“Il cambiamento climatico non minaccia soltanto l’ambiente e l’agricoltura, ma ha conseguenze sempre più evidenti anche sul prezzo del cibo e sulla sicurezza alimentare. Siccità, alluvioni e fenomeni meteorologici estremi compromettono i raccolti, mettono in difficoltà gli agricoltori e contribuiscono all’aumento dei costi dei prodotti alimentari”. È su questo legame tra crisi climatica, agricoltura e caro alimenti che Slow Food Italia richiama l’attenzione dei governi, in vista della COP31, la 31ª Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, in programma in Turchia dal 9 al 20 novembre. L’organizzazione chiede ai decisori politici di dimostrare coraggio e visione, mettendo finalmente l’agroecologia e la trasformazione dei sistemi alimentari al centro delle strategie di adattamento al cambiamento climatico. L’obiettivo è costruire un modello capace di difendere l’ambiente e le attività agricole, assicurare condizioni di lavoro dignitose ai produttori e garantire a tutti l’accesso a un’alimentazione di qualità.
Crisi climatica e prezzi alimentari: perché il costo del cibo continua a essere vulnerabile agli eventi estremi
“La crescente frequenza degli eventi climatici estremi, insieme alle guerre e alle tensioni geopolitiche internazionali, ha messo in evidenza le fragilità del sistema alimentare dominante”. Le difficoltà che colpiscono la produzione agricola non rimangono circoscritte ai campi, ma si ripercuotono sull’intera filiera, fino ai mercati e alle famiglie. Secondo Slow Food, l’ondata di rincari ha mostrato i limiti di un modello agricolo caratterizzato da scarsa biodiversità nelle coltivazioni, ampio ricorso a input chimici esterni e filiere commerciali eccessivamente lunghe. A questi elementi si aggiunge la concentrazione della produzione e della distribuzione nelle mani di pochi grandi soggetti economici, alcuni dei quali riescono ad aumentare i propri profitti anche durante le fasi di maggiore instabilità dei mercati. Il risultato è un sistema particolarmente esposto alle conseguenze delle emergenze ambientali, delle crisi energetiche e delle tensioni internazionali. Per l’organizzazione, affrontare il problema significa intervenire sulle caratteristiche strutturali delle filiere agroalimentari, anziché limitarsi a gestire gli effetti delle singole emergenze.
COP31 in Turchia, l’appello di Slow Food ai governi: mettere il cibo al centro delle politiche climatiche
La Conferenza mondiale sul clima rappresenta, secondo Slow Food, un’occasione per tradurre gli impegni politici in investimenti concreti. Al centro della richiesta c’è una transizione agroecologica che coinvolga non soltanto le tecniche di produzione agricola, ma anche i meccanismi di distribuzione, la gestione delle risorse e l’organizzazione delle filiere alimentari. Numerose comunità contadine, sottolinea l’organizzazione, stanno già sperimentando soluzioni che permettono di ridurre la dipendenza da prodotti chimici esterni, valorizzare le produzioni locali e tutelare la biodiversità. Esperienze che, secondo Slow Food, dimostrano come sia possibile rendere i sistemi agricoli più capaci di affrontare le conseguenze della crisi climatica. La richiesta rivolta ai governi è quindi quella di sostenere e ampliare queste esperienze, facendo dell’agroecologia uno degli strumenti centrali delle politiche internazionali di adattamento al clima.
Edward Mukiibi: “l’impennata dei prezzi alimentari è uno dei costi del fallimento delle politiche sociali sul clima”
A evidenziare le ripercussioni economiche e sociali dell’emergenza climatica è Edward Mukiibi, presidente di Slow Food, che richiama l’attenzione sulle conseguenze degli eventi meteorologici estremi per le comunità agricole e per le famiglie. “Il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: l’impennata dei prezzi alimentari rappresenta uno dei costi più evidenti del fallimento delle politiche sociali sul clima”, dichiara Edward Mukiibi, presidente di Slow Food. “Quando la siccità distrugge i raccolti, le alluvioni devastano le coltivazioni e l’imprevedibilità del clima compromette il sostentamento degli agricoltori, il conto da pagare non si ferma ai campi. Raggiunge i mercati locali, spingendo in alto i prezzi e colpendo le famiglie che non possono permettersi di spendere di più per acquistare il cibo. Nel frattempo, i governi continuano a ignorare tante esperienze concrete che stanno già dando risposte: riducendo la dipendenza dagli input chimici esterni, promuovendo le filiere locali e tutelando la biodiversità, molte comunità contadine stanno già sperimentando la resilienza climatica. Non serve inventare nuove soluzioni: serve la volontà politica di sostenere e ampliare quelle che già funzionano sul campo”. Il presidente di Slow Food individua dunque nella volontà politica il passaggio decisivo per valorizzare le pratiche agricole già adottate dalle comunità. La questione non riguarda soltanto la capacità di produrre alimenti in condizioni climatiche sempre più difficili, ma anche la possibilità di impedire che le conseguenze economiche delle crisi ricadano soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione.
