Ottobrate romane: alla scoperta del suggestivo Monte Testaccio [GALLERY]

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Oggi sembra impossibile immaginare l’aspetto di Roma nelle zone fuori porta (Ponte Milvio, San Giovanni, Porta pia, San Paolo, Monteverde e Monte Mario, Testaccio ecc). Si trattava di un fiorire di orti e vigne e la città si sviluppava all’interno delle mura e fuori era campagna, con qualche rudere, ostria e qualche isolata costruzione. Le ottobrate romane possono, però, oggigiorno, fungere da spunto per lasciarsi ispirare alla scoperta di quella Roma più nascosta, ricca di tradizione, folklore, magia e riti legati al ciclo delle stagioni. Tappa immancabile delle ottobrate romane era il Monte Testaccio o Monte dei Cocci, il più grande dei sette colli artificiali dell’antica Roma (Augusto, Cenci, Citorio, Giordano, Savelli e Secco gli altri).  Situato sulla riva sinistra del Tevere, nella zona meridionale della città, presso gli Horrea Galbae, il grande complesso di magazzini destinati durante l’Impero a contenere l’annona publica (il grano destinato al popolo), olio d’oliva, vino, marmo, stoffe ed altri prodotti, è formato da milioni di testae, cocci, in prevalenza frammenti di anfore usate per il trasporto delle merci, che venivano sistematicamente scaricate e accumulate dopo essere state svuotate nel vicino porto fluviale. Il problema dello smaltimento rapido ed economico delle anfore olearie, non riutilizzabili a causa della rapida alterazione dei residui di olio, nel rispetto delle norme igieniche, fu risolto con questa “discarica” dove i frammenti vennero accatastati con la massima economia di spazio e con la sola disposizione di calce che, destinata ad eliminare gli inconvenienti causati dalla decomposizione dell’olio, ha rappresentato anche un ottimo elemento di coesione e di stabilità per il Monte attraverso il tempo. Strato su strato, il Monte fu innalzato, soprattutto, con la deposizione ordinata di cocci di larghi vasi globulari dalla capacità di 70 litri, le anfore di tipo Dressel 20, destinate al trasporto marittimo di olio proveniente dalla Baetica, la regione spagnola del fiume Guadalquivir, mentre altri frammenti minori appartengono ad anfore olearie giunte dalla Tripolitania (Libia) e dalla Byzacena (Tunisia).
Molti recipienti recano delle iscrizioni amministrative dipinte o stampate con il peso a vuoto dell’anfora, il nome del mercante o della società esportatrice, il peso dell’olio, le firme dei funzionari che verificavano l’operazione, la località di produzione, il nome del produttore e, spesso, impresso su un’ansa, chi aveva costruito il vaso. Tutti questi dati sono una miniera di informazioni sull’economia dell’epoca e indicano che questa importazione avveniva sotto l’autorità statale per rifornire d’olio l’annona urbis, l’ente che si occupava di approvvigionare la popolazione cittadina, e l’annona militaris, che si occupava invece dell’esercito. Nel libro “Usi, Costumi e Pregiudizi del Popolo di Roma”, pubblicato nel 1908, Giggi Zannazzo scrive: “Siccome Testaccio stà vicino a Roma, l’ottobbere ce s’annava volentieri, in carrozza e a piedi. Arivati là se magnava, se beveva quer vino che usciva da le grotte che zampillava, poi s’annava a ballà er sartarello o sur prato, oppure su lo stazzo dell’osteria der Capannone, o se cantava de poveti, o se giocava a mora”. In occasione delle Ottobrate romane, si riunivano per festeggiare la vendemmia, ogni giovedì e domenica del mese di ottobre, tutti gli abitanti della città, ricchi e poveri: si danzava, cantava, mangiava e beveva il vino dei Castelli Romani che, grazie alla ventilazione procurata dalla struttura porosa del colle, era conservato al fresco nelle cantine in esso scavate. Con la caduta di Roma, l’area intorno al Testaccio, nonostante si trovasse all’interno delle mura antiche, fu abbandonata. Durante il medioevo il colle divenne il centro di giochi e di alcune festività: novello Golgota, il giorno del Venerdì Santo era la meta della Via Crucis celebrata dal Papa e sulla sua sommità venivano innalzate le croci del Cristo e dei due ladroni. Ma era anche il luogo in cui, durante il Carnevale, ci si preparava ai quaranta penitenti giorni della Quaresima, issando sulla sommità del monte due carri pieni di maiali, per poi spingerli giù lungo il pendio a sfasciarsi con il loro carico di porci che, fatti a pezzi, venivano arrostiti e mangiati. Nel 1849 sotto il comando di Giuseppe Garibaldi, sulla sua sommità, era stata installata una batteria di cannoni durante la vittoriosa di Roma dalle truppe francesi mentre. nel corso della Seconda Guerra Mondiale, lo stesso Monte ospitò una batteria antiaerea. Durante il Novecento l’area fu raggiunta dall’industrializzazione e fu trasformata in un quartiere operaio, con il colle al centro…cColle che, oggi, è un’ importante area archeologica.