Stava e la miniera. Stava è una piccola frazione del comune di Tesero, in Val di Fiemme, Dolomiti, Trentino. Luoghi magici, paesaggi da cartolina, paradiso degli sciatori in inverno e dei trekkers in estate. Sul lato occidentale Stava è dominata dal Monte Prestavel dove sin dal Cinquecento viene impiantata una miniera che inizialmente produce galena argentifera. Dagli anni Trenta del XX secolo si passa all’estrazione di fluorite, minerale molto utilizzato nell’industria siderurgica e chimica ma anche nel settore della ceramica e dell’ottica. All’inizio degli anni ’60, per migliorare la qualità del minerale prodotto, si costruisce un impianto di flottazione, operazione che permette di ottimizzare la separazione del materiale utile dagli scarti.

Tale lavorazione però, oltre ad utilizzare una grande quantità di acqua reperita nel torrente Stava, necessita come discarica di un bacino di decantazione per il deposito e la consolidazione dei fanghi residui, costituiti per circa il 95% da acqua e per il restante da particelle limo-sabbiose che tendono a depositarsi sul fondo dell’invaso. L’altezza dell’argine di questo bacino, una specie di diga in terra, realizzato su depositi fluvioglaciali, passa dai 9 metri inizialmente previsti ai 25 metri finali. La sua ubicazione è tale da trovarsi a circa un km di distanza dall’abitato di Stava. Dopo una decina d’anni viene realizzato un secondo bacino di decantazione, immediatamente a monte del primo, che raccoglie materiale di scarto proveniente anche da altre miniere. Rispetto ad altre strutture analoghe, gli argini dei due bacini posseggono una pendenza molto alta, stimabile in circa l’80%, dunque con un angolo di 38-40°. Inoltre l’argine di base del nuovo bacino, realizzato senza ancoraggio e privo di qualsiasi elemento drenante, va ad innestarsi direttamente sui limi fangosi e non consolidati del bacino inferiore. Dopo un lustro di stop dell’attività, la miniera riprende le lavorazioni nel 1983. L’altezza totale dei due bacini è di circa 55 metri ed il loro cubaggio si aggira intorno ai 300mila mc.

