Il prof. Stefano Tibaldi ai microfoni di MeteoWeb illustra le defaillance del sistema italiano e soprattutto del mondo accademico

“La nomina di Fabrizio Curcio a nuovo Capo della Protezione Civile è una buona notizia, perché è una persona che conosce molto bene il sistema ed è informato anche sull’evoluzione del Servizio Meteorologico Nazionale Distribuito: speriamo che abbia un’influenza positiva e rivitalizzante su questo percorso. Speriamo che possa essere l’uomo anche della meteorologia, perché a livello gestionale questa scienza in Italia è ancora arretrata, ma a livello accademico è addirittura allo sbando“. A lanciare l’allarme in un’intervista concessa ai microfoni di MeteoWeb è il prof. Stefano Tibaldi, docente all’Università di Bologna, meteorologo di fama internazionale con un’esperienza di 10 anni presso il dipartimento di Ricerca del Centro Meteorologico Europeo di Reading, direttore, sino a pochi giorni fa, dell’Agenzia di protezione dell’ambiente emiliano-romagnola, tra le più avanzate del nostro Paese.
Tutto è iniziato con un articolo di Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa che ha fatto molto scalpore “ma io ci tengo a precisare che non sono nè un catastrofista nè un depresso, e non sono particolarmente insoddisfatto dello stato complessivo dei servizi meteorologici italiani, ma ho voluto sottolineare lo stato di paralisi della meteorologia accademica italiana che sembra come congelata, come in un freezer. Il mio non è stato un intervento negativo a 360°, ma negativo in due direzioni precise, la paralisi accademica e la lentezza del percorso legislativo di costituzione di un servizio meteorologico nazionale civile, iniziando dal Servizio Meteorologico Nazionale Distribuito” spiega Tibaldi.
Secondo l’esperto meteorologo, i problemi fondamentali del sistema sono due: l’assenza nel nostro Paese di un Servizio Meteorologico Nazionale Civile, e la “clamorosa arretratezza della disciplina a livello accademico: la meteorologia e le scienze dell’atmosfera sono vere e proprie cenerentole, ospiti minoritarie e tollerate di altre discipline. In Italia negli ultimi 20-30 anni sia gli utenti che i servizi sono cresciuti e migliorati, pur rimanendo sempre indietro rispetto agli standard europei che sono anch’essi migliorati, ed erano molto migliori già 20-30 anni fa. Tutto si è evoluto, tranne la meteorologia accademica che è un vero disastro. E’rimasta allo stato di arretratezza in cui si trovava 20-30 anni fa, non si è e spostata di un millimetro, anzi è regredita. Siamo un paese anomalo, senza un Servizio Meteorologico Nazionale, ma con importanti Servizi Regionali che sono diventati fondamentali per le Regioni che ne avevano più bisogno, come ad esempio Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana, dove vanno incontro a una importante domanda locale dell’agricoltura, dei trasporti, degli Enti Locali, della protezione civile e altro ancora. Ma una rete composta da tanti servizi meteorologici regionali autonomi e diversamente organizzati necessita di un coordinamento centrale forte, pena il rischio di creare sovrapposizioni e lasciare lacune. Paghiamo quindi l’assenza di un tale coordinamento nazionale, nonostante nel lontano 1998 sia già stato istituito dalla legge Bassanini il Servizio Meteorologico Nazionale Distribuito, che però nei fatti non è stato mai realizzato”.
Il problema è a monte, ed è di natura politica. La classe dirigente del nostro Paese non ha mai avuto il coraggio di intervenire con forza su un tema così importante e delicato: “le piccole lotte di potere tra i ministeri e tra le varie amministrazioni nazionali hanno determinato e favorito queste due grandi debolezze della meteorologia italiana, quella accademica e quella determinata dall’assenza di un Servizio Meteorologico Nazionale civile. L’iter realizzativo è oggi nelle mani della Protezione Civile e della Presidenza del Consiglio: dopo la legge 100 del 2012 di riordino del sistema nazionale di protezione civile che ha ripreso il problema, è seguita la nomina di una commissione che ha steso una bozza di decreto che pone in capo alla Protezione Civile Nazionale e alla Presidenza del Consiglio la realizzazione del Servizio Meteorologico Nazionale Distribuito. Si dice che il percorso sia iniziato, ma sembra essere lunghissimo ed evidentemente pieno di ostacoli e difficoltà, perché ancora oggi non se ne vede il compimento” aggiunge Tibaldi.
Ma come mai tutte queste difficoltà?
“Mah, chissà. E’ un interrogativo reale, non retorico: non ho una risposta a questa domanda. Forse, come spesso accade in Italia, non c’è un motivo reale ma sono soltanto lentezze dovute a semplice inefficienza amministrativa e all’inefficacia della politica. Ma forse anche l’instaurarsi di un coordinamento centrale forte, affidato a una struttura della Presidenza del Consiglio come la Protezione Civile potrebbe non essere gradita alla Difesa, che potrebbe temere di dover cedere una parte della propria sovranità sul servizio meteorologico dell’aeronautica militare, che dovrebbe necessariamente essere uno dei pilastri del Servizio Meteorologico Nazionale Distribuito. Non lo so, ipotizzo, tiro a indovinare. Ma è chiaro che tutti i partecipanti nazionali e regionali dovrebbero fare qualche piccolo passo indietro”.
Riguardo poi al problema accademico, anche qui urgono interventi di cambiamento organizzativo: “dovrebbero esserci dei panel di esperti che aiutano il ministero a prendere le decisioni che riguardano gli investimenti per lo sviluppo, decisioni che non siano basate soltanto sulle opinioni dei filoni accademici dominanti, perché altrimenti questi tendono a difendere soltanto se stessi, com’è normale che sia. Nel settore universitario sarebbe auspicabile l’istituzione di modalità decisionali sugli sviluppi delle discipline nuove o insopportabilmente deboli, come è appunto la meteorologia, che siano diverse da quelle attuali,” conclude l’esperto.
Ad integrazione, consigliamo la lettura della sezione “Previsore Meteo” del numero di settembre 2014 della rivista dell’Arpa E-R “EcoScienza”, da pagina 55 a pagina 87:




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