Trasformare gli scarti della lavorazione del pomodoro e dell’olio d’oliva in risorse economiche, recuperando sostanze preziose per l’industria alimentare, cosmetica e chimica e producendo nuovi materiali alternativi ai polimeri di origine fossile. È la prospettiva aperta dal progetto europeo POLYMERS-5B, una ricerca finanziata dall’Unione europea con 5,6 milioni di euro che punta a sviluppare un nuovo modello industriale basato sull’economia circolare e sulla valorizzazione dei residui agroalimentari. La tecnologia, presentata a Ecomondo 2026, la manifestazione internazionale dedicata alla transizione ecologica e all’economia circolare alla Fiera di Rimini, consente di ottenere più prodotti commercializzabili dagli stessi scarti attraverso un processo di bioraffinazione a cascata. Le potenzialità economiche sono significative: secondo le stime elaborate nell’ambito del progetto, una tonnellata di sansa di olive potrebbe generare fino a 1.457 euro di valore lordo teorico, mentre dagli scarti industriali del pomodoro si potrebbero ricavare prodotti per un valore massimo stimato di 633 euro per tonnellata. Non si tratta di profitti netti né di guadagni già realizzati, ma di una valutazione economica del potenziale dei materiali recuperabili. Il risultato evidenzia tuttavia le opportunità di una tecnologia che potrebbe favorire la nascita di nuove bioraffinerie nelle principali aree agroindustriali del Mediterraneo, comprese alcune importanti regioni italiane.
Scarti di pomodoro e olive trasformati in nuove materie prime: come funziona la tecnologia
Il principio alla base di POLYMERS-5B consiste nel superare i tradizionali sistemi di valorizzazione che utilizzano una biomassa residua per ottenere un singolo prodotto. La tecnologia sviluppata dal gruppo di ricerca portoghese IST-ID/iBB permette invece di recuperare progressivamente diverse componenti presenti negli scarti, sfruttandone il valore industriale e riducendo la quantità di materiale che rimane al termine della lavorazione. Questo sistema prende il nome di bioraffineria a cascata e consente di utilizzare uno stesso flusso di residui agroalimentari per produrre sostanze destinate a mercati differenti. Un approccio che potrebbe modificare la gestione degli scarti nelle filiere del pomodoro e dell’olio d’oliva, trasformandoli da materiali residuali in possibili fonti di nuove materie prime. Dalla lavorazione industriale del pomodoro è possibile recuperare il licopene, un pigmento naturale impiegato anche nell’industria alimentare e nella produzione di cosmetici. Dalla sansa di olive, il residuo derivante dalla produzione dell’olio, si possono invece estrarre polifenoli, composti di interesse per il settore cosmetico e per ulteriori applicazioni industriali. Il processo permette inoltre di ottenere pectina, sostanza utilizzata soprattutto dall’industria alimentare per le sue proprietà addensanti, e molecole che possono essere impiegate nella produzione di nuovi poliesteri di origine biologica. La possibilità di recuperare differenti componenti dalla medesima materia prima rappresenta uno degli aspetti centrali della ricerca, poiché consente di collegare la valorizzazione dei residui a più mercati industriali.
Bioplastiche e nuovi poliesteri: il ruolo degli enzimi nella produzione di materiali sostenibili
Una delle applicazioni tecnologicamente più avanzate del progetto riguarda lo sviluppo di biopolimeri e poliesteri bio-based che potrebbero contribuire a ridurre la dipendenza dalle materie prime fossili. La loro produzione utilizza processi enzimatici, nei quali particolari catalizzatori biologici favoriscono le reazioni chimiche in condizioni meno aggressive rispetto a numerosi procedimenti convenzionali. L’impiego degli enzimi consente di limitare il ricorso a sostanze chimiche e solventi e costituisce uno degli elementi distintivi della tecnologia sviluppata nell’ambito della ricerca europea. Il sistema integra quindi il recupero di composti commercializzabili con la possibilità di produrre nuovi materiali attraverso processi riconducibili alla chimica verde. La sperimentazione ha raggiunto il livello di maturità tecnologica TRL 5, che corrisponde alla validazione della tecnologia in un ambiente rilevante per la sua futura applicazione. Nel corso delle attività sono stati ottenuti lotti pilota da 15 chilogrammi di composti bioattivi, verificando anche la possibilità di riutilizzare il catalizzatore enzimatico. I test condotti sui nuovi poliesteri hanno fornito risultati promettenti, pur evidenziando alcuni aspetti che richiedono ulteriori miglioramenti. In particolare, resta necessario aumentare la rigidità dei materiali per raggiungere le prestazioni offerte da alcuni dei prodotti bio-based commerciali più avanzati. L’obiettivo delle successive attività di ricerca è sviluppare alternative ai polimeri di origine fossile utilizzabili in diversi comparti produttivi, tra cui tessile, automotive, arredamento e materiali tecnici. Il passaggio a un’applicazione industriale richiederà ulteriori verifiche e un incremento della scala produttiva.
