Perché negli ultimi anni sembra piovere più al Sud che al Nord? Il caso di Omegna e il ruolo delle perturbazioni, dei mari e delle montagne

La percezione può nascere da singoli episodi intensi e dalla distribuzione irregolare delle precipitazioni, ma i dati nazionali più recenti non mostrano una regola costante

“Come mai in questi ultimi anni piove molto di più al Sud rispetto al Nord?“, domanda un lettore, ricordando che a Omegna, nel Verbano, si parlava un tempo del ‘pisciatoio d’Italia”, un soprannome che restituisce bene l’immagine di una località abituata a piogge frequenti e abbondanti. La domanda tocca un tema importante, perché negli ultimi anni diverse regioni meridionali sono state interessate da episodi di maltempo molto intensi, con alluvioni, accumuli elevati e temporali persistenti, mentre in altre circostanze il Nord ha attraversato fasi più asciutte o comunque molto diverse da quelle che ci si aspetterebbe osservando il suo clima tradizionalmente piovoso.

Per rispondere, però, bisogna distinguere la pioggia caduta durante un singolo evento, quella accumulata in una stagione e il bilancio dell’intero anno. Un’alluvione può lasciare un’impressione fortissima e produrre in poche ore una quantità d’acqua eccezionale, ma non significa necessariamente che la regione colpita abbia ricevuto più precipitazioni di un’altra nell’arco di dodici mesi. Allo stesso modo, alcune settimane asciutte possono far pensare che un’intera area sia diventata meno piovosa, anche se il totale annuale viene poi riequilibrato da una o più perturbazioni intense.

I dati recenti non mostrano un Sud sempre più piovoso

Le rilevazioni nazionali aiutano a mettere a fuoco il quadro. Nel 2024, secondo il rapporto di SNPA, le precipitazioni sono state molto superiori alla media al Nord, con un’anomalia del +38%, mentre al Sud e sulle Isole sono risultate inferiori del 18%. Il 2025 ha mostrato un contrasto meno marcato ma nella stessa direzione: ISPRA ha stimato precipitazioni annuali superiori del 7% al Nord e inferiori del 5% al Sud e sulle Isole, con valori vicini alla media al Centro. Questi numeri non smentiscono ciò che il lettore può aver osservato in occasione di specifiche ondate di maltempo, ma indicano che non si può concludere che negli ultimi anni piova sempre di più al Sud rispetto al Nord. Anzi, almeno nei bilanci annuali del 2024 e del 2025 il segnale è stato opposto. Per il 2026, al 3 novembre, l’anno meteorologico non è ancora completo: un confronto definitivo tra aree richiederà i dati consolidati e omogenei dell’intero anno.

Anche guardando a un periodo più lungo, il quadro resta complesso. L’analisi ISPRA delle precipitazioni cumulate annuali e stagionali dal 1961 al 2025 non rileva un trend statisticamente significativo per l’Italia nel suo insieme né per le macroaree del Nord, Centro, Sud e Isole. Questo non significa che il clima sia immutato, ma che, se si considera soltanto la quantità totale di pioggia, la serie nazionale non mostra una crescita o una diminuzione lineare abbastanza robusta da descrivere l’intero Paese.

La pioggia dipende dalla traiettoria delle perturbazioni

L’Italia si trova in una posizione in cui l’esito delle perturbazioni può cambiare molto anche con spostamenti relativamente piccoli delle aree di bassa pressione e dei corridoi di aria umida. Se una circolazione depressionaria si approfondisce sul Mediterraneo occidentale o sul Tirreno, può richiamare aria umida da sud o sud-ovest verso la Penisola, concentrando le precipitazioni sulle regioni tirreniche e lungo i rilievi appenninici; se invece il minimo si sposta più a est o interagisce con correnti provenienti dai Balcani, possono diventare più esposti il versante adriatico, il Sud e le Isole, mentre altre aree restano ai margini della perturbazione.

Conta anche la persistenza della configurazione. Una perturbazione che si muove rapidamente può distribuire la pioggia su un territorio ampio ma produrre accumuli contenuti, mentre un flusso umido che resta per molte ore orientato contro una costa o una catena montuosa può alimentare piogge ripetute sulla stessa zona. Il risultato, spesso, è una geografia degli accumuli molto disomogenea: località vicine possono ricevere quantitativi diversi e, nel giro di pochi chilometri, si può passare da piogge intense a precipitazioni molto più modeste.

