Isole emerse e poi scomparse: l’affascinante storia di Ferdinandea, il vulcano che...

Isole emerse e poi scomparse: l’affascinante storia di Ferdinandea, il vulcano che è rimasto nel cuore dei Siciliani

Un'altra immagine di pochi giorni fa dalle Canarie (El Hierro)
Un'immagine di pochi giorni fa dalle Canarie, a sud di El Hierro, dove si sta verificando un'eruzione sottomarina

Il concetto di “isola” è già di per sè particolare e delicato. Alcune isole del mondo, però, sono ancor più “isole”, sono ancor più “sole”, spesso dimenticate. Ma sono le più suggestive e affascinanti: si tratta delle isole vulcaniche sommerse.
Sono centinaia, nel mondo, e una si è risvegliata nei giorni scorsi: si tratta di un vulcano che si trova nelle acque delle isole Canarie, appena a sud di El Hierro, nell’Atlantico.

Le isole vulcaniche sommerse sono perennemente nel limbo tra gli abissi e l’atmosfera, nel corso dei secoli si alzano e si abbassano a seconda della loro attività eruttiva e a volte diventano vere e proprie isole emerse, prima di inabissarsi nuovamente per poi ricomparire dopo chissà quanto tempo.

Abbiamo già parlato a lungo della nuova isola che sta nascendo a sud di El Hierro, dove prosegue la “crisi sismica” delle Canarie.
Gli ultimi giorni, come si può vedere dalle webcam in diretta, l’attività eruttiva si è calmata ma la terra continua a tremare, segno evidente che l’eruzione sottomarina non è finita, infatti il villaggio di La Restiga è ancora evacuato.

Ma di isole vulcaniche sottomarina è circondata anche l’Italia, praticamente in tutti i suoi mari: dall’Adriatico al Tirreno, dallo Jonio al Canale di Sicilia. Ecco, il Canale di Sicilia: è qui che si è verificata l’ultima grande eruzione sottomarina della storia d’Italia, quella di Ferdinandea.

L’Isola Ferdinandea, che oggi è cartografata anche come “Banco Graham“, è una vasta piattaforma rocciosa situata a soli 8 metri di profondità, tra Sciacca e Pantelleria. E’ la bocca di un vulcano sommerso che eruttando, nel 1831, si è innalzato dall’acqua formando l’isola, la quale crebbe fino ad una superficie di circa 4km² e 65 metri di altezza.
Era però composta prevalentemente da tefrite, materiale roccioso eruttivo facilmente erodibile dall’azione delle onde. A conclusione dell’episodio eruttivo si verificò una rapida subsidenza e l’isola scomparve definitivamente sotto le onde del Canale di Sicilia dopo pochi mesi, ponendo fine temporaneamente al problema sorto circa la sua sovranità.
Ma è bastato così poco tempo per creare storie, leggende, dispute politiche internazionali e, soprattutto, a generare un grande amore dei Siciliani nei suoi confronti.
Quando era emersa, l’isola si presentava con una forma conica per via della sua attività vulcanica. All’esterno del vulcano c’erano due laghetti sulfurei in costante ebollizione e anche una sorta di torrente che trascinava verso il mare l’acqua che era dentro il cratere e che a tratti “esondava“.

Recenti ricerche oceanografiche hanno evidenziato che l’isola costituisce – con i vicini banchi “Terribile” e “Nerita” – uno dei coni accessori del vulcano sottomarino Empedocle, un edificio vulcanico paragonabile all’Etna per larghezza della base e elevato mediamente di circa 500 metri dal fondo del mare.
La “caccia” al gigante inabissato dal cuore di lava è partita poco più di dieci anni fa, nel 1999: l’unica certezza era la presenza di Ferdinandea, ma Domenico Macaluso, esperto di subacquea e grande conoscitore di quei fondali, convinse gli scienziati dell’Ingv di Catania che bisognava esplorare meglio quei fondali ed è riuscito a risolvere il giallo: “Abbiamo scoperto Empedocle l’ultimo giorno di ricerche nella spedizione del 2006, quasi per caso. Non lontano da Ferdinandea, abbiamo trovato un altro cratere. Abbiamo riconosciuto una faglia, in pratica una frattura in cui si incontrano due grandi pezzi della crosta terrestre. Lungo quella lesione erano allineate almeno tre gigantesche colonne di gas. A oltre cento metri di profondità, ognuna aveva un diametro di oltre 30 metri”.

