Durante l’ultima era glaciale il nostro pianeta ha vissuto trasformazioni climatiche estreme che hanno lasciato tracce profonde nel ghiaccio. Fino a oggi gli scienziati ritenevano che il drastico calo dei gas serra fosse dovuto in via esclusiva a un crollo delle emissioni naturali del pianeta. Una nuova indagine internazionale pubblicata sulla prestigiosa rivista Science riscrive questa parte di storia climatica, svelando un meccanismo chimico inedito e affascinante. I ricercatori hanno scoperto che l’atmosfera terrestre di 20mila anni fa possedeva una straordinaria capacità di auto-pulizia, generata da una complessa interazione tra le polveri minerali sollevate dai venti e il sale marino. Questo mix ha innescato reazioni chimiche in grado di catturare e degradare il gas serra con un’efficienza mai ipotizzata prima, aprendo nuovi orizzonti per la comprensione delle dinamiche climatiche globali.
La chimica del cloro e il ruolo del sale marino
Lo studio è stato coordinato dall’Instituto de Química Física Blas Cabrera in Spagna e ha visto la partecipazione attiva dell’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Analizzando i dati estratti dalle antiche carote di ghiaccio prelevate in Antartide e in Groenlandia, gli esperti hanno unito le simulazioni dei modelli atmosferici con i registri fossili del clima. Andrea Spolaor, ricercatore del CNR e autore dello studio, chiarisce le dinamiche di questa scoperta: “I risultati mostrano che durante l’ultima Era Glaciale, circa 20.000 anni fa, il metano non diminuì soltanto perché ne veniva emesso meno, ma anche perché l‘atmosfera era più efficiente nel rimuoverlo”. Il meccanismo si basa su elementi all’apparenza semplici. Spolaor aggiunge infatti: “Le grandi quantità di polvere minerale presenti nell’atmosfera interagirono con il sale marino, favorendo la produzione di specie di cloro altamente reattive. Abbiamo scoperto che proprio queste reazioni aumentarono la capacità dell’atmosfera di rimuovere il metano, riducendone la permanenza atmosferica di circa il 20%”.

I segreti custoditi nel ghiaccio millenario
Il contributo del team italiano è stato determinante per decifrare i segnali chimici intrappolati nel ghiaccio, elementi che funzionano come una vera e propria macchina del tempo. A tal proposito, Spolaor spiega il metodo impiegato: “Le carote di ghiaccio ci permettono di leggere le tracce della chimica atmosferica del passato. L’interpretazione dei segnali chimici ha contribuito a collegare queste evidenze con i processi modellizzati, chiarendo il ruolo della chimica del cloro nella rimozione del metano durante l’ultima era glaciale”. Questa interpretazione cambia il paradigma scientifico con cui si guardava alle variazioni dei gas serra nel passato. Daphne Meidan, ricercatrice spagnola e coautrice del lavoro, sottolinea il cambio di prospettiva: “Le basse concentrazioni di metano osservate durante l’ultima era glaciale erano state interpretate principalmente in relazione a una diminuzione delle emissioni naturali”.
Una nuova visione sulle dinamiche del clima globale
Il lavoro congiunto tra ricercatori di Spagna, Italia, Argentina, Svizzera e Stati Uniti dimostra quanto l’ambiente terrestre sia un sistema interconnesso e complesso da studiare. La stessa Meidan aggiunge una riflessione fondamentale sulla scoperta: “Il nuovo studio mostra invece che anche una maggiore efficienza dei processi atmosferici di rimozione, legata alla chimica del cloro, può aver avuto un ruolo significativo”. La capacità di unire competenze diverse ha permesso di ottenere un quadro preciso e innovativo dei processi climatici di 20mila anni fa, offrendo dati preziosi anche per i futuri modelli climatici. A conclusione di questa importante ricerca, Spolaor evidenzia il valore del lavoro di squadra transnazionale: “Il punto di forza del nostro studio è stato proprio la capacità integrare, attraverso la collaborazione tra istituzioni di diversi Paesi, dati provenienti dagli archivi naturali, da osservazioni geochimiche e dalla modellistica atmosferica”.