Fino a 1.457 euro per tonnellata di sansa: il valore economico degli scarti agroalimentari
Accanto allo sviluppo tecnologico, il progetto ha approfondito un aspetto determinante per la possibile diffusione delle nuove bioraffinerie: la loro sostenibilità economica e industriale. L’analisi è stata condotta da NSBProject, PMI innovativa italiana specializzata nel trasferimento tecnologico e partner di POLYMERS-5B con il ruolo di innovation broker. Utilizzando la piattaforma proprietaria C-Tech Navigator®, la società ha esaminato 128 pubblicazioni scientifiche e mappato nove operatori industriali e di ricerca attivi in quattro famiglie tecnologiche, confrontando i risultati del progetto europeo con le soluzioni già disponibili sul mercato. Dall’indagine emerge che molte delle sostanze recuperabili attraverso il nuovo processo sono già commercializzate. In particolare, otto dei nove operatori analizzati vendono prodotti standardizzati. Questo significa che il principale elemento di innovazione non consiste nell’introduzione di una molecola completamente nuova, ma nella possibilità di produrre più sostanze commercializzabili attraverso un unico processo industriale. Per valutare le opportunità offerte dalla tecnologia, NSBProject ha inoltre stimato il valore economico teorico dei composti ottenibili da una tonnellata di biomassa residua. I risultati indicano un potenziale massimo di 633 euro per tonnellata di scarti di pomodoro e di 1.457 euro per tonnellata di sansa di olive. Questi importi rappresentano il valore lordo teorico massimo dei prodotti recuperabili, calcolato considerando la loro possibile vendita ai prezzi di mercato. Non corrispondono quindi al profitto delle aziende che adottassero la tecnologia. Per determinare l’effettiva redditività del processo sarà necessario considerare i costi di trattamento delle biomasse, il consumo di energia, il trasporto, la gestione degli impianti e le attività di commercializzazione. L’analisi evidenzia comunque un elemento importante: l’esistenza di mercati già attivi per diverse sostanze recuperabili potrebbe facilitare lo sviluppo di un modello produttivo nel quale un unico impianto genera più flussi di ricavo, valorizzando differenti componenti degli scarti agroalimentari.
Nuove bioraffinerie in Italia: il modello industriale per Puglia, Toscana ed Emilia-Romagna
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la possibilità di applicare la tecnologia direttamente nei territori caratterizzati da una forte presenza di industrie agroalimentari. La soluzione individuata da NSBProject prevede di realizzare bioraffinerie integrate negli stabilimenti di trasformazione oppure collocate nelle loro immediate vicinanze. La scelta risponde a un’esigenza economica precisa: evitare il trasporto su lunghe distanze di grandi quantità di residui che, prima della valorizzazione, presentano un basso valore commerciale. Collocare gli impianti accanto ai luoghi di produzione degli scarti potrebbe quindi contribuire a contenere una delle principali voci di costo del processo. Nel modello industriale analizzato, la bioraffineria opererebbe accanto a uno stabilimento di trasformazione del pomodoro, mentre la sansa proveniente dalla lavorazione delle olive verrebbe raccolta entro un raggio di circa 25 chilometri. Questa configurazione consentirebbe di concentrare l’approvvigionamento delle biomasse in un’area geografica limitata, collegando direttamente le attività agroindustriali alla produzione di nuove sostanze e materiali. La proposta risulta particolarmente interessante per alcune regioni italiane caratterizzate da filiere produttive specializzate, come Emilia-Romagna, Toscana e Puglia. La presenza di attività legate alla lavorazione del pomodoro, dell’olio d’oliva e dei prodotti ortofrutticoli potrebbe offrire un contesto favorevole alla sperimentazione di sistemi di bioraffinazione integrati. Un ulteriore fattore da considerare riguarda la stagionalità della produzione agricola. Le campagne di lavorazione del pomodoro e delle olive coprono complessivamente circa cinque-sei mesi all’anno, lasciando aperto il problema dell’utilizzo degli impianti durante il resto dell’anno. Per affrontare questa criticità, il modello prevede la possibilità di lavorare biomasse precedentemente conservate oppure di utilizzare altre tipologie di residui agroindustriali, compresi quelli derivanti dalla trasformazione dell’uva e degli agrumi. L’integrazione di differenti filiere potrebbe contribuire a prolungare il periodo di attività delle bioraffinerie e a migliorarne le prospettive economiche.