Il vulcano "Empedocle", di cui fa parte Ferdinandea

Gli studiosi dell’Ingv hanno confermato tutto. Ferdinandea, quindi, fa parte di un più imponente sistema sottomarino attivo che secondo l’Ingv implica “serie possibilità di ripresa dell’attività eruttiva, con immediate ricadute sul rischio vulcanico e sismico”. In caso di violenta eruzione o esplosione del vulcano, un’onda di maremoto potrebbe arrivare sulle coste della Sicilia meridionale in meno di 15 minuti secondo i calcoli degli studiosi.

Dopotutto il Canale di Sicilia è zeppo proprio da banchi simili al “Graham“: da un’eruzione avvenuta su uno di questi banchi in epoca immemorabile, nacque l’isola di Pantelleria, esempio perfetto di isola vulcanica che culmina nella Montagna grande, avanzo di un cratere vulcanico contornato da altri 24 crateri detti “cuddìe“.

Ma torniamo alla nostra isola e alla sua emersione: quella del 1831 non è l’unica apparizione di “Ferdinandea”, di cui parlano le cronache storiche addirittura della prima guerra punica. Più di recente, anche nel corso del XVII secolo l’isola comparve e scomparve più volte in modo rapido, rimanendo in superficie solo per pochissimo tempo.

L’evento del 1831 è il più recente e importante: uno sciame sismico iniziato alla fine del mese di giugno di quell’anno iniziò a concentrare l’attenzione degli studiosi e della popolazione sul Canale di Sicilia. Per tutta l’estate ci furono forti terremoti nel Canale e nella Sicilia, avvertiti fino a Messina e Palermo, con gravi danni nella costa meridionale dell’isola. Gli abitanti delle aree litoranee e gli equipaggi delle navi in transito nel Canale segnalarono colonne di fumo uscire dal mare con tantissima pietra pomice, con violenti zampilli di lava eruttati proprio dal di sotto della superficie marina. I pescatori parlavano di morìe di pesci e mare che ribolliva in continuazione a causa dell’esalazione di gas vulcanici, proprio come sta accadendo in questo periodo a sud di El Hierro.
Il primo avvistamento di Ferdinandea risale al 7 luglio 1831, quando F. Trafiletti, capitano della nave “Gustavo“, riferì di aver avvistato un isolotto alto circa 8 metri che sputava cenere e lapilli.

La completa emersione dell’isola avvenne però nella notte fra il 10 e l’11 luglio 1831, quando, dopo una nuova scossa sismica, il vulcano sottomarino aprì la sua bocca eruttando detriti e lava che formarono una piccola isola di circa quattro chilometri di circonferenza e sessanta metri d’altezza.

Quando fu diffusa la notizia dell’apparizione di questo piccolo lembo di terra, il primo studioso a giungere sul posto fu Karl Hoffman, docente di geologia dell’Università di Berlino, che si trovava casualmente in Sicilia. Il professore, dopo un’accurata ricognizione, ne riferì i risultati in una lettera indirizzata al duca di Serradifalco.
Il governo borbonico, intanto, aveva immediatamente inviato sul posto il fisico Domenico Scinà, il quale compilò una relazione intitolata “Breve ragguaglio al novello vulcano apparso nel mare di Sciacca“. Il professor Carlo Gemmellaro, docente di Storia Naturale presso l’Università degli Studi di Catania, provvide invece a stilare una relazione circostanziata che suscitò l’interesse di molti illustri uomini di cultura scientifica, soprattutto stranieri.


L’isoletta suscitò subito l’interesse di alcune potenze straniere, che nel Mar Mediterraneo cercavano punti strategici per gli approdi delle loro flotte, sia mercantili che militari. Alcuni pensavano che sarebbe diventata sempre più grande o rimasta almeno della dimensione che aveva, e sarebbe potuta diventare un porto molto importante.

L’Inghilterra, che col suo ammiraglio sir Percival Otham si trovava nelle acque dell’isola, dopo un’accurata ricognizione prese possesso di questa in nome di Sua Maestà Britannica. Il 24 agosto giunse sul posto il capitano Jenhouse, che vi piantò la bandiera britannica, chiamando l’isola “Graham“, nome dell’attuale banco sottomarino.
Questi avvenimenti fecero montare una protesta degli abitanti del Regno delle Due Sicilie, che assieme a quelle del capitano Corrao, arrivarono anche alla casa borbonica. Si propose di nominare l’isola “Corrao”, chiedendo inoltre al re provvedimenti contro il sopruso inglese.

