Il paradosso del Kilimangiaro: i dati di temperatura a lungo termine rivelano un quadro sorprendente del cambiamento climatico

Cambiamento climatico, 20 anni di temperature sul Kilimangiaro svelano i due volti della montagna: la vetta si scalda, i versanti si raffreddano

Il Monte Kilimangiaro sta subendo un riscaldamento in alcune aree e un raffreddamento in altre, secondo un nuovo studio dell’Università di Portsmouth, pubblicato sulla rivista npj Climate and Atmospheric Science. Analizzando le rilevazioni di temperatura raccolte nell’arco di 20 anni a quote comprese tra 900 e 5.803 metri sopra il livello del mare, i ricercatori hanno scoperto che, in prossimità della vetta, le temperature diurne sono aumentate in modo marcato; al contrario, il raffreddamento più intenso si è verificato sui versanti intermedi, tra i 3.000 e i 3.500 metri di altitudine.

Le serie storiche di temperatura che coprono un intervallo altitudinale così ampio sono particolarmente rare nelle montagne tropicali, dove le stazioni meteorologiche sono spesso scarse, specialmente alle quote elevate. I ricercatori descrivono il Kilimangiaro come la montagna tropicale d’alta quota meglio monitorata in Africa, grazie a sensori di temperatura installati e gestiti dall’Università di Portsmouth, che coprono un dislivello di circa 5.000 metri.

Un laboratorio a cielo aperto

Il Kilimangiaro costituisce un laboratorio a cielo aperto unico nel suo genere: elevandosi dalle pianure dell’Africa orientale fino a quasi 5.900 metri, crea una successione di ambienti distinti man mano che si sale di quota – tra cui terreni coltivati, foresta pluviale tropicale, brughiere e deserto alpino – fino a raggiungere la vetta coperta di ghiacci. Questa varietà di habitat consente agli studiosi di indagare come le tendenze termiche varino in funzione dell’altitudine e delle condizioni ambientali locali. Nick Pepin, docente presso l’Institute of the Earth and Environment dell’Università di Portsmouth, ha dichiarato: “il cambiamento climatico non influisce su ogni parte di una montagna allo stesso modo. Le osservazioni a lungo termine condotte a diverse altitudini ci aiutano a cogliere queste differenze locali e a delineare un quadro più preciso di come stiano mutando gli ambienti montani“.

Mappare due decenni di variazioni termiche

I ricercatori hanno integrato le misurazioni provenienti da 22 sensori di temperatura, attivi sul Kilimangiaro dal 2004 al 2024, con osservazioni satellitari e altri dati ambientali. Ciò ha consentito di stimare le temperature dell’aria sull’intera montagna con una risoluzione di 1 chilometro, anziché basarsi esclusivamente sulle rilevazioni di singole stazioni di monitoraggio. L’approccio fornisce un quadro dettagliato di come le temperature varino lungo il rilievo e tra il giorno e la notte. I dati aggregati hanno mostrato che, nel periodo analizzato, le temperature diurne in prossimità della vetta sono aumentate tra 0,05°C e 0,10°C per decennio, mentre tra i 3.000 e i 3.500 metri sono diminuite di circa 0,13°C-0,14°C per decennio. Durante la notte, si è registrato un leggero riscaldamento a quasi tutte le quote, mentre le temperature in vetta sono rimaste sostanzialmente stabili.

La vegetazione potrebbe spiegare il raffreddamento a quote intermedie

Yaping Mo, dottorando presso l’Università di Portsmouth e autore principale dello studio, ha spiegato: “il raffreddamento riscontrato sui versanti a quote intermedie coincide con l’espansione verso l’alto della fascia a brughiera. Ciò indica che i cambiamenti nella vegetazione e nella copertura del suolo potrebbero influenzare le temperature locali, sebbene sia probabile il concorso di altri fattori”. “A quote più basse, la zona della foresta pluviale ha mostrato un riscaldamento diurno relativamente contenuto”. Ciò indica che gli interventi di conservazione e riforestazione potrebbero aver contribuito a limitare l’aumento delle temperature locali, sebbene tale relazione richieda ulteriori approfondimenti. La vegetazione influisce sulla quantità di luce solare che raggiunge il suolo e sul modo in cui il calore si trasferisce tra il terreno e l’aria. Una vegetazione sana e rigogliosa può sottrarre energia solare, impedendo che questa riscaldi l’aria e contribuendo così a mantenere temperature più basse.

Collegare le temperature rilevate dai satelliti a quelle dell’aria

Lo studio mette inoltre in luce una sfida legata alla ricerca sui climi montani condotta tramite satelliti. Le misurazioni satellitari registrano la temperatura della superficie terrestre, che può differire notevolmente da quella dell’aria. Durante la stagione secca, il suolo esposto può risultare più caldo dell’aria circostante di 10-15°C. I ricercatori hanno tuttavia sviluppato un modello in grado di ricavare l’una dall’altra, consentendo di sfruttare appieno il potenziale dei dati satellitari per mappare le variazioni di temperatura sull’intero massiccio montuoso.

Il Dottor Harold Lovell, della School of the Environment and Life Sciences dell’Università di Portsmouth, ha dichiarato: “la nostra ricerca dimostra che il riscaldamento non è necessariamente uniforme su una montagna, nemmeno su distanze relativamente brevi. Combinare le misurazioni a terra a lungo termine con i dati satellitari ci aiuta a individuare tali differenze e potrebbe offrire un metodo per studiare i cambiamenti di temperatura in altre regioni montuose dove la presenza di stazioni meteorologiche è limitata”. Estendere questo approccio ad altre aree potrebbe consentire agli scienziati di delineare un quadro più dettagliato dell’evoluzione dei climi montani e di comprendere meglio come i paesaggi locali influenzino le tendenze termiche.