Possibile SSW precoce, vortice polare sotto osservazione: Europa, Asia e Nord America potrebbero seguire strade diverse nelle prossime settimane

L’analisi di Judah Cohen invita però alla prudenza: l’evento potrebbe aumentare l’instabilità atmosferica nelle settimane successive, ma non permette di prevedere con certezza dove arriveranno freddo e neve

L’inizio di novembre si presenta con un segnale atmosferico raro e ancora in evoluzione: i modelli descrivono un progressivo indebolimento del vortice polare stratosferico, con la possibilità di una sua marcata disruption già nella prima metà del mese. Se la circolazione dei venti dovesse invertirsi nella fascia e alla quota usate per la classificazione, si parlerebbe di un major sudden stratospheric warming, o SSW maggiore. Per ora, tuttavia, si tratta di uno scenario previsionale, la cui tempistica è stata più volte rinviata e che dovrà essere confermato dalle osservazioni.

Nel suo aggiornamento del 2 novembre, il climatologo Judah Cohen, di Atmospheric and Environmental Research (AER), descrive un vortice polare già allungato e destinato a riorganizzarsi nei prossimi giorni, mentre sottolinea quanto sia difficile stabilire in anticipo la risposta dell’atmosfera fino alla fine dell’anno. Il messaggio centrale non è che un inverno freddo sia ormai certo, ma che un evento stratosferico così precoce potrebbe rendere meno affidabili le proiezioni a lungo termine e aumentare la possibilità di cambiamenti importanti nella circolazione emisferica.

Che cos’è il vortice polare e perché la sua forma conta

Il vortice polare è una vasta circolazione di venti occidentali che, durante la stagione fredda, ruota attorno alle regioni polari nella stratosfera, a decine di chilometri di quota. Quando è compatto e intenso, tende a mantenere l’aria più fredda raccolta alle alte latitudini; quando si indebolisce, si deforma o viene spostato, può cambiare anche la distribuzione delle masse d’aria e delle onde atmosferiche nell’emisfero settentrionale. Questo non significa che il freddo scenda automaticamente verso le medie latitudini, ma che il sistema diventa più favorevole a configurazioni circolatorie diverse da quelle associate a un vortice forte e stabile.

Un vortice può allungarsi, spostarsi dal Polo oppure dividersi in due centri distinti: sono evoluzioni differenti, anche se tutte possono essere legate a una forte interazione con le onde atmosferiche provenienti dalla troposfera. Nell’analisi di Cohen, la configurazione attuale somiglia soprattutto a un vortice stretched, cioè stirato e allungato, con nuclei separati ma senza una vera divisione del vortice. Il passaggio successivo previsto dai modelli, con il centro principale che si consolida tra Mare di Barents-Kara e Urali e con un forte riscaldamento stratosferico, assomiglierebbe invece maggiormente a un vortice spostato e a una possibile fase di SSW. Per parlare di SSW maggiore si usa comunemente un criterio preciso: la media zonale dei venti a 10 hPa e 60°N deve passare da occidentale a orientale durante l’inverno boreale. Perciò un riscaldamento stratosferico molto evidente o un vortice fortemente deformato non bastano, da soli, a confermare l’evento secondo questa definizione. Finché la soglia dei venti non viene effettivamente raggiunta, è corretto parlare di possibile SSW o di disruption prevista, non di un evento già avvenuto.

Un’anomalia potenzialmente precoce, ma con una tempistica ancora mobile

La previsione più ragguardevole riguarda la possibile precocità della disruption. Le simulazioni mostrano un forte impulso di flusso di attività ondulatoria dalla troposfera verso la stratosfera: in termini semplici, grandi onde atmosferiche trasferiscono energia verso l’alto e possono frenare la circolazione occidentale del vortice. Se il rallentamento fosse abbastanza marcato da produrre l’inversione dei venti a 10 hPa e 60°N, il criterio di SSW maggiore sarebbe soddisfatto. Cohen segnala però che la data centrale dell’evento è stata spostata più avanti rispetto alle proiezioni precedenti e che i modelli potrebbero ancora modificare la previsione. È un aspetto importante: quando una configurazione eccezionale viene continuamente posticipata, cresce la necessità di verificare se il segnale previsto si realizzerà davvero nella forma e nell’intensità attese. Il carattere straordinario dello scenario risiede quindi nella combinazione fra intensità e periodo dell’anno, ma la sua realizzazione resta da monitorare.

