Terremoto di Avezzano: riviviamo la catastrofe di 100 anni fa

Terremoto di Avezzano: riviviamo la catastrofe di 100 anni fa

Nella notte una scossa di magnitudo 3.9 tra Lazio e Abruzzo esattamente 100 anni dopo il devastante terremoto del 1915

terremoto avezzano (2)La scossa di terremoto che la scorsa notte ha colpito la Piana del Fucino e le zone limitrofe, se non ha provocato fortunatamente danni, ha creato molto panico ed un po’ di stupore in chi non conosce la nostra storia sismica. Esattamente un secolo fa, nel 1915, proprio il Fucino fu teatro di uno dei più forti terremoti mai avvenuti in Italia. Riviviamo quei fatti grazie al geologo Giampiero Petrucci.

L’antico lago. Nell’antichità in Abruzzo, a sud dell’odierna L’Aquila, esiste un grande specchio d’acqua, il Lago del Fucino: si trova in un bacino idrografico di tipo endoreico, dove non esistono cioè emissari né sbocchi superficiali che consentano il deflusso delle acque verso il mare. Per questo il livello del lago mostra nei secoli una spiccata variabilità in funzione della quantità di pioggia caduta, con ripetute inondazioni e gravi conseguenze per i paesi limitrofi. Al tempo dell’Imperatore Claudio, intorno al 50 d.C., con l’impiego di 30.000 operai si tenta un’importante opera di regimentazione idraulica, attraverso la costruzione di un tunnel lungo 5600 metri che mette in comunicazione il lago con il fiume Liri. L’opera però, composta pure da una serie di bacini e saracinesche, non ha il successo sperato anche per la mancata manutenzione e le numerose frane che ne ostruiscono la via di uscita. Settant’anni dopo, l’Imperatore Adriano fa ripulire ed abbassare il tunnel, con la realizzazione di un ulteriore canale verso il centro del lago per il deflusso delle acque. Si tratta di una grande opera di ingegneria idraulica, in cui i romani erano particolarmente abili. A seguito delle invasioni barbariche le opere realizzate non vedono la necessaria manutenzione e le acque invadono a più riprese il territorio circostante dove imperversa la malaria. A metà dell’Ottocento, grazie al principe Torlonia, incaricato dal re Ferdinando II, inizia il prosciugamento definitivo del lago. Il 9 agosto 1862, terminato lo scavo del cosiddetto emissario e di vari canali ausiliari, sotto la direzione dell’ingegnere Bermont, le acque vengono fatte defluire verso un’apposita galleria. Nel giro di 15 anni il lago non esisterà più e la Conca del Fucino diventerà una fertile pianura. Da un punto di vista geologico si tratta in realtà di un graben, una depressione tettonica dal fondo piatto, con estensione di circa 15.000 ettari, bordata da faglie.

Il Lago del Fucino in un'antica mappa conservata ai Musei Vaticani (da Wikipedia)
Il Lago del Fucino in un’antica mappa conservata ai Musei Vaticani (da Wikipedia)

Il terremoto del 1915. L’area del Fucino torna alla ribalta nazionale 53 anni dopo. Alle 7.52 del 13 gennaio 1915 si scatena un violentissimo terremoto, con epicentro prossimo alla conca, nei pressi di Borgo Ottomila. Preceduta da uno sciame sismico di alcune settimane e da alcuni fenomeni anomali in superficie, come l’intorbidamento dell’acqua nei pozzi, la scossa, di magnitudo intorno a 7.0, viene avvertita in un’area vastissima della Penisola ed è tra le più forti registrate in Italia negli ultimi 100 anni. La devastazione è enorme, soprattutto intorno all’antico lago, in particolare nei settori occidentale ed orientale. Avezzano, la cittadina principale della Marsica con i suoi 12.000 abitanti, è rasa interamente al suolo e soltanto poco più del 10% della popolazione scampa al sisma. Dall’altra parte della piana, a Gioia e San Benedetto, le vittime sono pari a circa il 70% dei residenti. Anche i paesi di Cese (dove diversi fedeli sono sorpresi dalla scossa in chiesa), Pescina, Cappelle pagano un forte tributo al terremoto. Notevoli danni si registrano anche al di là delle montagne che circondano il graben, a sud-ovest nella Val Roveto e nella media-alta Valle del Liri, fino a nord-est nella Valle d’Aterno. In Ciociaria, Majella e Gran Sasso si registrano crolli e lesioni. La scossa provoca panico e qualche danno perfino a Roma dove viene lesionato il Colonnato del Bernini in Piazza San Pietro. Una ventina le cittadine che saranno rase al suolo, con circa 250 paesi coinvolti.

