spatial Justice, una delle 17 organizzazioni della Turkish Climate Network, ha confermato questa visione: “La Turchia non sta diminuendo i gas serra ma li sta aumentando“. L’impegno di Ankara a tagliare le emissioni previste del 41% entro il 2035 consentirebbe di fatto un aumento del 16% rispetto ai livelli odierni.
Il riciclo della plastica e l’illusione verde
La Turchia sta promuovendo con forza anche la sua iniziativa Zero Waste, una campagna di diplomazia ambientale guidata da Emine Erdogan, moglie del presidente Recep Tayyip Erdogan, per ridurre le emissioni di metano derivanti dai rifiuti. L’obiettivo è abbattere la crescita globale prevista dei rifiuti del 50% entro il 2035. Un traguardo positivo, ma che presenta gravi falle strutturali. “Quando guardi l’agenda d’azione, vogliono ridurre la crescita globale prevista dei rifiuti del 50% entro il 2035, il che è una buona cosa“, ha spiegato Alpay ad AFP. “Queste politiche però si concentrano solo sulla gestione dei rifiuti dopo che sono stati prodotti, e non sulla prevenzione alla fonte. Senza impegni più forti per la prevenzione dei rifiuti e la riduzione del metano, non produrrà tagli significativi alle emissioni“.
A peggiorare il quadro c’è il fatto che la Turchia non ha aderito al Global Methane Pledge e continua a importare enormi quantità di rifiuti di plastica, specialmente dall’Europa. “L’industria della plastica è il cavallo di Troia dell’industria dei combustibili fossili perché quando non possono usare i combustibili estratti per la produzione di energia, li reindirizzano nell’industria petrolchimica“, ha spiegato Alpay, concludendo che “quando limitiamo la gestione dei rifiuti al riciclo, non significa molto per il cambiamento climatico o le emissioni“.