Geopotentiali 10 hPa 15 novembre

La risposta in superficie non è automatica

Un riscaldamento stratosferico può influenzare la troposfera, dove si formano i sistemi meteorologici che determinano il tempo al suolo, ma il collegamento non è immediato né identico in ogni evento. In media, un SSW può favorire una circolazione più ondulata e configurazioni di blocco alle alte latitudini; la risposta concreta dipende però anche da ciò che sta accadendo contemporaneamente nella troposfera, dall’evoluzione del vortice negli strati più bassi e dalla persistenza delle anomalie.

La letteratura scientifica conferma questa cautela: la risposta media agli SSW è riconoscibile, ma varia molto da un episodio all’altro e non compare con la stessa intensità in tutte le regioni. Uno studio basato su ricostruzioni degli eventi osservati rileva che la forma e la magnitudine della risposta in superficie possono cambiare sensibilmente; la variabilità troposferica indipendente può inoltre mascherare o amplificare il segnale associato alla stratosfera.

Per questo motivo, un SSW non equivale a un’ondata di gelo immediata negli Stati Uniti o in Europa e non consente, da solo, di stabilire quali aree riceveranno nevicate. I possibili effetti possono manifestarsi con un ritardo di settimane, essere diversi tra Nord America ed Eurasia o rimanere poco evidenti se altri fattori atmosferici dominano l’evoluzione del tempo. Anche il contrario è possibile: un periodo freddo può verificarsi senza un SSW, perché il tempo alle medie latitudini dipende da numerosi processi che interagiscono tra loro.

Che cosa indicano le previsioni per i prossimi quindici giorni

La previsione a breve termine descritta nel blog di AER non mostra un raffreddamento generalizzato dei continenti dell’emisfero settentrionale. Anzi, la circolazione attesa favorisce temperature normali o superiori alla media su vaste aree, soprattutto in Nord America e in gran parte dell’Asia, mentre le anomalie più fredde restano circoscritte a zone specifiche e possono spostarsi da una settimana all’altra. È un punto essenziale per interpretare correttamente il possibile SSW: la disruption stratosferica prevista non coincide con il tempo che si avrà al suolo nei giorni immediatamente successivi.

In Europa, la prima fase dovrebbe essere caratterizzata da una fascia di alta pressione tra Scandinavia e Groenlandia e da condizioni più depressionarie sull’Europa centrale e meridionale. Il quadro favorirebbe temperature normali o inferiori alla media in diverse aree centrali e meridionali, mentre Scandinavia e parte dell’Europa nord-orientale potrebbero restare più miti. Nella settimana successiva, con l’indebolimento della fascia di alta pressione sul Nord Atlantico, il freddo perderebbe spazio e le temperature normali o superiori alla media si estenderebbero su una porzione più ampia del continente, Regno Unito compreso, pur con differenze regionali e possibili eccezioni.

In Asia, una prima configurazione di alta pressione tra Mare di Laptev e Asia occidentale contribuirebbe a mantenere condizioni più fredde in Siberia e verso l’Asia nord-orientale, mentre il clima sarebbe relativamente più mite sulle regioni occidentali e meridionali. In seguito, lo spostamento e il consolidamento del centro del vortice tra Urali e settore Barents-Kara favorirebbero una depressione in quell’area e un rinforzo dell’alta pressione più a est. Di conseguenza, le temperature sopra la media potrebbero diventare più diffuse, con il freddo maggiormente concentrato sulla Siberia orientale e sulle zone più settentrionali dell’Asia.

Anche in Nord America il segnale medio dei prossimi giorni è prevalentemente mite: una profonda area depressionaria sul Golfo dell’Alaska dovrebbe favorire una fascia di alta pressione più a valle, estesa su gran parte del Canada e degli Stati Uniti. Le principali eccezioni previste riguardano l’Ovest americano nella prima fase e, successivamente, possibili episodi più freschi o freddi sul settore orientale. Nel quadro descritto da Cohen, queste ondulazioni potrebbero in parte riflettere il disturbo stratosferico, ma resterebbero transitorie rispetto alle anomalie più durature attese sul Nord Atlantico.

L’indice AO e il ruolo del blocco groenlandese

L’Arctic Oscillation, o AO, descrive la distribuzione della pressione tra le alte latitudini e le medie latitudini dell’emisfero settentrionale. Nella fase negativa, la pressione tende a essere più alta sull’Artico e la circolazione atmosferica può diventare più ondulata; nella fase positiva, il contrasto di pressione favorisce più spesso una circolazione zonale, con venti occidentali più intensi e un vortice più compatto. L’indice non è però una previsione diretta della temperatura in una singola città e il suo segno non basta a stabilire se un luogo sarà freddo o mite.

