“Solo chi ha vissuto sulla propria pelle un dramma come il terremoto può capire davvero cosa si prova in certe situazioni. Solo chi non conosce il terremoto non sa che tipo di lacerazioni produce nel cuore di chi l’ha vissuto”.
A tal proposito stride con la realtà, in un ottica interpretativa assolutamente soggettiva, la bizzarra sortita del consigliere comunale de L’Aquila, Ermanno Giorgi il quale, in un recente ordine del giorno, ha chiesto al governo di fare chiarezza sul fenomeno delle cosiddette “scie chimiche” e, soprattutto di informare i cittadini delle possibili conseguenze sulla salute: “Quella delle scie chimiche non è una bufala… – afferma Giorgi ai microfoni di NewsTown – …Molti altri comuni dell’Emilia Romagna, del Lazio si stanno muovendo con molta determinazione su questo argomento. La scienza ha sbagliato tiro: io non ho interpellato gli scienziati ma il Comune, invitandolo ad attivarsi per portare la questione all’attenzione del Governo. Ogni giorno ci sono centinaia e centinaia di voli che non sono né voli di aerei di linea né voli di aerei militari in addestramento. Che cosa fanno? Quali sostanze spandono? Tutti coloro che affermano che le scie siano da ricondurre a fenomeni di condensazione dicono una sciocchezza, che può essere confutata facilmente sul piano scientifico. Se fosse così, il fenomeno dovrebbe verificarsi in un clima freddo ad almeno 8000 metri di altitudine, mentre gli aerei che lasciano le scie si incrociano ad altezze molto più limitate. Questo è il vero punto di domanda“. “Siamo di fronte a un complotto come quello che fanno gli operatori agricoli negli Stati Uniti, quando si accordano con le borse per speculare sulla vendita dei prodotti – ha affermato Giorgi nel corso del suo intervento – gli organi di informazione sono i maggiori responsabili, perché hanno il dovere di rendere pubblici questi argomenti, alla stregua di segreti di Stato.

Asserzione scarsamente condivisibile da un punto di vista morale, tanto meno da quello dell’adeguatezza, soprattutto in una città profondamente ferita dal tremendo sisma del 2009 ed ancora alle prese con una ricostruzione che stenta a ‘decollare’.
Signor Giorgi, nonostante la Sua ‘giusta’ attenzione verso dei cittadini “preoccupati” che “non hanno ancora ottenuto delle risposte serie e che manifestano un malessere“, nonostante ritenga corretto dare risposte e rassicurazioni in merito, le cosiddette “scie chimiche” possono tranquillamente attendere. Perché non esistono. Non possono attendere, invece, tutti quei fattori che rappresentano elementi di criticità e che esistono davvero.
Nessuno, ovviamente, vuole etichettarLa come complottista al fine di svilire il Suo lavoro, ma ciò che probabilmente non si riesce a far comprendere alla classe politica è che, purtroppo, ad essere in gioco non è solo la salute del nostro territorio ma la vita dei cittadini a causa di problematiche ben più serie delle cosiddette “scie chimiche“.
Peccato che, qualche anno fa, le priorità fossero ben diverse, come può leggersi in una nota redatta dallo stesso Ermanno Giorgi: “A quasi tre anni dal sisma del 6.04.2009 le difficoltà della popolazione aquilana non sono affatto diminuite: la crisi del paese si scarica negativamente sulla ricostruzione, l’assistenza alla gente con direttive unilaterali inaccettabili si vuole ridimensionare , le modalità di restituzione delle tasse vedono gli apparati dello stato tecnicamente impreparati con cittadini e imprese assistiti soprattutto dai CAF dei Sindacati e da Associazioni imprenditoriali e professionali. Si continua a polemizzare tra forze politiche, commissari, enti locali. Di fronte a tale situazione l’A.P.I. (Alleanza per L’Italia) vuole assumere , in vista del Congresso aquilano del 18 febbraio, l’iniziativa di coinvolgere tutte le forze cittadine (politiche e no) nella elaborazione di un piano strategico di ricostruzione e modernizzazione dell’Aquila. Un progetto in grado di dare speranza e motivazione a tutti, a partire dai giovani e dalle donne ricreando una forte coesione sociale che porti gli attori dello sviluppo del territorio a concorrere all’ ideazione della nuova “città” che sappia coniugare sicurezza, lavoro, arte, cultura, storia e modernità. Creato questo denominatore comune che vede tutti protagonisti, l’antagonismo politico, anche in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, potrà svolgersi in modo civile e produttivo con l’unico scopo di perseguire obiettivi utili a tutti i cittadini. In questo quadro il nostro movimento politico farà la sua parte preparando una lista all’altezza delle grandi e fondamentali sfide che la prossima amministrazione aquilana dovrà affrontare“.

