Lo studio di un buco nero in HD

Credit: NASA E/PO - Sonoma State University, Aurore Simonnet

Uno studio realizzato con AMBER (Astronomical Multi Beam combineR), un sofisticato interferometro installato al Very Large Telescope dell’ESO sulle Ande cilene, ha permesso di individuare nella regione più interna del nucleo della galassia NGC 3783, dove si nasconde un supermassiccio buco nero, un anello di polveri avente un raggio di circa mezzo anno luce. Secondo i ricercatori questa ciambella cosmica rappresenterebbe la riserva  di materia che alimenta il disco di accrescimento di gas caldo presente attorno al buco nero supermassiccio nel centro della galassia. Il risultato è reso ancora più eccezionale per il dettaglio acquisito su on oggetto distante 150 milioni di anni luce dalla Terra, abbinando un telescopio molto inferiore rispetto allo strumento potenziale utile per questi risultati. Lo strumento combina la luce raccolta da tre dei telescopi che compongono il VLT, ciascuno del diametro di 8,2 metri. Sfruttando questa tecnica, le immagini prodotte raggiungono un accuratezza 15 volte maggiore di quanto sarebbe possibile con un singolo telescopio, che permetterebbe di distinguere un astronauta sulla superficie della Luna. Il ‘cuore’ di Amber è tutto italiano: è stato infatti ideato, realizzato e testato dall’Osservatorio Astrofisico di Arcetri dell’Inaf. “Queste osservazioni ottenute con Amber rappresentano un importante successo scientifico e tecnologico, ottenuto con il fondamentale contributo italiano dell’Inaf. Un successo che testimonia l’eccellenza anche della ricerca applicata che viene portata avanti nel nostro Istituto e che viene ‘esportata’ in progetti di respiro mondiale”, ha detto Alessandro Marconi, dell’Università di Firenze . “In questo contesto ricordo ad esempio anche le ottiche adattive, che equipaggiano il Large Binocular Telescope e, nel prossimo futuro, il gigantesco telescopio europeo E-ELT. O gli specchi per raggi X, a bordo di alcuni tra i più avanzati satelliti per l’astrofisica delle alte energie – ha aggiunto – ma anche la strumentazione e i sensori a che equipaggiano numerose sonde che stanno esplorando il Sistema solare, solo per citarne alcuni”. Il lavoro, guidato da Gerd Weigelt del Max-Planck-Institut fur Radioastronomie, verrà pubblicato nell’ultimo numero della rivista Astronomy&Astrophysics.