La notizia arriva direttamente dalle pagine della nota rivista scientifica Australian Geographic, che in un recente articolo ha messo in luce una pratica tanto inusuale quanto fondamentale per chi studia la natura. Quello che per molti potrebbe sembrare semplicemente un fastidioso ostacolo da evitare durante una passeggiata, per gli esperti di conservazione della fauna selvatica rappresenta una vera e propria mappa del tesoro ricca di indizi scientifici. Dalla scoperta delle abitudini alimentari degli animali minacciati fino al tracciamento di patologie pericolose e alla valutazione della variabilità genetica, gli escrementi animali stanno aiutando i ricercatori di tutto il mondo a proteggere in modo molto più efficace le specie più vulnerabili del nostro pianeta. Un aneddoto divertente riportato da una ricercatrice sul campo racconta di un risveglio con gli scarponi distrutti e privati dei lacci: il colpevole era un anziano e sfacciato diavolo della Tasmania, identificato proprio grazie al ritrovamento, poco distante, delle sue feci contenenti diversi centimetri di laccio per scarpe arrotolato.
Che cos’è lo scat e come si trasforma in uno strumento di ricerca
Nel gergo scientifico, il termine scat viene utilizzato per indicare le feci degli animali selvatici. Questa materia organica si presenta in natura sotto innumerevoli forme e dimensioni, spaziando dai curiosi escrementi a forma di cubo tipici dei vombati fino alle minuscole palline rotonde che i conigli si lasciano alle spalle. Studiare questi residui può certamente aiutare a identificare un ladro di lacci per scarpe, ma soprattutto costituisce una parte vitale e imprescindibile per le strategie di conservazione delle specie. Comprendere a fondo la composizione di questi scarti organici permette agli scienziati di raccogliere dati senza dover interagire direttamente con l’animale, riducendo lo stress per la fauna e ottimizzando le risorse a disposizione dei team di ricerca.
L’evoluzione della ricerca spaziale: dai percorsi a griglia ai cani da fiuto
Per poter analizzare i contenuti dello scat, i ricercatori trascorrono innumerevoli ore sul campo dedicandosi alla sua ricerca. Tradizionalmente, questo lavoro viene svolto conducendo sistematiche ricerche a griglia. Questo metodo comporta la creazione di transetti, ovvero percorsi stretti e lineari che si estendono attraverso un’area di studio specifica, consentendo agli scienziati di perlustrare palmo a palmo il terreno e raccogliere qualsiasi campione visibile. In tempi più recenti, tuttavia, la metodologia ha subito una vera e propria rivoluzione grazie all’impiego dei cani da fiuto. Sfruttando i loro milioni di recettori olfattivi, che garantiscono un senso dell’olfatto nettamente superiore, questi cani vengono addestrati per individuare le tracce organiche in modo rapido ed efficiente. I risultati sono sorprendenti: in uno studio specifico, i cani addestrati hanno trovato circa il cinquantatré percento in più di scat di koala rispetto alle normali ricerche visive condotte dalle controparti umane.
Monitorare le popolazioni sfuggenti attraverso le tracce invisibili
La vera domanda è perché i ricercatori investano così tanto tempo ed energie nella ricerca di un prodotto di scarto da cui la maggior parte delle persone si terrebbe alla larga. La risposta risiede nel fatto che lo scat è un ricco serbatoio di informazioni, di vitale importanza soprattutto quando si ha a che fare con gli animali più vulnerabili. Le specie a rischio di estinzione esistono solitamente in numeri molto bassi e possono essere estremamente sfuggenti per natura. Questa combinazione di fattori li rende non solo difficili da trovare fisicamente, ma anche complessi da monitorare nel tempo. Analizzare le feci abbandonate nell’ambiente, al contrario, permette agli scienziati non solo di determinare con certezza se una determinata specie vive ancora in una certa area geografica, ma anche di stimare con precisione quanti individui siano effettivamente presenti in quel territorio.