La mappa delle isosisme relative al terremoto del 1915. Si noti come l'epicentro è posizionato nella Piana del Fucino. Il terremoto venne chiaramente avvertito anche a Roma (da Esu e D'Elia)
La mappa delle isosisme relative al terremoto del 1915. Si noti come l’epicentro è posizionato nella Piana del Fucino. Il terremoto venne chiaramente avvertito anche a Roma (da Esu e D’Elia)

Vittime ed effetti di sito. L’elenco dei morti è impressionante, 35.000 in totale di cui almeno 9.000 nella sola Avezzano dove neanche il possente Castello Orsini resiste alle onde sismiche. Migliaia di vittime si contano in altri borghi fucensi tra cui Gioia, S. Benedetto, Pescina, Cese. Ma il terremoto produce gravi danni anche nella Valle del Liri, con 500 morti a Sora dove crolla il 40% delle costruzioni, 124 vittime a Pescosolido, 60 a Castelliri, una ventina ad Arpino ed Isola Liri. Alla fine scompare quasi il 30% della popolazione residente nella zona colpita. L’entità dei danni, sia nella valle del Liri che nel Fucense, sembra disposta a macchia di leopardo, un fenomeno da correlarsi anche in questo caso agli effetti di sito. La presenza di roccia litoide infatti limita le deformazioni dinamiche del suolo, come a Tagliacozzo e Luco, mentre laddove i paesi sono costruiti su terreni soffici, si genera una significativa amplificazione dei danni. E’ il caso di Sora, Avezzano o di S. Benedetto, edificati su terreni alluvionali-lacustri, e soprattutto di Gioia dove il detrito di falda ha amplificato a dismisura le oscillazioni del suolo provocando numerose frane. Indagini sismiche nel bacino fucense hanno mostrato che esiste una correlazione diretta tra lo spessore dei depositi lacustri e l’aumento dell’amplificazione. Pure in questo caso, tuttavia, i danni saranno da imputare anche alla scarsa qualità dei fabbricati, costruiti senza criteri e protezione anti-sismici. Un’urbanizzazione forse incauta ed accompagnata dal malcontento della popolazione locale, privata dell’acqua che per millenni aveva rappresentato una fonte di sostentamento. La piana fu ripopolata anche grazie ad emigrazioni interne, facendo affluire da altre zone d’Italia coloni e contadini, più preparati a lavorare i terreni emersi.

Dopo l’evento sismico principale le scosse andranno avanti per mesi e toccheranno un territorio già fortemente sconvolto. Si noterà dopo il terremoto che la piana è attraversata in direzione sudest-nordovest da un’ampia frattura del terreno lunga una settantina di km, una sorta di crepaccio largo fino ad un metro, con dislivello medio di 70-90 cm, e la parte più bassa rivolta verso l’interno dell’antico bacino. Da questa immensa frattura e da altre fessure fuoriusciranno acqua e gas solforosi, mentre si segnala anche la formazione di vulcanelli di fango, un fenomeno che accompagna la liquefazione dei terreni. A seguito della crisi sismica si formano nuove sorgenti, mentre altre spariscono. Il cosiddetto bacinetto, la parte più ribassata della conca, si riempie di acqua, poiché la piana subisce un abbassamento topografico di circa 40 cm.

Soccorsi in ritardo. Nonostante la precedente esperienza drammatica di Messina del 1908, la macchina dei soccorsi stenta a mettersi in moto, anche per l’interruzione delle comunicazioni, delle strade principali e delle ferrovie. L’allarme è lanciato 12 ore dopo la scossa ed i primi soccorsi giungono all’alba del giorno seguente. Molti feriti, sepolti sotto le macerie, non potranno essere salvati a tempo. Dopo le prime difficoltà nei soccorsi, in pochi giorni giungono 10.000 soldati, tra cui spiccano gli irredenti, provenienti da Trento e Trieste, guidati da Nazario Sauro. La solidarietà nazionale non mancherà, anche il Re sarà in visita nei luoghi disastrati, ma dopo appena due mesi molti soccorritori saranno costretti ad abbandonare le zone sinistrate poiché con l’ingresso del Paese nella Prima Guerra Mondiale, servirà convogliare risorse umane, logistiche ed economiche sul fronte, al Nord. Il Fucino e le altre zone sinistrate dovranno attendere diversi anni per la ricostruzione, durante la quale si vedrà l’edificazione di particolari edifici, detti casette asismiche,un migliaio delle quali sono ancora esistenti e nelle quali vivono circa 4000 persone. Un altro caso, oggi dimenticato dall’opinione pubblica, in cui il provvisorio diventa definitivo, visto che questi spartani edifici furono definiti, con decreto regio, “baracche a titolo temporaneo”.

La scossa del 28 febbraio quindi non sorprende chi conosce la storia sismica d’Italia. Così come non sorprende che, proprio come nel 1915, il sisma sia stato ben avvertito anche a Sora e dintorni. L’origine di questi terremoti è di origine tettonica: la piana del Fucino è circondata da faglie potenzialmente in grado di attivarsi. Riguardo al 1915, molti autori indicano come responsabile del disastro la cosiddetta “faglia della statale marsicana”, sul lato orientale della piana, tra Ortucchio e Gioia, tra l’altro due dei paesi più disastrati. Molte cose sono cambiate rispetto ad un secolo fa, anche sul piano scientifico: oggi conosciamo molto bene il nostro territorio anche se spesso la scienza fatica a farsi ascoltare dalle istituzioni, molto lente a recepire e mettere in pratica le nuove conoscenze scientifiche acquisite. I progressi sviluppati negli ultimi tempi non sembrano ancora sufficienti a garantire la salvaguardia del territorio e dei cittadini dal rischio sismico: L’Aquila e l’Emilia sono solo gli ultimi esempi di una lunga serie che, purtroppo, sembra destinata ad allungarsi.

Si ringrazia il dott. Stefano Carlino per la gentile collaborazione.

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