Gli Tsunami Italiani del ‘600: Gargano e Sicilia, Valle Padusa e Bolsena...

Gli Tsunami Italiani del ‘600: Gargano e Sicilia, Valle Padusa e Bolsena ma non solo…

La Valle Padusa ed il ferrarese in una mappa del Cinquecento. In basso si nota il corso del Po di Primaro e l’area intorno ad Argenta, sede dello “tsunami interno” nel 1623. Oggi l’idrografia di superficie della zona è profondamente diversa grazie ad una lunga bonifica che ha ristretto molto le zone paludose

Continua il nostro Speciale Tsunami Italiani che, in ordine cronologico, dopo aver parlato degli tsunami Italiani antichi, dal neolitico al ‘500, entra nel dettaglio degli ultimi secoli e in quest’articolo si sofferma sul ‘600, grazie al preziosissimo contributo del geologo Giampiero Petrucci che sta guidando, all’interno della Redazione di MeteoWeb, il team di studio su questo Speciale.
Più ci si avvicina ai giorni nostri, e maggiori sono le notizie, le informazioni e i dettagli sui maremoti che hanno colpito le coste Italiane. E ancor di più lo saranno per altri eventi davvero affascinanti, e a volte purtroppo drammaticamente devastanti, nel ‘700, nell’800 e ancor di più nel ‘900. Ma intanto andiamo a vedere cos’è accaduto nel seicento …

Lo tsunami del Gargano. Il 30 luglio 1627, alle 10.50, si verifica un violento terremoto con epicentro tra i paesi di S. Severo e Lesina (DBMI04, Stucchi ed altri, 2007), al margine occidentale del Promontorio del Gargano, a Nord Est di Foggia. Il potente sisma, grado X-XI sulla scala Mercalli e magnitudo stimata 6.7, viene avvertito in tutto il Meridione, dall’Abruzzo alla Sicilia. Le cittadine più distrutte sono S. Severo (dove muoiono circa 800 persone), Apricena (dove perisce oltre il 40% della popolazione residente), Serracapriola (circa 2000 morti), Torremaggiore e S. Paolo di Civitate. In totale si stima che siano decedute almeno 4500 persone, forse 5000. Al sisma segue un forte tsunami (intensità 5 su 6) che colpisce le zone circostanti il Lago di Lesina dove le acque dapprima si ritirano e poi tornano con violenza, inondando la costa per circa 3 km all’interno: si calcola che questa sia la massima ingressione marina su una costa italiana mai verificata ed accertata.
Il Lago è separato dal mare da un cordone litoraneo di dune, di altezza media intorno a tre metri, con un massimo di 8 metri. Le onde dunque, con un run-up stimato di almeno 5 metri, scavalcano le dune e attraversano l’intero lago, giungendo oltre il paese di Lesina. A testimonianza del fenomeno la formazione di un “conoide di accumulo” in località La Torre, chiara evidenza geomorfologica di uno tsunami (Gianfreda ed altri, 2001). Altre zone sono interessate da questo maremoto: anche alla foce del fiume Fortore, poco a nord del Lago di Lesina, le acque si ritirano e poi tornano con violenza. In pratica si può ritenere che l’area litoranea interessata in maniera preponderante dallo tsunami sia delimitata a nord da Termoli ed a Sud dal Monte d’Elio. Tuttavia gli effetti dello tsunami si avvertono, sia pure in misura minore, in un’area più ampia: a sud per tutto il Promontorio e fino a Manfredonia dove alcune fonti citano l’arrivo di un’onda con run-up di almeno 2 metri la quale avrebbe arrestato la sua corsa contro le mura della cittadina senza provocare danni (Tinti ed altri, 2004). Alcuni autori (Zecchi, 2006) descrivono un fenomeno di sollevamento delle acque, di 2-300 metri, anche in corrispondenza della foce del Fiume Foro, tra Francavilla al Mare ed Ortona, molto più a nord quindi dell’epicentro anche se il run-up delle onde abbattutesi sulle coste abruzzesi dovrebbe oscillare intorno al metro. In ogni caso lo tsunami del Gargano rappresenta un fenomeno violento ed esteso, spesso dimenticato e certamente trascurato: in quel periodo l’area interessata dallo tsunami era semideserta e dunque il numero delle vittime dovute esclusivamente al maremoto fu molto scarso (nessuno lo ha mai accertato con sicurezza), ma oggi è caratterizzata da diversi insediamenti turistici, alcuni dei quali pure abusivi, costruiti direttamente sulla spiaggia. Evidente che il ripetersi di un simile evento nella stessa zona, magari in estate, diventerebbe estremamente pericoloso e causerebbe diverse vittime umane. Ma, come di consueto, nessuno sembra essere cosciente di questa disastrosa eventualità.

