L’erosione costiera non è soltanto una questione ambientale, ma un fenomeno che coinvolge direttamente infrastrutture, economia turistica e sicurezza dei territori. A San Lucido, sulla costa tirrenica cosentina, la spiaggia emersa ha perso oltre il 60% della propria superficie nell’arco di circa settant’anni, tra il 1954 e il 2018. Un dato che restituisce la dimensione di un processo alimentato dall’urbanizzazione, dalla pressione antropica e dalle opere di difesa costiera, capaci di modificare profondamente il naturale movimento dei sedimenti.
Proprio per misurare gli effetti di questi fenomeni e stimare le risorse necessarie per contrastarli, ENEA, in collaborazione con ISPRA e Cnr, ha sviluppato CoDeC (Calcolo del Degrado Costiero), uno strumento innovativo in grado di quantificare gli impatti economici e ambientali dell’erosione. Il modello prende in considerazione l’evoluzione delle spiagge, la presenza di infrastrutture e le dinamiche dei sedimenti. Consente inoltre di calcolare i volumi di sabbia necessari per il ripascimento degli arenili, i costi delle opere di difesa costiera, come i frangiflutti, e le risorse occorrenti per ripristinare infrastrutture ed ecosistemi danneggiati da eventi meteorologici estremi o dall’azione umana.
La prima sperimentazione è stata condotta proprio a San Lucido, in un tratto di costa da decenni esposto a fenomeni erosivi che mettono a rischio gli ecosistemi, le attività turistiche e infrastrutture strategiche come la linea ferroviaria e la strada litoranea. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Land.
“Gli impatti ambientali e socioeconomici dell’erosione costiera sono spesso difficili da quantificare e mancano metodologie standardizzate”, spiega il primo autore dello studio Sergio Cappucci, ricercatore ENEA del Dipartimento Sostenibilità. “Lo strumento che abbiamo sviluppato si è dimostrato efficace nella stima dei danni e dei costi degli interventi di protezione e ripristino. Grazie alla sua semplicità e versatilità, può essere applicato in contesti diversi, supportando tecnici e amministrazioni nella gestione del rischio costiero in uno scenario di crescente pressione climatica”.
L’analisi ha permesso di ricostruire l’evoluzione del litorale attraverso il confronto tra immagini storiche e dati satellitari. Un patrimonio documentale particolarmente significativo per San Lucido, caratterizzato dalla presenza di imponenti barriere artificiali. “Data la disponibilità di una consistente serie storica di ortofoto del litorale di San Lucido con le sue imponenti barriere, abbiamo analizzato le variazioni spaziali e temporali della superficie della spiaggia emersa”, evidenzia Lorenzo Rossi del Dipartimento per il monitoraggio e la tutela dell’ambiente e per la conservazione della biodiversità di ISPRA.
I risultati restituiscono un quadro preoccupante: tra il 1954 e il 2018 la superficie della spiaggia emersa si è ridotta di oltre il 60%. Alla trasformazione del territorio dovuta all’urbanizzazione si sono aggiunti gli effetti delle opere di difesa rigida, che hanno modificato il trasporto naturale dei sedimenti, incidendo sugli equilibri dell’intero tratto costiero. San Lucido rappresenta, in questo senso, un caso particolarmente significativo per comprendere come l’erosione possa propagare i propri effetti ben oltre la perdita di arenile, coinvolgendo infrastrutture e servizi essenziali.
“San Lucido è un caso emblematico per studiare le ripercussioni dell’erosione sulle infrastrutture e i possibili effetti a cascata sull’interruzione di servizi essenziali”, sottolinea Maurizio Pollino, responsabile del Laboratorio ENEA Analisi e modelli per le infrastrutture critiche e i servizi essenziali.
La vulnerabilità del territorio ha radici lontane. L’area risulta interessata da fenomeni erosivi già dalla fine dell’Ottocento, in concomitanza con la costruzione della linea ferroviaria, realizzata su strette terrazze costiere esposte al moto ondoso e all’instabilità dei versanti. Nel corso del tempo, le criticità si sono tradotte in danni alle infrastrutture e pesanti conseguenze socioeconomiche. Tra gli episodi più significativi figura quello del 1985, quando le mareggiate compromisero la linea ferroviaria, lasciandola direttamente esposta all’azione del mare.
