Quando un terremoto danneggia un centro abitato o un fiume esonda travolgendo strade e abitazioni, il racconto pubblico tende spesso a descrivere la natura come una forza crudele, imprevedibile e inarrestabile. È una reazione comprensibile davanti alla perdita di vite e di case, ma rischia di fermarsi alla superficie dell’evento e di lasciare in ombra una domanda decisiva: quanto di ciò che chiamiamo “disastro naturale” dipende dal fenomeno fisico e quanto, invece, dalle condizioni in cui le persone si trovano esposte a quel fenomeno?
È da questa domanda che prende le mosse I disastri non esistono, il libro del geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi. La tesi dell’autore è netta: terremoti, alluvioni, eruzioni e frane fanno parte della storia geologica del pianeta, mentre la catastrofe nasce quando questi processi incontrano insediamenti, infrastrutture e persone che non sono stati protetti in modo adeguato.
L’intervista a Mario Tozzi
‘I disastri non esistono’: come spiega una frase così provocatoria a chi ha perso tutto in un’alluvione, in una frana o in un terremoto?
“Non è affatto provocatoria: dice che quello è un evento naturale diventato disastroso per colpa nostra, anche della persona stessa se ha vissuto in un luogo in cui non doveva o se è entrata in una casa costruita male. I disastri in sé non esistono, esistono le nostre incapacità di convivere con il mondo naturale, che soprattutto in Italia è costituito da questi eventi. Se lo sai ci devi convivere: se ti trovi vicino a un fiume ti devi spostare, se vivi in un territorio vulcanico devi prestare attenzione alle eruzioni e se ti trovi in una zona sismica devi costruire bene”.
A Niscemi la fragilità geologica antica si è intrecciata con le piogge estreme e la trasformazione del territorio. Cosa ci insegna questo caso sul modo in cui clima, geologia e scelte umane possono sommarsi?
“Insegna proprio che questi fattori si sommano. Su un territorio costituzionalmente fragile e geologicamente attivo come quello italiano ci si sarebbe dovuti muovere con molta circospezione, cosa che invece non è stata fatta. L’insegnamento è che tutto questo, addizionato agli effetti della crisi climatica, si traduce quasi sempre in una conseguenza catastrofica”.
Nel libro propone di restituire spazio ai fiumi e di trasformare le città in «spugne». Se dovesse indicare un intervento concreto e prioritario per ridurre il rischio qui in Italia, quale sceglierebbe?
“Più natura significa più sicurezza, quindi più spazio si restituisce alla natura e minori saranno i rischi. Lasciando i fiumi liberi si generano molti meno danni rispetto a quando vengono costretti. La formula cardine resta: più natura, più sicurezza”.
Nel libro immagina un ‘articolo zero’ della Costituzione incentrato sul diritto a una casa sicura. Quale decisione dovrebbe prendere oggi la politica per rendere concreto questo principio?
“La politica dovrebbe fare in modo che i cittadini abbiano sempre la piena consapevolezza del luogo in cui vivono e dell’edificio in cui abitano. Questo significa diffondere conoscenza, per esempio attraverso il fascicolo del fabbricato e le mappe del rischio, in modo da sapere esattamente dove si sta. Inoltre occorre investire le risorse, fino all’ultimo centesimo, in queste operazioni di conoscenza, sicurezza e prevenzione, che sono le sole realmente utili, anziché destinarle a opere faraoniche di dubbia utilità”.
La formula scelta da Tozzi può apparire dura, soprattutto a chi abbia perso la propria casa o abbia subito direttamente le conseguenze di una frana, di un’alluvione o di un terremoto. La distinzione fra il fenomeno naturale e il disastro che ne può derivare, però, non dovrebbe diventare un giudizio sulle persone colpite, né un modo per attribuire loro la responsabilità di ciò che è accaduto.
