
Lo scioglimento dei ghiacci attorno al Polo Nord sta comportando un sensibile aumento dell’attività militare nella dell’Artico, in previsione della competizione per l’accaparramento di nuove risorse naturali e di rotte navali strategiche prima impraticabili. Lo scorso marzo, la Norvegia ha coordinato la più vasta manovra militare artica congiunta della storia, “Exercise cold response”, che ha visto la partecipazione attiva di 16.300 soldati da 14 differenti paesi. Nel corso dell’esercitazione, volta a testare le capacità operative delle unità militari coinvolte nel duro ambiente artico, cinque militari norvegesi sono morti in seguito allo schianto del loro C-130 vicino alla cima del Kebnekaise, la più alta montagna svedese. Usa, Canada e Danimarca hanno condotto esercitazioni militari nell’Artico anche lo scorso febbraio e, con una mossa a sorpresa, i vertici militari delle maggiori potenze artiche, Canada, Usa, Russia, Islanda, Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, si sono riuniti presso una base militare canadese la scorsa settimana, per discutere questioni di sicurezza regionale. Secondo stime statunitensi, l’Artico celerebbe il 13 per cento delle riserve globali di greggio, e il 30 per cento di quelle di gas naturale. Anche la Cina si muove. Pechino ha ottenuto dalla Svezia il sostegno alla propria richiesta di divenire osservatore permanente presso il Consiglio artico. Lo ha affermato Song Tao, viceministro degli Esteri cinese, in occasione di un incontro preliminare alle visite del premier Wen Jiabao in Islanda, Svezia, Germania e Polonia. Song ha affermato che la “Svezia merita un plauso, per la sua decisione di supportare la Cina nella sua richiesta di divenire osservatore permanente presso il Consiglio artico”. Il viceministro ha anche sottolineato che la Cina nutre interessi economici e scientifici per la regione artica, e punta a rafforzarne lo sviluppo e la sicurezza tramite la cooperazione con gli otto membri del Consiglio. Stando agli analisti, scrive il quotidiano giapponese “Mainichi Shimbun”, la Cina possiede già un rompighiaccio, il “Drago delle nevi”, e punta a rafforzare la propria flotta artica con un secondo vascello da ottomila tonnellate entro il 2014. Recentemente, la Danimarca ha deciso di dare priorità alle proprie relazioni economiche con la Cina, consentendole di partecipare alla corsa per l’accaparramento delle risorse artiche. Il paese più attivo sembra però la Russia, che si appresta a consolidare la propria presenza in territori da sempre inospitali e che ora il riscaldamento globale sta rendendo progressivamente appetibili, non soltanto per le risorse ma anche per l’apertura di nuove vie di transito praticabili tutto l’anno. Mosca intende costituire nell’Artico 20 posti di frontiera per controllare i confini settentrionali e la via marittima del Nord, ha comunicato il capo del servizio di frontiera presso il Servizio federale di sicurezza della Russia, Vladimir Pronichev. Tale misura è prevista nel programma dedicato federale “Confine di stato della Federazione Russa per il periodo dal 2012 al 2020”. Presso ogni postazione saranno in servizio 15-20 guardie preposte al monitoraggio della situazione nella regione artica. Pronichev, citato dal quotidiano “Izvestija”, ha riferito che attualmente la direzione strategica settentrionale risulta essere “senza copertura aerea”: circa 2,5 mila chilometri esulano dal raggio d’azione dei radar, mentre continuano a verificarsi situazioni di rischio e possibile confronto con “spedizioni scientifiche” abusive, finalizzate più che alla raccolta di dati, all’esplorazione delle risorse artiche e sprovviste di opportune autorizzazioni. Nell’Estremo Oriente e nel Mare di Barents si verificano inoltre atti di contrabbando, pirateria e predazione.


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