La sfida della competitività industriale: l’analisi di NSBProject e le prospettive per le aziende italiane
Il trasferimento della tecnologia dai laboratori agli impianti produttivi rappresenta il passaggio sul quale si concentra l’attività di NSBProject. Attraverso l’analisi dei mercati, delle tecnologie concorrenti e delle possibili fonti di ricavo, la società ha individuato nella bioraffineria integrata una configurazione potenzialmente replicabile anche nel sistema agroindustriale italiano. Andrea Jester, co-founder di NSBProject, spiega gli obiettivi dell’analisi e le condizioni necessarie per avviare una sperimentazione su scala industriale. “La sfida della bioeconomia oggi non è soltanto dimostrare che dagli scarti agroalimentari si possano ottenere nuovi materiali, ma costruire modelli industriali capaci di competere sul mercato – spiega Andrea Jester, co-founder di NSBProject –. Con la nostra piattaforma di ricerca e analisi proprietaria, C-Tech Navigator, abbiamo analizzato le tecnologie concorrenti, i mercati di riferimento e le possibili fonti di ricavo, individuando nella bioraffineria integrata negli stabilimenti agroalimentari un modello particolarmente promettente, replicabile anche in Italia. Ecomondo è l’occasione per avviare un confronto con i grandi operatori della trasformazione agroalimentare italiani e iberici, in particolare con le aziende che lavorano oltre 100.000 tonnellate di materie prime all’anno, per valutare insieme le condizioni tecniche ed economiche necessarie a sperimentare questo modello su scala industriale”. Il confronto con gli operatori della trasformazione agroalimentare costituisce quindi un passaggio importante per valutare le possibilità di applicazione della tecnologia in contesti produttivi caratterizzati da grandi volumi di lavorazione e da una disponibilità concentrata di biomasse residue.
I risultati della ricerca scientifica e il passaggio dalla sperimentazione alla scala industriale
Dal punto di vista scientifico, il progetto ha dimostrato la possibilità di integrare differenti processi di recupero e trasformazione delle biomasse. La combinazione tra estrazione di sostanze bioattive e produzione di materiali attraverso processi enzimatici costituisce la base per le successive attività di sviluppo tecnologico. Luis Fonseca, IST-ID/iBB, coordinatore scientifico delle attività di ricerca, sottolinea il significato dei risultati ottenuti nella fase pilota. “Il risultato più importante è aver dimostrato la possibilità di integrare il recupero di diverse sostanze di valore con la produzione di nuovi materiali bio-based, attraverso processi enzimatici – commenta Luis Fonseca, IST-ID/iBB, coordinatore scientifico delle attività di ricerca – I risultati raggiunti in scala pilota costituiscono una base per il successivo sviluppo della tecnologia e per valutarne l’applicazione in contesti industriali”. Le attività future dovranno quindi approfondire le prestazioni dei nuovi materiali e verificare le condizioni necessarie per aumentare le quantità prodotte, mantenendo le caratteristiche tecnologiche e le potenzialità di valorizzazione emerse durante la sperimentazione.
Licopene, polifenoli e pectina: i primi mercati per le materie prime recuperate
La strategia di sviluppo industriale individuata da NSBProject prevede di partire dai settori nei quali esiste già una domanda per alcune delle sostanze ottenibili attraverso la bioraffinazione. Si tratta di mercati caratterizzati dalla presenza di prodotti commercializzati e da percorsi normativi definiti, che potrebbero rappresentare i primi ambiti di applicazione della tecnologia. Tra le sostanze considerate figura il licopene, utilizzato come colorante alimentare identificato dalla sigla E160d. Un’altra possibile applicazione riguarda i composti a base di idrossitirosolo, destinati al settore cosmetico, mentre la pectina potrebbe trovare impiego nella preparazione di prodotti alimentari, comprese le preparazioni a base di frutta con un ridotto contenuto di zuccheri. L’ingresso in questi mercati rimane subordinato alla verifica dei requisiti di qualità, sicurezza e conformità normativa dei singoli prodotti ottenuti dal processo. La presenza di applicazioni commerciali già consolidate non elimina infatti la necessità di accertare che le sostanze recuperate rispettino le condizioni previste per ciascun utilizzo. La produzione di biopolimeri ad alte prestazioni costituisce invece la direttrice tecnologica più avanzata della ricerca e richiederà ulteriori attività di validazione, oltre all’incremento della scala produttiva necessario per valutarne le concrete prospettive industriali.