Intanto il 26 settembre la Francia, venendo contro all’azione inglese, inviava il brigantino “La Fleche”, comandato dal capitano di corvetta Jean La Pierre, il quale recava con sé una missione diretta dal geologo Constant Prévost insieme al pittore Edmond Joinville, al quale si devono i disegni straordinari dell’isola emersa. I Francesi fecero approfonditi rilievi e ricognizioni accurate fino al 29 settembre, e il materiale raccolto venne inviato al viceammiraglio della flotta francese De Rigny e relazionato alla Société Géologique de France, durante la seduta del 7 novembre 1831. Il contenuto di queste relazioni stabilivano che l’isola, sotto l’azione delle onde, aveva subito diverse frane, che a loro volta avevano provocato grandi erosioni sui fianchi; quindi i crolli avevano trascinato con sé una grande quantità di detriti. Pertanto l’isola, non avendo una base consistente, si poteva inabissare bruscamente.
Nonostante ciò, i francesi la ribattezzarono “Iulia” in riferimento alla sua comparsa avvenuta nel mese di luglio, poi posero una targa a futura memoria con la seguente iscrizione: “Isola Iulia – i sigg. Constant Prévost, professore di geologia all’Università di Parigi – Edmond Joinville, pittore 27, 28, 29 settembre 1831“. In segno di possesso venne innalzata sul punto più alto la bandiera francese.

Il re Ferdinando II di Borbone, legittimo proprietario dell’isola, essendo questa sorta nella acque siciliane, constatando l’interesse internazionale che l’isoletta aveva suscitato, inviò sul posto la corvetta bombardiera “Etna” al comando del capitano Corrao il quale, sceso sull’isola, piantò la bandiera borbonica battezzando l’isola “Ferdinandea” in onore del sovrano.

Da questa complessa situazione nacque una disputa internazionale, perchè l’isola godeva dello statuto di “Insula in mari nata“, cioè, in quanto emersa dal mare, la prima nazione o persona a mettervi piede avrebbe potuto, secondo la legge, rivendicarla legittimamente (in questo caso gli Inglesi).

Ma Ferdinandea, stanca probabilmente si queste liti, decise di inabissarsi presto. Le previsioni dei Francesi furono esatte. Già nell’autunno dello stesso anno l’isola si era notevolmente ridotta, e l’8 dicembre sparì completamente.

Nel 1846 e nel 1863 l’isoletta è riapparsa ancora in superficie, per poi scomparire nuovamente dopo pochi giorni. Di essa rimangono solo i molti nomi avuti in seguito alla disputa internazionale: Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, Ferdinandea.

Più recentemente, nel 1968, con il terremoto della valle del Belice, le acque circostanti il banco di Graham si sono nuovamente intorbidite e hanno ribollito, cosa che venne interpretata come un probabile segnale che l’isola Ferdinandea stesse per riemergere. Così non fu, ma venne segnalato un movimento nelle acque internazionali di alcune navi britanniche della flotta del Mediterraneo. A scanso di equivoci i siciliani posero sulla superficie del banco Graham una targa in pietra, sulla quale si legge: “Questo lembo di terra una volta isola Ferdinandea era e sarà sempre del popolo siciliano“.
Nel 1986 l’isola fu erroneamente scambiata per un sottomarino libico e colpito da un missile della U.S. Air Force nella sua rotta per bombardare Tripoli.
Nel 2002 una nuova attività sismica nella zona ha indotto i vulcanologi a immaginare una nuova eruzione con relativa emersione dell’isola. Per evitare in anticipo una nuova disputa di sovranità, dei sommozzatori italiani hanno piantato un tricolore sulla cima del vulcano di cui si aspettava la riemersione. Anche allora le eruzioni non si sono verificate e la cima di Ferdinandea è rimasta circa 8 metri sotto il livello del mare.
Poi, nel mese di settembre del 2006, una spedizione subacquea della LNI di Sciacca e del Dipartimento della Protezione civile Siciliana, coordinata dal professor Giovanni Lanzafame dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania, ha posizionato un sismografo sulla vetta sottomarina della Ferdinandea, per il monitoraggio dell’attività sismica del vulcano.
Il 17 gennaio del 2007, in prossimità di una delle bocche del vulcano Empedocle, si è registrato un aumento repentino della temperatura dell’acqua di circa 3°C. Ulteriore conferma della presenza nei fondali di un vulcano così vasto da riscaldare persino il mare.
Aspettando la prossima emersione …

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