Il punto sollevato dal geologo è un altro: le conseguenze dipendono anche da quante persone, abitazioni e infrastrutture si trovano nell’area interessata e da quanto siano vulnerabili.
Un sisma può verificarsi senza produrre danni rilevanti in un edificio progettato e costruito per resistere alle sollecitazioni; una piena può espandersi in un’area libera senza investire un quartiere; una frana può mettere a rischio un versante, ma l’esposizione delle persone cambia se si è costruito a ridosso del margine instabile. Questo non rende meno reale il dolore di chi subisce una catastrofe. Al contrario, sposta la discussione sulle responsabilità collettive che possono essere affrontate prima dell’emergenza: conoscere il territorio, costruire in modo adeguato, evitare nuove urbanizzazioni nelle aree più esposte e intervenire sugli insediamenti già esistenti quando la sicurezza non può essere garantita.
Niscemi, quando geologia, acqua e territorio si incontrano
La frana di Niscemi mostra quanto possano essere articolati i processi che conducono a un dissesto. Non basta mettere in relazione una pioggia e una frana, perché la pioggia può agire su un versante già predisposto al movimento, dove le caratteristiche delle rocce, la circolazione dell’acqua, l’erosione alla base e la storia delle deformazioni precedenti concorrono a determinare la stabilità. A Niscemi la memoria del rischio non comincia con l’evento più recente: una grande frana aveva già interessato il territorio nel 1997, danneggiando una parte del centro abitato e rendendo inagibili o distruggendo alcuni edifici. La Protezione Civile ricostruisce inoltre gli eventi franosi del gennaio 2026, con un fronte instabile sviluppato per diversi chilometri lungo il margine dell’abitato e la riattivazione di un settore già interessato in passato.
Nel rapporto tecnico sull’evento, fra i fattori predisponenti e d’innesco vengono indicati l’assetto geologico, il contrasto di permeabilità tra sabbie e argille e i processi erosivi lungo il torrente Benefizio e gli impluvi secondari. Le precipitazioni antecedenti, pur non eccezionali in termini assoluti secondo il rapporto, possono aver contribuito all’aumento della pressione dell’acqua nel sottosuolo, in un contesto già prossimo a condizioni critiche.
È un esempio di come una frana possa dipendere da più elementi che agiscono insieme e di come la pioggia non debba essere letta isolatamente dal quadro geologico e idrologico del versante.
Il cambiamento climatico non cancella la geologia né rende ogni singolo evento automaticamente attribuibile al riscaldamento globale. Può però modificare il contesto meteorologico in cui si verificano le precipitazioni intense e concentrate, aumentando la pressione su territori già vulnerabili. Per questo la pianificazione deve considerare insieme le caratteristiche dei versanti, i corsi d’acqua, le trasformazioni urbane e gli scenari climatici.
Restituire spazio ai fiumi per ridurre i danni
Alla domanda su quale intervento concreto dovrebbe avere priorità in Italia, Tozzi indica una direzione chiara: “Più natura significa più sicurezza”. Il principio riguarda in particolare i fiumi, che hanno bisogno di aree dove le acque possano espandersi durante le piene senza trovare subito edifici, strade e attività.
Un corso d’acqua non è soltanto il canale che si vede nei periodi di magra. Durante le piene occupa superfici più ampie e trasporta energia, sedimenti e detriti; se il suo spazio viene ristretto, tombato o circondato da insediamenti, l’acqua può raggiungere più rapidamente zone densamente abitate. Lasciare spazio al fiume significa pianificare le aree golenali, evitare nuove costruzioni nei punti esposti, recuperare superfici permeabili e affiancare agli interventi strutturali una gestione coerente dell’intero bacino.
La stessa logica può essere applicata alle città, spesso definite “spugne” quando riescono ad assorbire e rallentare parte dell’acqua piovana attraverso suoli permeabili, aree verdi, parchi, giardini e sistemi di drenaggio urbano sostenibile.