Di nuovo la Sicilia. Ben più celebre e studiato, anche per la vastità dei danni, il terremoto che colpì in due giornate la Sicilia Orientale nel 1693. Dapprima, il 9 Gennaio alle 4.30 di notte, si verificò una forte scossa, di magnitudo stimata intorno a 6, che colpì soprattutto il paese di Melilli e la Val di Noto. Di intensità valutabile non superiore al grado IX della Scala Mercalli, il sisma danneggiò fortemente anche Augusta in cui la metà delle abitazioni venne distrutta o lesionata e dove si contarono circa 200 morti, stessa cifra accusata a Noto. Alcuni autori (Tinti ed altri, 2004) associano a questo fenomeno anche uno tsunami i cui riscontri però sono alquanto labili: pare che ad Augusta siano state notate alcune oscillazioni del livello marino. Ben più certo invece quanto accade due giorni dopo, l’11 Gennaio, una Domenica. Giorno storico per la sismologia italiana perché infatti si sviluppa il terremoto più intenso di tutti i tempi mai registrato nel nostro paese: magnitudo stimata ben 7.4. Più difficile e dibattuta invece dagli scienziati la questione sull’epicentro e soprattutto sulla faglia origine del fenomeno: argomento ancora in discussione, con tesi contrapposte (terraferma o mare?).
In ogni caso il terremoto fu devastante: di intensità X-XI sulla scala Mercalli, distrusse quasi completamente una cinquantina di centri abitati (tra cui Modica, Buscemi, Sortino, Noto, la stessa Catania) che poi vennero ricostruiti, alcuni pure in siti diversi, secondo i criteri del Barocco Siciliano, subendo quindi profondi cambiamenti sociali, architettonici ed urbanistici. I morti accertati dalla specifica commissione d’inchiesta furono circa 54.000 ma si può ragionevolmente affermare che il numero delle vittime effettive abbia oscillato intorno a 60.000. Nella sola Catania perirono sedicimila persone, il 63% degli abitanti, ma anche altre città furono duramente colpite: Ragusa accusò il 51% dei deceduti, Augusta il 30%. Dunque, un fenomeno veramente rimarchevole cui seguì certamente uno tsunami che interessò l’intera costa ionica della Sicilia, in pratica dal Golfo di Noto a Messina, almeno 200 km di litorale. Anche l’origine di questo tsunami è dibattuta. Due sono le ipotesi principali: o connesso strettamente al terremoto (tesi sostenuta soprattutto dai fautori dell’epicentro marino) oppure legato ad una grande frana scivolata in mare. Non si esclude infine l’ipotesi che entrambe queste cause possano aver concorso allo scatenarsi dello tsunami il cui effetto maggiore in termini di ingressione si ebbe nel litorale antistante Mascali dove le acque penetrarono circa un km e mezzo all’interno. Dopo essersi ritirato, il mare inondò le zone portuali di Messina e Catania dove giunse fino all’altezza dell’attuale Piazza Mazzini. Fu colpita, e danneggiata seriamente, anche Augusta. Qui si registrò l’ampiezza massima del run-up, stimata in almeno 12 metri, probabilmente anche 15: le acque penetrarono per circa 200 metri, giungendo sicuramente fino al monastero di S. Domenico che rimase gravemente danneggiato. Effetti furono avvertiti anche sul litorale davanti a Taormina e perfino alle isole Eolie: a Lipari e Vulcano furono segnalati oscillazioni ed onde anomale sia pure di dimensioni limitate. Tsunami dunque geograficamente molto ampio e di forte intensità, a conferma di come la Sicilia ionica sia particolarmente soggetta a questi fenomeni.