Il signor Giorgi, inoltre, dichiara di non aver interpellato gli scienziati, ma di aver soltanto aver alzato gli occhi al cielo. A questo punto si ritiene opportuno ‘rispolverare’ due autorevoli interventi, il primo del Dott. Alessandro Damiano Sabatino, fisico, oceanografo presso l’Università di Strathclyde in Glasgow ed il secondo della Dott.ssa Natalia de Luca, ricercatrice del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche dell’Università degli Studi de L’Aquila.
Il Dott. Sabatino, in un esauriente articolo redatto sul sito Italia Unita per la Scienza, afferma che “…La bufala delle scie chimiche ha una data di inizio ben definita: 1997, anno in cui due americani decisero di inventarsi la storiella dell’avvelenamento globale… Una bufala che si è diffusa giocando non solo sulla paura ancestrale delle persone, ma (soprattutto) sull’ignoranza della persona comune della fisica dell’atmosfera, che a differenza di tante altre materie, al liceo quasi mai viene trattata. Ed è un peccato, un vero peccato, perché, insieme all’oceanografia è una tra le parti più affascinanti della fisica. Ma perché è una bufala? E’ inutile, credo, sostenere che qualcosa è una bufala se non si capisce davvero perché lo è o comunque senza dare una spiegazione scientifica. Cerchiamo di capirlo insieme.
E lo facciamo “rispondendo” alle teorie del complotto e alle loro affermazioni. Una tra le frasi che si sentono più spesso è quella che le scie in cielo non esistevano prima del 199x, dove x assume normalmente i valori 6-7-8. In pratica i complottisti sostengono che prima di una certa data, le scie non esistevano… Eppure esistono tonnellate di prove che contraddicono tale affermazione, a partire dalle foto della seconda guerra mondiale, come quella sopra, che ritrae una formazione di B-17 sopra l’Europa lasciare lunghe scie bianche.
Secondo i complottisti, inoltre, le scienza affermerebbe che le scie di condensazione si possono solo formare sopra gli 8000 m. Né nella ricerca di Appleman, né nelle altre ricerche non si fa menzione di alcun limite inferiore alla formazione delle scie di condensazione (che tutti i complottisti fissano a 8000 m). Appleman non afferma che le scie di condensazione NON si possono formare sotto gli 8000 m. Quello che si può dedurre dalla sua ricerca e dalla conoscenza dell’atmosfera è che normalmente le condizioni per la formazione delle scie di condensazione sono sopra gli 8000 m, MA è possibile che queste condizioni si presentino anche a quote minori. Nessuno lo vieta. La formazione e la persistenza di queste scie dipende da tre variabili: temperatura, pressione (quindi quota, dato che la pressione cala con il salire della quota) e umidità. Ulrich Schumann, ha modificato tale teoria tenendo conto anche dell’efficienza del motore, detto contrail factor.