Sulla base dei dati raccolti, CoDeC ha stimato in circa 12,5 milioni di euro il costo necessario per un intervento di ripascimento da circa 540 mila metri cubi di sedimenti. Per la manutenzione dell’arenile, invece, sarebbero necessari circa 300 mila euro all’anno, considerando un fabbisogno di circa 20 mila metri cubi di sedimenti.
Una stima che riporta al centro del dibattito anche l’efficacia delle strategie di difesa adottate negli ultimi decenni. Per proteggere la ferrovia, infrastruttura strategica nazionale, sono stati realizzati interventi strutturali che, pur rispondendo a esigenze di sicurezza, hanno prodotto conseguenze sulla morfologia della costa.
“Per garantire la continuità di un’infrastruttura strategica nazionale come quel tratto di ferrovia, sono state realizzate opere di difesa costiera come i ‘pennelli a T’. Tuttavia, questi interventi hanno alterato la dinamica naturale dei sedimenti tra Paola e San Lucido, riducendo progressivamente la spiaggia a sud delle opere e aumentando la vulnerabilità costiera”, sottolinea Sergio Cappucci di ENEA. “Le opere rigide, come muri e frangiflutti, sono state a lungo la principale strategia di difesa ma possono trasferire l’erosione verso aree vicine e richiedono manutenzione continua. Questo apre un dibattito scientifico sulla loro sostenibilità economica e ambientale nel lungo periodo rispetto alla protezione dalle mareggiate”.
La questione riguarda l’intero Paese. Negli ultimi cinquant’anni, in Italia sono andati perduti circa 40 milioni di metri quadrati di spiagge. Una trasformazione che interessa circa il 40% delle coste sabbiose e che produce conseguenze rilevanti anche sul turismo, settore che contribuisce per oltre il 5% al Prodotto interno lordo nazionale. Il fenomeno si inserisce in un quadro mediterraneo sempre più esposto all’innalzamento del livello del mare e all’intensificazione degli eventi meteorologici estremi.
La perdita degli arenili, tuttavia, non comporta soltanto una riduzione degli spazi destinati alla fruizione turistica e ricreativa. Spiagge, dune e praterie di Posidonia oceanica costituiscono infatti una barriera naturale contro mareggiate e inondazioni, offrendo un servizio ecosistemico fondamentale per la protezione dei territori costieri. Il caso di San Lucido conferma quanto la perdita di spiaggia non comprometta solo il valore ricreativo della costa, ma anche la sua capacità di funzionare da barriera naturale contro l’azione del mare. “Spiagge, dune e praterie di Posidonia oceanica svolgono naturalmente un servizio di protezione costiera da mareggiate e inondazioni gratuito finché conserviamo questi sistemi con interventi compatibili”, spiega Emiliana Valentini, ricercatrice di Cnr-Isp. “Quando invece l’uso della costa si sbilancia verso infrastrutture e insediamenti il costo della protezione diventa alto e spesso insostenibile per le realtà locali. Per questo il ripascimento delle spiagge, un approccio di ingegneria ‘soft’ che consiste nel deposito periodico di sabbia compatibile con quella originaria, potrebbe essere, in alcuni casi, una strategia efficace”.
La ricerca punta ora a un ulteriore sviluppo di CoDeC, attraverso l’integrazione di ortofoto storiche, dati di monitoraggio in tempo reale e modelli di machine learning. L’obiettivo è rendere lo strumento sempre più efficace nel supportare le decisioni delle amministrazioni pubbliche, la pianificazione degli interventi e la gestione delle emergenze.
“L’uso di infrastrutture di calcolo avanzate (HPC) consentirà di estendere le metodologie a scala nazionale e di rafforzare la pianificazione e la gestione del rischio costiero”, aggiunge Alberto Tofani, ricercatore del Laboratorio ENEA Analisi e modelli per le infrastrutture critiche e i servizi essenziali presso il Dipartimento Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili.
Dalla sperimentazione calabrese potrebbe dunque arrivare uno strumento utile per affrontare una delle principali emergenze ambientali del Paese: trasformare la conoscenza dei processi erosivi in una pianificazione più consapevole, capace di valutare non soltanto il costo delle opere di difesa, ma anche quello della perdita degli ecosistemi naturali.
