Il 7 novembre 1996 la NASA lanciò Mars Global Surveyor, una sonda automatica destinata a raggiungere Marte con un obiettivo ambizioso: studiare in maniera approfondita la superficie, l’atmosfera e la struttura interna del Pianeta Rosso. Il lancio avvenne dalla base di Cape Canaveral, in Florida, a bordo di un razzo Delta II. La missione segnò l’inizio di una nuova fase nella ricerca scientifica americana su Marte, dopo il fallimento della precedente missione Mars Observer, persa nel 1993 poco prima di raggiungere il pianeta.
Un viaggio di 10 mesi verso il Pianeta Rosso
Mars Global Surveyor era stata progettata per realizzare una mappatura completa di Marte, raccogliendo informazioni sulla sua conformazione geografica, sulle caratteristiche del terreno, sulle condizioni climatiche e sulla presenza di eventuali risorse naturali. La sonda trasportava 6 strumenti scientifici, tra cui una fotocamera ad alta risoluzione, un altimetro laser per misurare le caratteristiche della superficie e uno spettrometro per analizzare la composizione dei materiali presenti sul pianeta. Dopo circa 10 mesi di viaggio interplanetario, il 12 settembre 1997 la navicella raggiunse Marte e riuscì a inserirsi nella sua orbita.
Per raggiungere l’orbita scientifica definitiva venne utilizzata una tecnica particolarmente interessante, chiamata aerobraking: la sonda sfruttò ripetutamente l’attrito con gli strati superiori dell’atmosfera marziana per ridurre progressivamente la propria velocità e modificare la traiettoria, evitando di consumare grandi quantità di carburante.
Le scoperte che cambiarono la conoscenza di Marte
Le osservazioni di Mars Global Surveyor produssero risultati straordinari. Durante la sua attività, la sonda realizzò oltre 240mila immagini, offrendo agli scienziati una visione del pianeta molto più dettagliata rispetto a quella disponibile in precedenza. Uno degli aspetti più importanti riguardò la ricerca dell’acqua: le fotografie della superficie mostrarono la presenza di solchi e canaloni, alcuni dei quali presentavano caratteristiche compatibili con fenomeni di erosione provocati da acqua liquida. Alcune osservazioni suggerirono inoltre che episodi di fuoriuscita di acqua potessero essersi verificati in tempi relativamente recenti nella storia geologica marziana.
La missione individuò anche depositi minerali riconducibili all’interazione con l’acqua, rafforzando l’ipotesi che Marte, miliardi di anni fa, avesse ospitato ambienti molto diversi da quelli attuali, forse caratterizzati da laghi, corsi d’acqua e condizioni potenzialmente favorevoli alla vita microbica. Un altro importante risultato fu la realizzazione di una dettagliata carta altimetrica globale del pianeta, ottenuta grazie al Mars Orbiter Laser Altimeter. Gli scienziati poterono così studiare con maggiore precisione montagne, crateri, pianure e antichi bacini. La sonda individuò inoltre anomalie magnetiche nella crosta marziana, fornendo nuove informazioni sulla storia geologica e sull’evoluzione del campo magnetico del pianeta.
Un’eredità scientifica che ha aiutato le missioni successive
Il contributo di Mars Global Surveyor non si limitò alle scoperte scientifiche. Le informazioni raccolte furono fondamentali anche per pianificare le successive missioni di esplorazione. Le mappe e i dati geologici permisero infatti di individuare e valutare aree interessanti per l’atterraggio delle future sonde. Le osservazioni della missione contribuirono, tra l’altro, alla selezione dei percorsi e delle zone di interesse per i rover della NASA, compreso Opportunity. La missione primaria, inizialmente prevista per un periodo limitato, venne più volte prolungata grazie all’ottimo funzionamento degli strumenti e alla grande quantità di informazioni scientifiche prodotte. Mars Global Surveyor continuò a operare intorno al Pianeta Rosso per oltre 9 anni, diventando una delle missioni più importanti della storia dell’esplorazione marziana.
Nel novembre 2006, tuttavia, la sonda smise improvvisamente di comunicare con la Terra. Dopo numerosi tentativi di ristabilire il contatto, il 14 novembre 2006 la NASA dichiarò conclusa la missione, attribuendo la perdita del collegamento a una serie di anomalie tecniche, probabilmente legate a un problema del sistema elettrico e del controllo dell’orientamento.
