Il 4 novembre 2011 Genova travolta dall’alluvione: 6 vittime e una città sommersa da acqua e fango

Quindici anni fa un violentissimo nubifragio si abbatté sul capoluogo ligure, provocando l’esondazione dei torrenti Fereggiano e Bisagno e mettendo in ginocchio interi quartieri

Il 4 novembre 2011 Genova visse una delle giornate più drammatiche della sua storia recente. In poche ore, precipitazioni di eccezionale intensità trasformarono le strade del capoluogo ligure in veri e propri fiumi, trascinando automobili, detriti e ogni genere di oggetti lungo le vie cittadine. I torrenti si ingrossarono rapidamente, superarono gli argini e riversarono enormi quantità d’acqua nei quartieri più esposti, seminando distruzione e morte. Il bilancio fu tragico: 6 persone morirono, travolte dalla furia delle acque, mentre abitazioni, negozi, attività commerciali e infrastrutture subirono danni ingentissimi. A distanza di 15 anni, quella giornata rimane una ferita profonda nella memoria di Genova, una città che ancora una volta dovette confrontarsi con la violenza dei suoi corsi d’acqua e con la vulnerabilità di un territorio stretto tra il mare e le montagne.

Un nubifragio eccezionale: in poche ore cade la pioggia di molti mesi

Tutto ebbe inizio nelle prime ore della notte del 4 novembre, quando un sistema temporalesco particolarmente intenso si sviluppò in prossimità del Monte di Portofino, per poi spostarsi progressivamente verso Genova. La perturbazione rimase a lungo attiva sulla stessa area, alimentando temporali autorigeneranti, ovvero sistemi temporaleschi che continuano a formarsi e a scaricare piogge intense sulla medesima zona. Le precipitazioni si concentrarono soprattutto sulla Valle Sturla, sulla Val Bisagno e sul versante orientale della Val Polcevera. La quantità d’acqua caduta fu impressionante: in alcune località dell’entroterra genovese si registrarono accumuli eccezionali, con picchi di intensità che raggiunsero valori straordinari.

A Vicomorasso, nel Comune di Sant’Olcese, ARPAL rilevò 181 mm di pioggia in un’ora, 337 mm in tre ore e 469 mm nell’arco di 24 ore. Si tratta di quantitativi che rendono bene l’idea della violenza del fenomeno meteorologico. L’enorme massa d’acqua si riversò rapidamente nei bacini idrografici, facendo salire in maniera repentina il livello dei torrenti. La situazione precipitò nel corso della mattinata, quando i corsi d’acqua non riuscirono più a contenere la piena.

Il Fereggiano esonda: la tragedia di Marassi e Quezzi

Il momento più drammatico si verificò intorno a mezzogiorno, quando il torrente Fereggiano, affluente del Bisagno, ruppe gli argini in corrispondenza di via Fereggiano e via Stefanina Moro. L’acqua si riversò con una violenza impressionante nelle strade, trasformandole in un torrente impetuoso. Le automobili vennero trascinate e accatastate una contro l’altra, mentre il fango invadeva negozi, abitazioni e locali al piano terra e nei seminterrati.

Una delle caratteristiche che resero particolarmente pericolosa l’esondazione fu la presenza di lunghi tratti tombati dei corsi d’acqua genovesi, cioè coperti e incanalati sotto la superficie urbana. In queste condizioni, l’enorme quantità d’acqua e detriti incontrò difficoltà di deflusso. La contemporanea piena del Bisagno ostacolò ulteriormente lo scarico del Fereggiano, provocando un fenomeno di rigurgito che contribuì alla violenta fuoriuscita delle acque. Le zone di Marassi, Quezzi e San Fruttuoso furono tra le più duramente colpite. La furia del torrente investì anche le strade circostanti, travolgendo tutto ciò che incontrava lungo il proprio percorso. Anche altre aree cittadine, tra cui la zona di Brignole, la Foce e Sturla, subirono pesanti allagamenti e disagi. La situazione risultò particolarmente critica nei punti in cui la rete di drenaggio urbana non riuscì a smaltire l’enorme quantità di precipitazioni.