Lo tsunami della Valle Padusa… Se due sono gli tsunami marini più importanti del Seicento, lo stesso numero rappresenta la quantità di tsunami “interni” (ovvero coinvolgenti acque non marine) che colpiscono l’Italia nello stesso periodo. Si tratta di fenomeni poco noti e studiati ma accertati, anche tramite testimonianze storiche locali, visionate direttamente grazie alla collaborazione del Comune di Argenta e della dott.ssa Bolognesi in particolare. Anticamente, fino al XVII Secolo, era chiamata Valle Padusa un’ampia zona paludosa, caratterizzata da stagni ed isolotti di varie dimensioni, che si estendeva dal Delta del Po fino ad Argenta ed oltre: dopo un’ampia bonifica, l’intero territorio subì profondi mutamenti ed oggi il residuo della Valle Padusa è rappresentato dalle famose Valli di Comacchio. Dall’ottobre del 1623 questa zona fu interessata da una serie di eventi sismici, inizialmente di bassa portata, che rappresentarono una sorta di “scosse preparatorie” ad un evento ben più importante, sviluppatosi alle ore 19.45 del 18 Marzo 1624. Questo terremoto, stimato di magnitudo 5.5 e con epicentro posizionato immediatamente a Nord della cittadina di Argenta (intensità Scala Mercalli VII-IX) portò, data la conformazione geologico-geomorfologica del territorio, a due fenomeni ben distinti e particolari che amplificarono gli effetti del sisma. Data pure la falda acquifera in prossimità del piano campagna, i terreni superficiali, prevalentemente sabbiosi, furono soggetti al fenomeno della liquefazione (nei testi dell’epoca si fa riferimento al terreno che divenne “sabbia mista ad acqua bollente”), Scientificamente parlando, il sommovimento tellurico provocò l’aumento della pressione interstiziale nel terreno fino ad eguagliare la tensione soprastante: in questo modo si annullò la resistenza al taglio ed i terreni, per così dire, si fluidificarono cioè si comportarono allo stesso modo di un fluido o comunque di un liquido pesante. Molti edifici, trovandosi a galleggiare improvvisamente in una sorta di fluido, affondarono o si ribaltarono proprio perché il terreno non fu più in grado di opporre resistenza alla spinta dall’alto. Questo fenomeno trova la sua massima esplicazione in situazioni ben precise quali appunto quelle della Valle Padusa o, ad esempio, nelle spiagge della Versilia: terreni prevalentemente sabbiosi (o sabbioso-limosi), geologicamente recenti ed abbastanza potenti (spessore di qualche metro), caratterizzati da una granulometria piuttosto uniforme, normalmente consolidati e saturi o comunque con la falda freatica in prossimità del piano campagna, rappresentano le condizioni ideali per lo sviluppo della liquefazione se soggetti ad un sisma di particolare intensità.

La Valle Padusa ed il ferrarese in una mappa del Cinquecento. In basso si nota il corso del Po di Primaro e l’area intorno ad Argenta, sede dello “tsunami interno” nel 1623. Oggi l’idrografia di superficie della zona è profondamente diversa grazie ad una lunga bonifica che ha ristretto molto le zone paludose

In secondo luogo, le acque delle aree paludose furono scosse ed agitate dalle onde telluriche. Nell’intera area delle Valli di Comacchio, del cosiddetto Campotto e soprattutto del Po di Primaro si registrarono onde anomale, di entità ed altezza difficilmente valutabili, ma tali comunque da abbattere argini ed invadere le campagne. Fino a tutto il Cinquecento, il Po di Primaro era un vero e proprio ramo deltizio del Po che partiva da Ferrara, si dirigeva a sud-est, transitava da Argenta per terminare la sua corsa in Adriatico a sud del Lido di Spina. I lavori successivi di bonifica dell’intera area videro questo ramo del Po scomparire, interrarsi ed essere sostituito nella sua parte finale dall’attuale fiume Reno. Per questo, più opportunamente, oggi ci si riferisce a questo ramo col termine Po morto di Primaro. Furono i suoi argini ad essere abbattuti dalla furia delle acque in movimento a seguito del sisma. In quel periodo ad Argenta vivevano circa tremila persone e la cittadina possedeva una conformazione urbanistica tipicamente medievale, con tanto di mura e torri. Circa il 30% delle costruzioni andò distrutto o lesionato gravemente dal sisma mentre le acque, pur “allagando le vie”, non provocarono gravi danni. La leggenda popolare vuole che le acque si siano improvvisamente arrestate in prossimità del Santuario della Beata Vergine della Celletta, rimasto infatti intatto: a perenne ricordo del miracoloso intervento mariano ogni 19 Marzo si tiene ancora oggi una solenne processione. Miracoloso fu anche il fatto che i morti in seguito a questo evento  (chiaramente avvertito anche a Ferrara, Bologna, Reggio Emilia e perfino Venezia) non superarono la cinquantina. Quello di Argenta rimane dunque uno dei rari tsunami “di acque interne” registrato nel nostro paese.

