Una quota molto ampia del patrimonio edilizio italiano è stata realizzata prima delle regole antisismiche moderne, ma il dato del “70%” va letto con attenzione: può essere compatibile con alcune stime, ma non descrive automaticamente, con un’unica percentuale, tutte le case, i ponti, i viadotti e le altre infrastrutture del Paese. Per interpretarlo servono almeno tre informazioni: che cosa è stato contato, a quale periodo si riferisce il dato e che cosa si intende per “norme antisismiche”.
Un riferimento recente è una posizione dell’ANCE del 2024, secondo cui quasi 12,2 milioni di edifici residenziali, pari a circa il 75% del patrimonio considerato, sarebbero stati costruiti prima delle norme antisismiche del 1974. È una stima rilevante per inquadrare la dimensione del patrimonio più datato, ma va attribuita correttamente all’associazione e non trasformata in un censimento ufficiale di tutte le opere italiane. Un rapporto ANCE-CRESME riferito al 2012 stimava invece che circa il 60% degli edifici fosse stato costruito prima del 1971, mentre l’ISTAT ha registrato una quota del 70,8% in un perimetro molto più circoscritto: gli edifici residenziali di 17 comuni interessati dal terremoto del 24 agosto 2016. Quel numero, quindi, riguarda quei comuni e non l’intero territorio nazionale.
La percentuale del lettore, dunque, non è priva di riscontri, ma senza la fonte della sua “Mappatura Infrastrutturale” non sappiamo quale sia il campione, quale data sia stata scelta come soglia e se nel calcolo compaiano soltanto gli edifici oppure anche le infrastrutture. Un ponte e un condominio, infatti, non appartengono necessariamente allo stesso inventario statistico e possono essere stati progettati secondo norme e criteri diversi; attribuire a entrambi una sola percentuale senza specificare il metodo rischia di mettere insieme categorie non confrontabili.
Le norme antisismiche hanno una storia più lunga del 1974
Il 1974 è un passaggio centrale, ma non coincide con l’inizio assoluto delle regole antisismiche in Italia. Dopo il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 furono introdotte norme per le costruzioni e le ricostruzioni nelle aree colpite e venne avviata una prima classificazione dei comuni considerati sismici. Prescrizioni per costruire in zone interessate dai terremoti esistevano anche in epoche successive, come mostra la legge del 1962 dedicata all’edilizia e alle zone sismiche. Si trattava però di disposizioni applicate in un quadro territoriale e tecnico diverso da quello attuale. La legge 2 febbraio 1974, n. 64 segnò una svolta nel quadro nazionale e fu seguita dalle norme tecniche emanate nel 1975. Negli anni successivi i criteri di classificazione furono aggiornati, anche grazie alle conoscenze maturate dopo i terremoti del Friuli del 1976 e dell’Irpinia del 1980. Per molto tempo, tuttavia, l’applicazione delle prescrizioni più specifiche dipese anche dall’inclusione del comune in una zona classificata come sismica.
Un ulteriore cambiamento arrivò nel 2003, quando furono fissati nuovi criteri per la classificazione dell’intero territorio nazionale nelle quattro zone sismiche, poi recepiti dalle Regioni secondo le rispettive disposizioni. Prima di quella riforma, i decreti del 1981-1984 avevano classificato 2.965 comuni su 8.102, pari al 45% circa della superficie nazionale. Questo spiega perché l’anno di costruzione, da solo, non racconti tutta la storia: contano anche la località, le regole vigenti in quel momento e le caratteristiche del progetto. Anche il modo di progettare si è evoluto. Le Norme Tecniche per le Costruzioni del 2008, entrate in vigore nel 2009, hanno introdotto un riferimento alla pericolosità sismica specifica del sito, mentre quelle del 2018 hanno sostituito la versione precedente. La classificazione comunale resta utile per la pianificazione e i controlli, ma la progettazione considera oggi la pericolosità calcolata per l’area in cui sorge l’opera.
Un edificio vecchio è più vulnerabile?
L’età è un’informazione importante perché permette di capire in quale contesto tecnico e normativo una struttura potrebbe essere stata costruita, ma non basta per stabilire se sia sicura oppure no. Due edifici realizzati nello stesso anno possono avere comportamenti molto diversi in caso di terremoto per la qualità dei materiali, le tecniche costruttive, la regolarità della struttura, la manutenzione ricevuta e le modifiche effettuate nel tempo. Pesano anche la natura del terreno e le caratteristiche dello scuotimento che raggiunge il sito.
Vale anche il ragionamento opposto: una costruzione più recente è stata progettata in un contesto normativo più aggiornato, ma la sola data non consente di conoscere la qualità dell’esecuzione, la regolarità degli interventi o lo stato attuale dell’opera. Per sapere come si comporta un edificio serve una valutazione tecnica basata sui suoi elaborati, sui materiali e sulle condizioni reali della struttura, affidata a professionisti qualificati. È utile, inoltre, distinguere tra pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. La pericolosità descrive la probabilità e l’intensità dei terremoti attesi in un territorio; la vulnerabilità indica quanto una costruzione possa danneggiarsi; l’esposizione riguarda le persone e i beni presenti. Il rischio sismico nasce dalla combinazione di questi fattori: un terremoto non produce le stesse conseguenze in un’area poco abitata e in un centro densamente popolato, né su edifici con capacità di resistenza differenti.
Edifici e infrastrutture: perché non basta una sola percentuale
Quando si parla di patrimonio edilizio, spesso si citano edifici residenziali, ma il tema comprende anche scuole, ospedali, edifici pubblici, stabilimenti, ponti, viadotti e reti di servizio. Queste opere hanno funzioni, materiali, dimensioni e percorsi normativi diversi; possono essere state costruite in anni differenti e avere subito interventi di manutenzione o adeguamento. Perciò una statistica sugli edifici abitativi non può essere estesa automaticamente a tutte le infrastrutture. La Protezione civile descrive la vulnerabilità italiana come un problema che riguarda non soltanto gli edifici, ma anche il patrimonio infrastrutturale, industriale, produttivo e dei servizi. Questo rende necessario raccogliere informazioni comparabili, aggiornare gli inventari delle opere e individuare le strutture per le quali un eventuale danno avrebbe conseguenze particolarmente gravi, come quelle strategiche o essenziali per la gestione delle emergenze.
La prevenzione parte dalla conoscenza
Il dato del 70%, preso da solo, non dice quanti edifici siano effettivamente vulnerabili e non permette di prevedere quali strutture subiranno danni in un futuro terremoto. È però un richiamo utile a un problema concreto: una parte consistente del patrimonio è stata costruita in epoche in cui conoscenze, regole e strumenti di calcolo erano diversi da quelli disponibili oggi. La risposta richiede quindi un lavoro progressivo: conoscere le caratteristiche delle costruzioni, valutare il rischio con indagini adeguate, programmare manutenzione e interventi, dando priorità alle opere più esposte e a quelle essenziali per la comunità. Non significa che ogni edificio datato debba essere demolito o che sia automaticamente insicuro; significa riconoscere che l’anno di costruzione è un primo indizio e che le decisioni sulla sicurezza devono basarsi su verifiche tecniche e sulle condizioni reali della struttura.
La considerazione del lettore coglie così il punto fondamentale: il patrimonio costruito prima delle norme moderne pone una sfida di prevenzione che l’Italia non può ignorare. Per affrontarla in modo serio, però, è necessario usare percentuali con fonte, perimetro e data di riferimento, distinguendo gli edifici dalle infrastrutture e la vetustà dalla vulnerabilità effettivamente accertata.