Altro fenomeno che desta preoccupazione nei complottisti sono le iridescenze presenti nelle scie. Il fenomeno delle iridescenze è noto da almeno due secoli. Il principio è lo stesso di quello della separazione dei colori con il prisma: la luce passa da un mezzo otticamente meno denso (aria) ad uno più denso (acqua/ghiaccio). Cosa succede in questo caso? Molti di voi sanno che guardando un oggetto immerso parzialmente in acqua con diverse angolature, ci apparirà come se fosse spezzato. Questo è dovuto al fatto che l’inclinazione di un raggio di luce che passa da acqua e aria cambia (Legge di Snell). C’è però un altro effetto: l’angolo di rifrazione, ossia l’angolo con cui il raggio si propaga dipende dalla lunghezza d’onda. Dato che ogni colore ha una lunghezza d’onda diversa, avremo la separazione della luce. Quindi il raggio esce dal nostro prima (che nel caso di una nuvola è una goccia di acqua o un cristallo di ghiaccio) e subisce un’ulteriore rifrazione che aumenterà l’angolo di separazione tra le diverse componenti della luce. Questo accade anche nelle scie di condensazione: c’è una ricerca di Sassen del 1979 che spiega esattamente in questo modo la presenza di iridescenze nelle scie di condensazione. Altri fenomeni sono, invece, da ricondurre al parelio che è un fenomeno ottico dovuto alla rifrazione della luce solare da parte dei cristalli di ghiaccio di una nuvola poco spessa (come i cirri o alle contrails appunto).
Perché questo non può succedere nel caso in cui queste non fossero semplici scie di condensazione, ma scie chimiche? Per un semplice motivo: tutti questi fenomeni di rifrazione presuppongono che la scia sia composta di cristalli di ghiaccio, poiché tutti questi fenomeni presuppongono la trasparenza delle gocce. Il bario e l’alluminio non sono trasparenti, quindi tali fenomeni non potrebbero essere possibili. Ora che abbiamo una teoria che spiega i fenomeni che vediamo nel cielo, la scienza dà un’altra possibilità: se io ho delle prove che contraddicono tale teoria, allora la teoria è sbagliata. Al momento non esistono prove che la teoria delle scie di condensazione sia sbagliata. L’onere ovviamente di portare prove è di chi sostiene che la teoria sia sbagliata e che quelle che vediamo nel cielo sono “scie chimiche”, ossia metalli pesanti/batteri/virus/filamenti e chi ne ha più ne metta, dispersi dagli aerei per un qualche piano malefico. Però esistono delle pubblicazioni scientifiche che hanno esaminato cosa c’è dentro una scia persistente nel cielo. Le scie infatti sono state studiate da due ricerche basate su tecnologia satellitare nel 1993 e nel 1998 e con il microscopio elettronico nel 1998. In queste ricerche i ricercatori hanno trovato quello che si aspettava: oltre all’acqua vi erano solo altri prodotti di combustione del motore, ma nessuna traccia di alluminio e bario o di altre sostanze spruzzate illegalmente come i complottisti sostengono”.

Per ciò che concerne, invece, il possibile impatto sul clima delle scie di condensazione emesse dal traffico aereo, la Dott.ssa Natalia de Luca ci ricorda che “ …Le emissioni del trasporto aereo possono alterare la composizione chimico-fisica dell’atmosfera a livello globale e causare di conseguenza cambiamenti climatici e variazioni del contenuto di ozono, sia in troposfera che in stratosfera. L’impatto climatico delle emissioni da aerei è dovuto principalmente all’emissione di CO2 e all’emissione di gas o particelle come ossidi di azoto ed aerosol. La nascita dell’interesse per l’impatto delle emissioni degli aerei sul clima e l’ozono risale a circa 40 anni fa, quando negli anni ’60 sia Stati Uniti che Regno Unito avevano in programma lo sviluppo di un aereo supersonico, sollevando preoccupazioni su eventuali rischi per l’ozono stratosferico (programmi CIAP, COMESA e COVOS). Negli ultimi 10 anni l’attenzione si è spostata principalmente sull’aumento di contrails (scie di condensazione) e cirri. Il più completo trattato sull’impatto delle emissioni dell’aviazione sul clima e sull’ozono, è rappresentato dal Report Speciale ‘Aviation and the Global Atmosphere’, pubblicato alla fine degli anni novanta dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Gli studi a riguardo sono diventati sempre più numerosi negli ultimi anni e le pubblicazioni e i risultati più aggiornati, ottenuti nei molteplici programmi di ricerca nazionali e internazionali, sono