…E quello di Bolsena. Rari ma evidentemente non rarissimi perché, già appena 70 anni dopo, il fenomeno si ripete. Stavolta tocca al Lazio. L’11 Giugno 1695 un terremoto sconvolge la cittadina di Bagnoregio che si trova pochi km a nord dell’epicentro. Il sisma, di magnitudo 5.7 ed intensità VIII della Scala Mercalli, viene avvertito anche a Roma ma fortunatamente, data anche la zona poco popolata in cui si sviluppa la sua massima potenza, le vittime accertate si attestano intorno alle 200 unità. A seguito di questo evento, nel vicino Lago di Bolsena si verifica uno tsunami con le acque che invadono le campagne circostanti (Mercalli, 1883). Alcuni storici locali testimoniano di un run-up pari ad almeno 3 metri, forse 4. Non tutti i ricercatori sono concordi sull’altezza delle onde anche perché le testimonianze al riguardo sono alquanto scarse: secondo alcuni le acque sarebbero entrate in profondità nelle campagne circostanti il lago per almeno 3 km (Zecchi, 2006). In ogni caso l’evento è assodato e dovrebbe rappresentare il principale fenomeno di movimento delle acque dovuto ad un terremoto in un lago italiano.

Altri tsunami del Seicento. Per tutto il XVII secolo comunque non mancarono altri tsunami marini. Il 25 Agosto 1613 il paese siciliano di Naso, posto a 500 metri di altitudine, direttamente a sud di Capo d’Orlando, si trovò in prossimità dell’epicentro di un terremoto, valutato di magnitudo 5.7 e intensità VIII-IX. Il paese venne semidistrutto e ci furono un centinaio di vittime. Alcuni autori indicano conseguente a questo sisma uno tsunami, di intensità comunque limitata, che avrebbe interessato la costa nei pressi di Capo d’Orlando. Anche a Messina si segnalano movimenti marini coevi (Zecchi, 2006). Questo evento sarebbe comunque il primo riscontrato nella Sicilia Settentrionale che, con le Eolie direttamente a Nord, rappresenta una delle aree italiane più a rischio tsunami. Più confermato pare l’evento del 17 Dicembre 1631 quando, a seguito di una violenta eruzione del Vesuvio (che durò fino all’inizio del 1632), vengono segnalate oscillazioni del livello marino per tutto il Golfo di Napoli, con il mare che a Sorrento si ritirò per diverse centinaia di metri mentre ad Ischia e Nisida arretrò per qualche decina di metri. Interessante anche quanto accaduto nella Calabria tirrenica il 27 Marzo 1638, a seguito di un potente sisma (magnitudo intorno a 7, XI grado Mercalli), con epicentro tra Confienti e Nicastro, dunque a non più di 20 km dalla costa tirrenica che venne colpita da uno tsunami relativamente al quale però le informazioni sono scarse: a Pizzo Calabro si segnala un ritiro del mare per almeno un km, ma non si hanno altre notizie di danni a cose o popolazioni. Al contrario, il terremoto provocò almeno diecimila morti, danneggiando pesantemente diverse città come Cosenza, S. Eufemia e Nicastro (Tinti ed altri, 2004).

Nel 1646 due eventi significativi nell’arco di pochi mesi. Il 5 Aprile, per la prima volta, anche la Toscana entra negli annali degli tsunami. A seguito di un terremoto con magnitudo stimata 5.1 e intensità sulla scala Mercalli pari a VII, a Livorno si segnalano oscillazioni del fondo marino di circa tre metri, con molte navi danneggiate nel porto. Ciò a conferma di come la città labronica sia potenzialmente esposta a rischio tsunami: fenomeno probabilmente sottovalutato da chi ha previsto l’insediamento di un rigassificatore proprio davanti alla costa livornese. Il 31 Maggio invece è di nuovo il Gargano ad essere sede di un evento tellurico di un certo rilievo (epicentro a sud di Carpino, magnitudo 6.2): a seguito del sisma le acque del Lago di Varano subiscono un sollevamento con una modesta ingressione marina che provoca l’allagamento parziale della campagna circostante. Sensibili oscillazioni del mare, chiaramente “percepiti dagli equipaggi” (Boschi ed altri, 1995; Zecchi, 2006), vengono segnalate da alcune navi al largo del Promontorio. Nel 1672, per la precisione il 14 aprile, tocca poi ad un’altra zona sino ad allora immune, l’Adriatico Centrale. Un terremoto, con epicentro localizzato in mare poco a sud di Rimini e magnitudo stimata 5.1, genera un lieve tsunami che provoca dapprima il ritiro delle acque e quindi la loro ingressione, sia pure per qualche decina di metri. La cittadina rivierasca, oggi ben nota sede vacanziera, subisce ingenti danni materiali dal sisma, di grado VII nella scala Mercalli: almeno 200 le vittime riscontrate. Lo tsunami invece non genera grandi devastazioni, ma pensando al litorale riminese odierno, caratterizzato da una moltitudine di strutture turistiche, la possibilità del ripetersi di un simile fenomeno diventa molto preoccupante. Come preoccupante pare, purtroppo, la scarsa sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti del rischio-tsunami riguardo le nostre coste.