Il microbioma intestinale e i segreti nascosti nella dieta animale
Le feci ci forniscono anche indizi fondamentali su cosa stanno mangiando gli animali e su quanto sia sano il loro microbioma intestinale. Quest’ultimo rappresenta l’insieme di batteri e virus che vivono all’interno del sistema digestivo di un animale, supportandone attivamente la digestione e le difese immunitarie. Il microbioma di un animale può subire drastici cambiamenti a seconda del luogo in cui vive. Ad esempio, i diavoli della Tasmania tenuti in cattività presentano un numero significativamente inferiore di batteri nei loro escrementi rispetto agli esemplari selvatici. Tuttavia, quando vengono rilasciati in natura, questi animali nati in cattività riescono ad acquisire rapidamente nuovi batteri, adattandosi in breve tempo alla vita nell’ambiente selvatico. L’alimentazione gioca un ruolo chiave in questo processo. Nel caso dei diavoli della Tasmania, la dieta include praticamente di tutto: dai lacci delle scarpe alle cerniere delle mute da sub, fino a rane, pesci e persino pecore, rendendo le loro feci dei veri e propri ecosistemi a sé stanti. Tracciando la dieta animale, gli scienziati possono calibrare perfettamente i bisogni nutrizionali degli animali in cattività e, allo stesso tempo, identificare le prede più comuni, come wallaby e uccelli, prendendo misure preventive per proteggere queste ultime tramite l’installazione di recinzioni di esclusione.
La prevenzione delle malattie e i vantaggi dei metodi non invasivi
Solitamente, gli scienziati monitorano la diffusione delle malattie catturando i singoli animali e prelevando campioni di sangue o tamponi, in modo molto simile ai test che gli esseri umani hanno imparato a conoscere durante le recenti pandemie. Questo tipo di test, però, risulta spesso molto scomodo e stressante per la fauna selvatica. Lo studio dello scat rappresenta un’alternativa eccellente per rilevare le malattie infettive. La raccolta delle feci è infatti un metodo completamente non invasivo che permette di individuare batteri nocivi, virus e parassiti. Proprio come avviene per gli esseri umani, i corpi degli animali espellono materiale infettivo in molteplici modi, tra cui la produzione di escrementi. Per fare un esempio pratico, i ricercatori possono diagnosticare la clamidia nei koala semplicemente esaminando i loro escrementi al microscopio e in laboratorio, ottenendo risultati accurati tanto quanto quelli derivanti da fastidiosi tamponi invasivi.
La diversità genetica e il futuro della conservazione della fauna selvatica
Mentre il cibo digerito si muove attraverso il corpo di un animale, raccoglie e trascina con sé le cellule che rivestono le pareti dell’intestino. I ricercatori di laboratorio possono estrarre il DNA fecale da queste specifiche cellule per analizzare quanto siano diversificati i geni di un singolo animale. Questa variazione è conosciuta a livello scientifico come diversità genetica ed è il motivo per cui non esistono due animali, o due esseri umani, che abbiano lo stesso identico aspetto e si comportino nello stesso modo. In linea generale, maggiore è la variazione genetica di una specie, maggiori sono le sue possibilità di successo evolutivo. La variazione genetica, infatti, permette alle popolazioni animali di adattarsi e resistere a minacce esterne severe, come l’insorgere di nuove patologie e i rapidi mutamenti legati al cambiamento climatico, garantendone in ultima analisi la sopravvivenza a lungo termine. Sfruttando questa tecnica, i biologi hanno già valutato con successo la salute genetica del bilby maggiore, studiato i modelli di riproduzione e spostamento dei pipistrelli fantasma attraverso le remote regioni dell’Australia settentrionale, e scoperto che i leopardi delle nevi tendono a non spostarsi attraverso i vari siti di riproduzione situati nel vasto altopiano tibetano.
Limiti attuali e prospettive future nello studio del DNA fecale
Senza dubbio lo scat si è rivelato un potente e per certi versi inaspettato strumento di conservazione. Probabilmente non esiste nessun’altra sostanza al mondo in grado di raccontare così tanti dettagli su un animale che potremmo non riuscire mai a incrociare visivamente. Ciononostante, questa branca di studio presenta ancora delle limitazioni tecniche che non possono essere ignorate. Quando le feci vengono esposte alle intemperie e agli elementi naturali, il DNA contenuto in esse può degradarsi molto rapidamente, rendendo di fatto assai più complicato estrarre dati affidabili per la ricerca. Attualmente, la comunità scientifica sta studiando nuovi metodi per riuscire a mantenere i campioni freschi direttamente sul campo, ma sarà necessario ulteriore lavoro prima che gli scienziati possano affidarsi esclusivamente alla sola raccolta di materiale fecale, rinunciando del tutto ai tradizionali prelievi di campioni di sangue e tessuti. Analizzare escrementi potrebbe non sembrare l’attività più affascinante per il grande pubblico, ma per i ricercatori impegnati in prima linea rappresenta un approccio incredibilmente pratico, unico e insostituibile per proteggere e salvaguardare la nostra preziosa fauna selvatica.