Barbara Nappini: “i decisori politici devono smettere di rispondere solo alle emergenze”
Sulla necessità di modificare l’approccio alle politiche climatiche interviene anche Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, che pone l’accento sulla vulnerabilità dei territori e sulla capacità delle comunità locali di organizzare sistemi alimentari più resistenti. “È evidente che la crisi climatica ha reso molto frequenti gli eventi estremi – aggiunge Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia –. Le infrastrutture e i piani per le emergenze devono certamente essere attualizzati in funzione del rischio reale, ma c’è un’analisi ancor più strategica che si impone: domandarsi cosa rende fragili i territori e come le comunità possono tutelarsi dall’insicurezza alimentare. Una comunità che governa dal basso un sistema locale del cibo è strutturalmente più resiliente alla crisi climatica e più stabile contro l’insicurezza alimentare, come evidenziano quei sistemi agroecologici che sono stati capaci di rialzarsi con energia e rapidità dopo eventi climatici avversi, generando risposte innovative. I decisori politici devono smettere di rispondere solo alle emergenze e convertire la rotta all’agroecologia, per garantire alle nuove generazioni il futuro a cui hanno diritto”. La posizione espressa dalla presidente di Slow Food Italia mette in relazione la sicurezza alimentare con la capacità dei territori di affrontare le conseguenze dei fenomeni climatici. Accanto all’aggiornamento delle infrastrutture e dei piani di emergenza, viene considerato fondamentale comprendere quali fattori rendano vulnerabili le comunità e quali modelli produttivi possano favorirne la ripresa dopo eventi avversi.
Fertilizzanti, guerra in Ucraina e profitti delle grandi aziende: le fragilità del sistema alimentare globale
Tra gli esempi richiamati da Slow Food per descrivere gli squilibri del mercato agroalimentare internazionale figura quanto avvenuto dopo l’invasione dell’Ucraina, quando i prezzi dei fertilizzanti hanno registrato fortissimi aumenti. Secondo i dati riportati dall’organizzazione, le nove principali aziende del settore dei fertilizzanti hanno triplicato i propri profitti rispetto al periodo precedente alla pandemia. Nello stesso arco di tempo, 65 milioni di persone hanno vissuto condizioni di carestia e insicurezza alimentare. Questa situazione viene indicata come una delle manifestazioni delle contraddizioni di un sistema che dipende da un numero limitato di materie prime, da poche rotte commerciali e da grandi gruppi industriali capaci di esercitare un forte controllo sulle filiere. La concentrazione delle attività economiche amplifica gli effetti delle crisi internazionali: quando si verificano shock energetici, conflitti o eventi climatici particolarmente gravi, le conseguenze possono propagarsi lungo l’intera catena alimentare, coinvolgendo produzione, distribuzione e consumi. In un contesto segnato da nuove pressioni inflazionistiche, Slow Food ritiene necessario intervenire sulla distribuzione del valore economico e del potere decisionale all’interno del sistema agroalimentare, favorendo filiere più eque e forme di commercializzazione alternative alla grande distribuzione.
Che cos’è l’agroecologia e perché Slow Food la considera una risposta alla crisi climatica
La soluzione indicata dall’organizzazione è l’agroecologia, intesa come un modello che supera il solo ambito delle pratiche agricole e coinvolge tutte le fasi del sistema alimentare. L’agroecologia punta a valorizzare la biodiversità agricola, ridurre la dipendenza da input chimici esterni, rafforzare i rapporti tra produttori e consumatori e favorire una gestione delle risorse più legata alle caratteristiche dei territori. Ma la trasformazione proposta non si limita a ciò che avviene nei campi. Comprende anche la distribuzione dei prodotti, le strategie di commercializzazione e l’accessibilità economica del cibo, con l’obiettivo di costruire un sistema meno vulnerabile agli shock esterni. Slow Food lavora da decenni allo sviluppo e al rafforzamento di sistemi alimentari locali fondati su questi principi, sostenendo progetti in diverse parti del mondo per avvicinare chi produce gli alimenti a chi li consuma. La costruzione di filiere alimentari locali viene considerata uno strumento per promuovere una maggiore autonomia delle comunità e una distribuzione più equilibrata dei benefici economici, valorizzando le attività agricole e le produzioni legate ai territori.
Sicurezza alimentare, filiere locali e reddito degli agricoltori: la trasformazione richiesta alla COP31
Per Slow Food, garantire la sicurezza alimentare globale non significa semplicemente aumentare le quantità di cibo prodotte. La disponibilità di alimenti deve accompagnarsi alla possibilità concreta di acquistarli, alla tutela di chi lavora in agricoltura e alla capacità delle filiere di resistere alle crisi. Il tema coinvolge quindi anche il reddito degli agricoltori, che devono poter ricevere una remunerazione adeguata per il proprio lavoro, e la necessità di ridistribuire in modo più equo il valore generato lungo la catena alimentare. In questa prospettiva, l’agroecologia rappresenta un approccio che tiene insieme tutela ambientale, giustizia sociale e sostenibilità economica. La conservazione della biodiversità si accompagna alla difesa delle culture gastronomiche e dei diritti delle persone che lavorano nei territori, mentre il rafforzamento delle produzioni locali contribuisce a costruire comunità meno esposte alle conseguenze delle crisi. È su questi obiettivi che si concentra l’appello rivolto ai governi alla vigilia della COP31 in Turchia: destinare investimenti alla transizione agroecologica, sostenere le esperienze già sviluppate dalle comunità contadine e riconoscere al sistema alimentare un ruolo centrale nelle strategie internazionali di adattamento al cambiamento climatico. La richiesta di Slow Food è che le politiche sul clima affrontino anche le cause della fragilità economica e sociale delle filiere agroalimentari, superando una gestione concentrata sulle emergenze e favorendo un modello capace di garantire cibo di qualità accessibile a tutti, un compenso giusto ai produttori e una maggiore resilienza dei territori.