BIBILIOGRAFIA E FONTI PRINCIPALI

  • Ambraseys N. N., Data for investigations of sismic sea waves in the Eastern Mediterranean, Bull. Seism. Soc. Am, 52, 1962
  • Baratta M., Il terremoto garganico del 1627, Boll. Soc. Geogr. Ital. 1894, Roma
  • Baratta M., I terremoti d’Italia, Fratelli Bocca, 1901
  • Bertoldi F.L., Memorie storiche di Argenta, Rinaldi, 1787
  • Boschi E., Ferrari G., Gasperini D., Guidoboni E., Mariotti D., Valenise G., Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.c. al 1980, Istituto Nazionale di Geofisica, Roma, 2000
  • Caputo M. e Faita G., Primo catalogo dei maremoti delle coste italiane, Lincei, Mem. Sc. Fisiche, ecc, S. VIII, vol. XVIOI, sez. I, 7, Roma, 1987
  • De Martini P.M., Burrato P., Pantosti D., Maramai A., Graziani L.,Abramson H., Identification of Tsunami Deposits and Liquefaction Features in the Gargano Area (Italy): paleosismological implication, Annali di Geofisica, Vol 46, n. 5, 2003
  • Gianfreda F., Mastronuzzi G. & Sansò P., Impact of historical tsunamis on a sandy coastal barrier: an example from northern Gargano coast (southern Italy), Natural Hazard and Earth Science Systems, 1, 1-7, 2001
  • Guidoboni E., Tinti S., A Review of the Historical 1627 Tsunami in the Southern Adriatic, Tsunami Hazards, vol. 6, n. 1, 1988
  • Mercalli G., Vulcani e fenomeni vulcanici, Parte III, I terremoti storici italiani, Geologia d’Italia, 1883
  • Stucchi ed altri, DBMI04, il database delle osservazioni macrosismiche dei terremoti italiani per la compilazione del catalogo parametrico CPTI04, INGV, 2007
  • Tinti S., Mulargia F., Boschi E., I maremoti nei mari italiani, in aree sismogenetiche e rischio sismico in Italia, Il Cigno Galileo Galilei, Roma 1991
  • Tinti S., Maramai A., Catalogue of Tsunamis Generated in Italy and in Coted’Azur, France: a step towards a unified catalogue of tsunamis in Europe, Annali di Geofisica, Vol. XXXIX, n. 6, Dec. 1996
  • Tinti S., Maramai A., L. Graziani, The New Catalogue of Italian Tsunamis, Natural Hazards, Vol 33, n. 3,  2004
  • Tinti S., I maremoti delle coste italiane, Geoitalia, 2007
  • Zecchi R., Carta della distribuzione degli effetti geomorfologici indotti dai terremoti che hanno interessato l’Italia dall’anno 0 al 1986, Mem. Soc. Geol. It., 37, 1987
  • Zecchi R., Distribuzione delle onde anomale nei mari italiani, Bollettino AIC nr 126-127-128, 2006
  • Zecchi R., Distribuzione delle onde anomale nei laghi italiani, Bollettino AIC nr 126-127-128, 2006
  • SITI WEB: aldopiombino.blogspot.com/, www.geoitalia.org/, www.ingv.it, www.biologiamarina.eu; http://emidius.mi.ingv.it/DBMI04, www.wikipedia.org
  • Si ringrazia il Comune di Argenta e la dott.ssa Benedetta Bolognesi per il reperimento delle informazioni sullo tsunami di Argenta

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