Sei vittime

La conseguenza più dolorosa dell’alluvione fu la perdita di 6 vite umane. Le vittime vennero travolte dalle acque del Fereggiano, in un dramma che colpì profondamente l’opinione pubblica nazionale. Tra loro c’erano Shpresa Djala, 28 anni, e le sue 2 figlie, Janissa, di appena un anno, e Gioia, di 8 anni. Persero la vita anche Angela Chiaromonte, 40 anni, Serena Costa, 19 anni, ed Evelina Pietranera, 50 anni.

Le immagini delle automobili accatastate, delle strade trasformate in corsi d’acqua e dei soccorritori impegnati nelle operazioni di salvataggio fecero rapidamente il giro d’Italia. Vigili del fuoco, forze dell’ordine, volontari e personale della protezione civile lavorarono senza sosta per raggiungere le persone in difficoltà, liberare le strade e prestare soccorso alla popolazione.

Non soltanto il Bisagno e il Fereggiano: in piena anche Sturla e Scrivia

L’emergenza non interessò esclusivamente i 2 corsi d’acqua responsabili delle esondazioni più devastanti nel capoluogo. Anche il torrente Sturla raggiunse livelli di piena molto elevati, esondando in alcuni tratti e provocando allagamenti nella zona omonima, nella parte orientale della città. Preoccupante fu anche la situazione del torrente Scrivia, nel relativo bacino dell’entroterra ligure, dove le precipitazioni eccezionali provocarono un rapido innalzamento dei livelli idrometrici e fenomeni di esondazione.
L’ondata di maltempo interessò infatti un territorio molto più vasto rispetto alla sola area urbana genovese. Diversi comuni della provincia e dell’entroterra ligure dovettero affrontare allagamenti, frane, interruzioni stradali e danni alle infrastrutture. Secondo le ricostruzioni di ARPAL, l’evento meteorologico del 4-8 novembre interessò l’intera Liguria, con quantitativi di precipitazione particolarmente elevati anche nei bacini padani. Il torrente Scrivia registrò una cumulata di 360 mm in 120 ore, mentre il Bisagno raggiunse 350 mm nello stesso intervallo temporale.

Il ricordo della grande alluvione del 1970: Genova rivive un incubo

La tragedia del 2011 riportò inevitabilmente alla memoria un altro evento catastrofico che aveva segnato profondamente la storia della città: la grande alluvione del 7 e 8 ottobre 1970. Anche allora Genova era stata devastata da precipitazioni eccezionali, con l’esondazione di diversi torrenti e l’allagamento di interi quartieri. Il bilancio fu ancora più drammatico: 44 persone persero la vita. Nel 1970 vennero registrati quantitativi di pioggia straordinari, con quasi 900 mm in poco più di 24 ore in alcune località del territorio genovese. Le 2 calamità presentarono caratteristiche meteorologiche e idrologiche differenti, ma furono accomunate dalla rapidità delle piene, dalla fragilità di alcune aree urbane e dalla difficoltà di gestire precipitazioni tanto intense.

Una città in ginocchio e la necessità di ripensare la sicurezza del territorio

Dopo il passaggio della piena, Genova si trovò davanti a uno scenario di devastazione. Strade ricoperte di fango, automobili distrutte, negozi completamente allagati e abitazioni invase dall’acqua raccontavano la dimensione di una catastrofe che aveva paralizzato una parte importante della città. Come già accaduto in altre emergenze alluvionali italiane, anche in questa occasione fu fondamentale la mobilitazione spontanea dei cittadini. Numerosi volontari si presentarono nei quartieri colpiti per aiutare commercianti e residenti a liberare strade, cantine e locali dal fango.

La tragedia riaccese inoltre il dibattito sulla gestione del rischio idrogeologico, sulla manutenzione degli alvei, sulla presenza dei torrenti tombati e sulla necessità di migliorare i sistemi di allertamento e prevenzione. Il problema della sicurezza idraulica di Genova, città attraversata da numerosi corsi d’acqua e caratterizzata da un territorio particolarmente fragile, tornò prepotentemente al centro dell’attenzione. L’alluvione del 2011 rappresentò un ulteriore campanello d’allarme per le istituzioni e per l’intero Paese: non era sufficiente intervenire dopo le catastrofi, ma occorreva investire concretamente nella prevenzione e nella messa in sicurezza del territorio.