Non esiste una soluzione unica capace di eliminare il rischio, ma la combinazione fra rinaturalizzazione, manutenzione, pianificazione e protezione civile può contribuire a ridurre la quantità d’acqua che scorre rapidamente in superficie e la pressione sui sistemi fognari. La tesi di Tozzi non è che gli argini o le opere di ingegneria siano sempre inutili, ma che non possano sostituire una gestione complessiva del territorio. Un’opera può proteggere un tratto e trasferire il problema più a valle se non è progettata considerando il comportamento dell’intero sistema fluviale. Per questo la prevenzione richiede di valutare dove l’acqua possa espandersi, quali insediamenti siano esposti e quali aree debbano essere liberate o trasformate.
Conoscere il rischio e sapere dove si abita
Nel libro Tozzi immagina un “articolo zero” della Costituzione dedicato al diritto a una casa sicura. Nella sua risposta richiama la necessità di mettere i cittadini nelle condizioni di conoscere il luogo in cui vivono e le caratteristiche dell’edificio che abitano, attraverso strumenti come il fascicolo del fabbricato e le mappe del rischio.
La conoscenza non è un adempimento burocratico: consente alle persone di capire quali pericoli siano presenti, quali interventi siano necessari sugli edifici e quali comportamenti seguire in caso di allerta. La sicurezza di una casa dipende inoltre da fattori diversi a seconda del pericolo: per i terremoti contano la qualità della progettazione e della costruzione; per le frane sono essenziali la stabilità del versante e la conoscenza del sottosuolo; per le alluvioni pesano la quota, la vicinanza al corso d’acqua e le vie di deflusso.
I dati nazionali aiutano a comprendere la dimensione della sfida. Secondo l’edizione 2024 del rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico, 7.463 comuni italiani, il 94,5% del totale, risultano interessati da aree a rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera; il rapporto stima inoltre 1,28 milioni di persone esposte a rischio elevato o molto elevato di frana e 6,8 milioni in aree a rischio alluvioni nello scenario di pericolosità media. Sono indicatori di esposizione, non la certezza che ogni persona o edificio subirà un danno, ma mostrano quanto sia centrale la pianificazione.
Tozzi lega la conoscenza alla destinazione delle risorse pubbliche, chiedendo di investire nella sicurezza e nella prevenzione. È un richiamo a rendere visibile la prevenzione anche quando non produce un’inaugurazione o un risultato immediato, perché il suo successo consiste spesso nel danno che non si verifica e nell’emergenza che non si trasforma in tragedia.
La prevenzione comincia prima dell’emergenza
Il messaggio dell’intervista è che non possiamo impedire alla Terra di muoversi, ai fiumi di gonfiarsi o ai vulcani di eruttare. Possiamo però ridurre l’esposizione, rendere gli edifici più sicuri, conoscere meglio i versanti e lasciare ai sistemi naturali lo spazio necessario per funzionare. In Italia questa consapevolezza è particolarmente urgente: ISPRA rileva che l’urbanizzazione e la forte antropizzazione hanno aumentato gli elementi esposti, mentre la trasformazione e l’impermeabilizzazione del suolo possono aggravare alcune criticità.
Dire che “i disastri non esistono” non deve cancellare la sofferenza di chi li vive, ma spingere a guardare oltre l’immediatezza dell’evento. La domanda non è soltanto quanto sia stata violenta la pioggia o quanto abbia tremato la terra, ma anche perché abitazioni e infrastrutture si trovassero in quel punto, quali conoscenze fossero disponibili e quali decisioni siano state prese prima dell’emergenza.
È su questo terreno che la formula di Tozzi diventa un invito alla responsabilità pubblica: convivere con un territorio geologicamente attivo richiede prudenza, informazione, manutenzione e scelte urbanistiche capaci di rispettare i limiti fisici dei luoghi. La natura continuerà a seguire le proprie dinamiche; la differenza, spesso, la fa il modo in cui scegliamo di abitarle.