POLYMERS-5B a Ecomondo 2026: lo studio scientifico selezionato tra 27 contributi
I risultati della ricerca e dell’analisi industriale sono stati raccolti nello studio scientifico “Circular Bioplastics from Mediterranean Waste: High-Performance Polymers via Cascaded Biorefinery and Enzymatic Polycondensation”, firmato da Luis Fonseca dell’IST-ID e da Riccardo Varotto e Andrea Jester di NSBProject. Il lavoro è stato selezionato attraverso la Call for Papers di Ecomondo tra i 27 contributi ammessi alla presentazione orale nel filone dedicato a plastiche, bioplastiche e tessili. La presentazione era prevista per martedì 3 novembre 2026 alle ore 12:30, nella Sala Tiglio del Padiglione A6 della Fiera di Rimini, nell’ambito della sessione internazionale “Technological solutions for resources recovery from end-of-life products and materials in the Mediterranean landscape”. Al centro del lavoro presentato a Ecomondo si colloca il collegamento tra i risultati della ricerca scientifica, l’analisi delle tecnologie concorrenti e l’individuazione di un possibile modello economico per favorire lo sviluppo di nuove filiere industriali basate sulla valorizzazione dei residui agroalimentari mediterranei.
Un progetto europeo da 5,6 milioni di euro con 12 partner e attività fino al 2028
POLYMERS-5B è un progetto europeo di ricerca e innovazione avviato nel giugno 2024 e destinato a proseguire fino a maggio 2028. Il finanziamento complessivo ammonta a 5,6 milioni di euro e proviene dalla Circular Bio-based Europe Joint Undertaking (CBE JU), partenariato pubblico-privato sostenuto dal programma Horizon Europe dell’Unione europea e dal Bio-based Industries Consortium. Il consorzio comprende 12 partner europei ed è coordinato dall’istituto portoghese IST-ID, nell’ambito delle attività del Dipartimento di Bioingegneria del Politecnico di Lisbona, IST-IBB. La collaborazione riunisce competenze scientifiche, tecnologiche e industriali per sviluppare nuovi materiali di origine biologica utilizzando residui agroalimentari e altre biomasse di seconda generazione. Le attività si concentrano sull’impiego di biocatalisi e chimica verde per ottenere prodotti bio-based e favorire lo sviluppo di filiere industriali più circolari. L’obiettivo generale è contribuire alla riduzione della dipendenza dalle materie prime fossili attraverso tecnologie capaci di recuperare e trasformare risorse già disponibili nei processi produttivi.
Il ruolo di NSBProject nel trasferimento tecnologico e nell’innovazione industriale
Tra i partner italiani del progetto figura NSBProject (NSB), società di consulenza, PMI innovativa ed ente di ricerca accreditato ISTAT, iscritta all’Albo dei certificatori R&D del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). La società affianca grandi e medie imprese italiane nell’individuazione, nella sperimentazione e nell’adozione di tecnologie innovative e abilitanti, supportando progetti di ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica riguardanti sia i prodotti sia i processi industriali. Attraverso una rete di enti e consorzi di ricerca europei e rapporti consolidati con aziende, partner e clienti, NSBProject opera nell’ambito dello scouting tecnologico e finanziario, contribuendo alla connessione tra il mondo della ricerca e quello delle imprese. La società partecipa a numerosi progetti Horizon Europe con il ruolo di Innovation Broker, occupandosi di individuare le opportunità di applicazione industriale delle tecnologie sviluppate. Fondata vent’anni fa da Fabrizio Riccomi, CEO, insieme ai soci Andrea Jester e Rita Zanni, NSBProject integra competenze nell’innovazione tecnologica con una conoscenza dei meccanismi di gestione dei finanziamenti nazionali ed europei destinati alla ricerca. La sua attività comprende la promozione e la realizzazione di iniziative di trasferimento tecnologico, assumendo un ruolo che in Italia viene svolto prevalentemente da fondazioni e università. Attraverso collaborazioni tra imprese, atenei e centri di ricerca, la società supporta anche l’adozione di soluzioni sostenibili e lo sviluppo di nuovi processi produttivi. Nel caso di POLYMERS-5B, il lavoro di analisi tecnologica ed economica si inserisce nel percorso che punta a verificare le condizioni per trasferire i risultati della sperimentazione scientifica verso possibili applicazioni industriali, con particolare attenzione ai territori mediterranei nei quali la disponibilità di scarti della trasformazione agroalimentare potrebbe favorire la nascita di nuove attività produttive.