Mare e Appennino possono amplificare gli accumuli

La conformazione della Penisola contribuisce a questa variabilità. L’Appennino è una catena montuosa vicina al mare e, quando riceve correnti umide dal Tirreno o dall’Adriatico, può forzare l’aria a salire, favorendo la condensazione e la formazione di nubi e precipitazioni. In determinate configurazioni, il rilievo può inoltre contribuire a mantenere o rinnovare i temporali sulle stesse aree, facendo crescere gli accumuli anche quando il sistema perturbato non è particolarmente vasto. Uno studio recente dedicato ai fenomeni convettivi in Italia descrive proprio il ruolo delle interazioni tra flussi marittimi e rilievi appenninici: la convergenza delle brezze e delle correnti vicino alla costa, l’ascesa dell’aria sui versanti esposti e la canalizzazione dei venti attraverso valli e passaggi possono modificare la posizione e la durata delle precipitazioni. Per alcune configurazioni di maltempo in Campania, per esempio, sono stati individuati schemi ricorrenti associati al trasporto di aria umida marittima e al sollevamento forzato lungo i rilievi.

Questo meccanismo non riguarda soltanto il Sud: anche le Alpi, le Prealpi, l’Appennino settentrionale e alcune aree della Liguria possono ricevere precipitazioni abbondanti quando sono investite dai flussi più favorevoli. Ma la vicinanza al mare, l’orientamento dei rilievi e la traiettoria delle correnti fanno sì che non esista un’unica configurazione capace di portare pioggia nello stesso modo su tutto il territorio nazionale.

Omegna e il cosiddetto ‘pisciatoio d’Italia’

Il riferimento a Omegna è utile proprio perché ricorda quanto le differenze locali possano essere rilevanti. La cittadina si trova sulle sponde del Lago d’Orta, nel Verbano, in un territorio vicino ai rilievi alpini e prealpini: in presenza di correnti umide e di configurazioni favorevoli, la conformazione del territorio può contribuire a concentrare le precipitazioni, come avviene in molte aree pedemontane e lacustri del Nord Italia. Il soprannome di ‘pisciatoio d’Italia’ racconta dunque una memoria climatica locale, legata alla frequenza con cui la pioggia poteva presentarsi e alla notorietà degli episodi piovosi, ma non va interpretato come una classifica valida in ogni periodo o come una garanzia che Omegna sia sempre il luogo più piovoso del Paese. I primati dipendono dal periodo considerato, dalla rete di misurazione e dal parametro scelto: totale annuo, pioggia in un mese, precipitazione giornaliera o intensità massima.

Anche all’interno delle regioni settentrionali esistono infatti differenze notevoli: alcune aree alpine e prealpine possono accumulare quantitativi molto elevati, mentre la pianura padana può attraversare fasi siccitose; lo stesso vale per il Sud, dove i versanti esposti alle correnti umide possono ricevere piogge abbondanti, mentre altre zone, comprese aree interne e settori delle Isole, possono restare in deficit.

Cambiamento climatico: più energia nei fenomeni, ma non una risposta semplice

Il cambiamento climatico entra in questa discussione, ma occorre farlo con precisione. L’aumento delle temperature modifica il contenuto di umidità dell’atmosfera e il funzionamento del ciclo dell’acqua, mentre la distribuzione delle piogge dipende anche dalle circolazioni atmosferiche e dalla posizione delle perturbazioni. Per questo un’atmosfera più calda non significa automaticamente “più pioggia ovunque”: le precipitazioni possono aumentare in alcune aree e diminuire in altre, e le tendenze cambiano a seconda della stagione, della regione e dell’indicatore osservato. È quindi possibile che un territorio alterni periodi asciutti a episodi di pioggia molto intensa, senza che il totale annuale mostri una crescita netta. Per descrivere correttamente un cambiamento non basta contare quanti eventi estremi sono rimasti nella memoria, ma bisogna esaminare serie storiche omogenee e distinguere tra quantità complessiva, frequenza dei giorni piovosi, durata dei periodi asciutti e intensità delle precipitazioni più forti. La stessa ISPRA sottolinea che i dati aggregati per macroarea non cancellano le differenze locali e che le valutazioni devono tenere conto della distribuzione delle stazioni e dei metodi di confronto.

La risposta al lettore, in definitiva, è che negli ultimi anni il Sud può essere stato colpito da episodi di maltempo molto vistosi e localmente eccezionali, ma i dati nazionali non indicano una regola generale secondo cui oggi piove più al Sud che al Nord. Nel 2024 e nel 2025, per esempio, il bilancio annuale ha mostrato precipitazioni più abbondanti al Nord e deficit al Sud; in altri periodi o durante singoli eventi, la distribuzione può invertirsi. Omegna resta legata a una storia di piogge frequenti e a una posizione geografica favorevole agli accumuli, ma il suo antico soprannome descrive una caratteristica locale, non una legge valida per tutta l’Italia o per ogni anno.