La North Atlantic Oscillation, o NAO, misura invece il contrasto di pressione tra l’area subtropicale dell’Atlantico e il settore islandese-groenlandese. Nel quadro previsto, la NAO dovrebbe tendere verso valori più neutri o debolmente negativi, in parallelo con anomalie di pressione più miste o positive sulla Groenlandia. Se un blocco groenlandese diventasse persistente, potrebbe deviare le correnti atlantiche e modificare la traiettoria delle perturbazioni e delle masse d’aria sull’Europa e sul Nord America. Anche in questo caso, il risultato dipenderebbe dalla posizione e dalla durata del blocco, non dal solo indice.

El Niño: una spinta di fondo, non un copione inevitabile

Il quadro si sviluppa mentre l’oceano Pacifico equatoriale presenta condizioni di El Niño molto intenso, che il Climate Prediction Center statunitense considera potenzialmente in grado di raggiungere valori storicamente elevati nelle prossime stagioni. El Niño può modificare la posizione della corrente a getto subtropicale e influenzare le precipitazioni e la circolazione su vasta scala, ma non determina da solo ogni dettaglio del tempo invernale. La risposta dipende anche dal vortice polare, dalla corrente a getto polare, dalla variabilità naturale e dall’interazione tra questi elementi.

Cohen sottolinea che i pochi super El Niño osservati nella storia recente non bastano a costruire una regola affidabile per il comportamento del vortice polare in ogni stagione. Gli inverni 1982-83 e 2015-16, per esempio, ebbero un vortice relativamente forte per gran parte della stagione, mentre il 1997-98 vide una disruption in gennaio che non raggiunse la definizione di SSW maggiore. Sono analogie utili per ragionare sulle possibilità, ma il campione è piccolo e non permette di trattare una stagione futura come la ripetizione automatica di un caso passato. Lo stesso vale per il confronto con novembre 2009, indicato da Cohen come uno dei riferimenti più pertinenti per l’attuale combinazione di fattori. L’analogia riguarda soprattutto l’eccezionalità della fase iniziale e il possibile comportamento della stratosfera; non significa che l’inverno 2026-27 debba riprodurre quello del 2009-10. Un’eventuale seconda disruption più avanti nella stagione, per esempio, non è al momento prevedibile con sufficiente affidabilità.

Ghiaccio artico, neve siberiana e MJO: le altre tessere del quadro

Tra le condizioni di fondo monitorate da Cohen ci sono anche ghiaccio marino artico e copertura nevosa siberiana. L’estensione e la distribuzione del ghiaccio nei diversi settori dell’Artico possono influenzare gli scambi di calore tra oceano e atmosfera, mentre la neve sulla terraferma modifica il bilancio energetico e il raffreddamento degli strati più bassi. Il blog segnala un’anomalia di ghiaccio particolarmente marcata nel settore Barents-Kara rispetto al Pacifico artico, una configurazione ritenuta favorevole a un vortice più debole; si tratta però di un possibile contributo al quadro, non di una spiegazione unica dell’evento.

Anche la Madden-Julian Oscillation (MJO), una grande fascia di convezione tropicale che si sposta nel tempo, può modulare la circolazione a distanza. Le previsioni indicano una fase debole tra le fasi 2 e 3, potenzialmente compatibile con alcune delle configurazioni attese sul Pacifico settentrionale e sul Nord America. È un ulteriore elemento di contesto, la cui influenza va valutata insieme alle altre forzanti e non utilizzata come causa esclusiva del pattern.

Un segnale da seguire, non una previsione già scritta

La sintesi dell’aggiornamento AER è quindi meno sensazionalistica di quanto possa suggerire l’espressione “vortice polare in collasso”. I modelli prospettano una disruption molto precoce e potenzialmente intensa, ma la data dell’evento resta mobile, il raggiungimento della soglia per un SSW maggiore deve ancora essere verificato e la risposta al suolo è incerta. Nel frattempo, le proiezioni per le prossime due settimane mostrano un emisfero settentrionale ancora in larga parte mite, con anomalie fredde regionali e temporanee. La domanda decisiva non è soltanto se il vortice si indebolirà, ma quanto a lungo durerà la perturbazione, fino a quale quota si estenderà e se le anomalie riusciranno a propagarsi verso la troposfera. Solo osservando l’evoluzione dei venti stratosferici, della pressione sull’Artico e della circolazione troposferica nelle settimane successive sarà possibile capire se il segnale si tradurrà in un cambiamento persistente del tempo. Per ora, la conclusione più solida è che aumenta l’incertezza sulle traiettorie di dicembre e dell’inverno, non che freddo e neve siano già assegnati a una regione precisa.