Il disastro. Il 19 luglio 1985, esattamente 28 anni fa, alle ore 12.22, improvvisamente l’argine del bacino superiore crolla, provocando il collasso anche di quello inferiore. I 180mila mc di fanghi semifluidi, non più contenuti, si riversano immediatamente a valle, in direzione all’incirca ovest-est, lungo un pendio piuttosto inclinato, acquisendo una velocità di circa 90 km/h e percorrendo circa 4 km. Nel loro cammino, come una terribile e gigantesca onda di tsunami, travolgono tutta la valle: abbattono una cinquantina di case, tre alberghi, qualche capannone, otto ponti, migliaia di alberi, auto, bici, animali, terreni. Si stima in 50mila mc la porzione di territorio erosa dall’onda che, accompagnata da un tremendo boato e da una nuvola bianco-grigiastra, dopo aver compiuto una specie di curva a destra, prosegue la sua folle corsa nella valle del torrente Stava, fermandosi solo alla confluenza col Rio Avisio. La colata di fango uccide 268 persone, residenti e turisti, di cui il 10% bambini. I corpi di 13 vittime non sono mai stati ritrovati.
Nonostante l’impegno massiccio dei soccorritori, giunti immediatamente e coordinati dal Ministro della Protezione Civile, quello stesso Zamberletti che aveva iniziato la sua attività in questo campo nove anni prima col sisma del Friuli, rispetto ad altre catastrofi il numero dei feriti salvati risulta alquanto basso: la miniera assassina non ha lasciato scampo. Un’intera vallata è stata sepolta da quasi un metro di fango.
Perché? Le cause e le responsabilità del disastro sono state ben accertate, da esperti e dalla magistratura. Da un punto di vista geologico-geotecnico l’argine del bacino superiore è crollato a seguito dello sviluppo di una serie di concause, prevedibili e ben documentabili. I due bacini poggiavano su materiali fluvioglaciali, di origine morenica, molto permeabili e praticamente saturi: terreni acquitrinosi, con emergenza di acque tramite sorgenti, e dalle scadenti proprietà geomeccaniche. Questo ha comportato una forte difficoltà di drenaggio, con fluttuazioni dei livelli piezometrici negli argini e l’impossibilità del dissipamento delle pressioni interstiziali. Il tutto acuito dal malfunzionamento di un tubo di scarico dell’invaso superiore. L’argine dunque è collassato perché la troppa acqua ha provocato la perdita di ogni resistenza nei terreni, sia pur in presenza soltanto di sollecitazioni statiche. Si è verificata la liquefazione per filtrazione causa la saturazione progressiva degli argini a seguito della risalita di acqua dai depositi fluvioglaciali sottostanti: il terreno praticamente si è fluidificato, comportandosi come una massa viscosa. La forza di gravità ha fatto il resto, costringendo l’ammasso fangoso a scivolare verso valle. Forse sarebbe bastato realizzare per tempo, a monte degli invasi, un sistema di raccolta delle acque di falda e di quelle del ruscellamento superficiale, in modo da diminuire la quantità di fluidi nel terreno al di sotto degli invasi stessi. Forse però non sarebbe ugualmente servito perché comunque la pendenza degli argini era troppo elevata ed il livello dei fluidi nei bacini troppo alto. La verità, accertata anche a livello processuale, è una sola: si trattava di strutture fortemente inadeguate.
Mai nei primi 15 anni di attività dei bacini furono eseguite verifiche di stabilità né il benchè minimo controllo da parte degli uffici pubblici competenti. Nel 1975, a seguito finalmente di una prima verifica, venne stabilito che la situazione era al limite, ma si continuò a realizzare il bacino superiore, rialzando il suo argine sia pure con una pendenza inferiore rispetto a prima: fu questo l’unico accorgimento, peraltro poco influente, preso in considerazione. L’ubicazione degli invasi, su un pendio ad elevata acclività, circa il 25%, e sulla verticale di un fondovalle ricco di abitazioni ed infrastrutture, contribuì ad esaltare la pericolosità invece di abbatterla. Inevitabile dunque la condanna in sede processuale dei dieci imputati, i responsabili della costruzione e gestione dei bacini ma anche i direttori della miniera e i dirigenti del distretto minerario competente, per disastro colposo ed omicidio colposo plurimo. L’iter processuale, terminato nel 1992, ha comminato dai 2 anni e sei mesi ai 5 anni di reclusione anche se, tra riduzioni e condoni vari, nessun condannato ha scontato per intero la pena. Sensazionale ed emblematica la dichiarazione finale dei periti: i bacini non potevano che cadere. Praticamente, una catastrofe annunciata!

Dopo 15 lunghi anni la Valle di Stava è stata interamente ricostruita e riconsegnata alla sua bellezza originaria. Ma, come a Gleno (Il disastro del Gleno, il “piccolo Vajont” dimenticato) od in Val d’Orba (Molare 1935: un libro ricorda il disastro) o nel Vajont (Vajont 1963 – La natura violentata), niente potrà cancellare la tremenda ferita inferta ad un territorio innocente. La forte solidarietà, la vicinanza concreta dello Stato, le preghiere dell’Italia intera, con Papa Giovanni Paolo II raccolto davanti alla lapide che ricorda le vittime, l’impegno civile ed esemplare della Fondazione Stava1985 possono lenire il dolore ma inevitabilmente non cancellarlo. Il ricordo di quanto accaduto, sotto forma di memoria attiva, deve servire da monito per le generazioni future.
Si ringraziano il Prof. Giovanni Tosatti (Dip. di Scienze Chimiche e Geologiche – Università di Modena e Reggio Emilia), il dott. Graziano Lucchi e la Fondazione Stava1985 onlus per la gentile collaborazione e l’autorizzazione alla pubblicazione delle foto di quest’articolo. Per qualsiasi ulteriore informazione al riguardo si consiglia di visitare il sito www.stava1985.it
Per approfondimenti:
- Lucchi G. (a cura di), Stava 1985 – Genesi, cause e responsabilità del crollo delle discariche della miniera di Prestavel – La catastrofe della Val di Stava, Fondazione Stava1985, 2009
- Tosatti G., La catastrofe della Val di Stava: cause e responsabilità, Geoitalia, n. 20, pp. 1-5, 2007


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