Il 2 e il 3 novembre 1968 sono date che il Piemonte ricorda come tra le più drammatiche della propria storia. In quei giorni, precipitazioni eccezionalmente intense si abbatterono su diverse aree della regione, trasformando fiumi e torrenti in corsi d’acqua impetuosi e provocando una vasta alluvione. Il bilancio fu pesantissimo: 72 persone morirono e numerosi centri abitati subirono danni ingenti. Tra i territori maggiormente colpiti ci fu la provincia di Biella, dove la conformazione del territorio, caratterizzata da vallate, corsi d’acqua e pendii montuosi, contribuì ad aggravare gli effetti delle precipitazioni. Torrenti ingrossati dalla pioggia superarono gli argini, mentre frane e smottamenti interessarono strade, abitazioni e infrastrutture. In poche ore, intere comunità si ritrovarono a fare i conti con una situazione di emergenza.
La furia dell’acqua trascinò detriti, alberi e materiali di ogni genere, danneggiando ponti, collegamenti stradali e strutture produttive. In alcune località, le esondazioni raggiunsero le abitazioni e costrinsero numerose famiglie ad abbandonare le proprie case. Le comunicazioni divennero difficili e i collegamenti tra diversi centri abitati furono interrotti, rendendo ancora più complicati i soccorsi. Le conseguenze furono particolarmente gravi nelle vallate e nelle zone attraversate dai corsi d’acqua. La popolazione si trovò ad affrontare non soltanto la perdita di vite umane, ma anche la distruzione di beni, attività economiche e infrastrutture fondamentali per la vita quotidiana.
La tragedia del 1968 riportò drammaticamente al centro dell’attenzione il problema del dissesto idrogeologico e della fragilità del territorio italiano. Le alluvioni, infatti, non sono soltanto il risultato di precipitazioni particolarmente abbondanti: possono diventare catastrofi quando si combinano con la vulnerabilità dei versanti, la presenza di corsi d’acqua non adeguatamente gestiti e un’insufficiente manutenzione del territorio.