stati raccolti e discussi nel recente Report Scientifico Europeo sull’impatto delle diverse forme di trasporto ed in particolare del trasporto aereo: “Transport Impacts on Atmosphere and Climate: Aviation” (Lee et al., 2010), un aggiornamento del report IPCC del 1999. In accordo con l’attuale stato della conoscenza sull’argomento, le emissioni degli aerei influenzano direttamente la chimica atmosferica ed il clima in termini di Forcing Radiativo (RF). Il forcing radiativo è un parametro utilizzato per quantificare la perturbazione del bilancio radiativo terrestre ed è definito come la variazione della radiazione media al limite della troposfera a causa di forzature esterne (in genere di tipo antropico) nel bilancio della radiazione solare o di quella infrarossa. Un forcing radiativo positivo tende, in media, a riscaldare la superficie, mentre un forcing negativo tende, in media, a raffreddarla. Le emissioni degli aerei possono contribuire al forcing radiativo mediante diversi processi: le emissione di CO2 e H2O danno un contributo positivo al forcing radiativo globale poiché agiscono da gas serra con assorbimento della radiazione planetaria infrarossa; l’emissione di aerosol di zolfo dà un contributo negativo al forcing radiativo mediante scattering della radiazione solare incidente l’emissione di aerosol di carbonio nero (black carbon, BC) dà un contributo positivo per assorbimento della radiazione solare incidente; le scie di condensazione persistenti in coda agli aerei possono dare un contributo potenzialmente sia positivo (per assorbimento della radiazione infrarossa) che negativo (scattering della radiazione solare incidente) in funzione delle condizioni atmosferiche. Le emissioni degli aerei inoltre influenzano anche indirettamente la chimica atmosferica ed il clima mediante l’emissione di ossidi di azoto (NOx) che in troposfera innescano reazioni chimiche che producono ozono, con forcing radiativo positivo (da azione di O3 come gas serra). Le stime dell’ IPCC hanno messo in evidenza come il contributo al forcing radiativo globale da parte delle emissioni dell’aviazione potrebbe oscillare, per uno scenario relativo al 2050, tra il 3 e il 7% della forzatura totale antropica. Il problema dell’influenza delle emissioni aeree sulla chimica atmosferica e sul clima è quindi oggetto di studio della comunità scientifica già da svariati anni. Più precisamente è attualmente in corso un progetto finanziato dalla Comunità Europea denominato REACT4C (Reducing emissions from aviation by changing trajectories for the benefit of climate) che ha lo scopo di studiare rotte alternative proprio per mitigare l’impatto di queste emissioni sulla chimica dell’ozono stratosferico che come abbiamo detto può influenzare notevolmente il clima. Aggiungerei una ulteriore riflessione. Guardando più vicino a noi le emissioni del traffico stradale rappresentano un rischio molto maggiore non solo per il clima ma soprattutto per la salute umana. I veicoli stradali infatti contribuiscono in modo significativo alle emissioni di inquinanti atmosferici rilevanti non solo per il clima globale, ma anche per la qualità dell’aria locale, in particolare attraverso l’emissione di CO2, CH4, NMHC (idrocarburi non-metanici), CO, NOx (e quindi O3 come inquinante secondario formato fotochimicamente), PM (cioè aerosol, prevalentemente carbonacei e solforici) e SO2. L’ozono troposferico è uno degli inquinanti di maggior interesse per i suoi effetti nocivi sulla salute e sulla vegetazione data la sua elevata capacità ossidante. Gli effetti dell’ozono sulla salute umana si evidenziano per lo più a carico delle vie respiratorie mentre anche a basse concentrazioni l’ozono può danneggiare le colture agricole e gli ecosistemi. Rispetto al periodo pre-industriale l’ozono troposferico è notevolmente aumentato a causa dell’inquinamento antropico (maggiore emissione di precursori chimici come gli ossidi di azoto). Anche il particolato emesso dai veicoli a motore ha effetti nocivi sulla salute. Il sistema principalmente attaccato è quello respiratorio e il fattore di maggior rilievo per lo studio degli effetti è la dimensione delle particelle in quanto da essa dipende la capacità di penetrazione nelle vie respiratorie. Le particelle fini – conclude la Dott.ssa de Luca – sono quelle che hanno il massimo impatto sulla salute dell’uomo perché quando vengono inalate arrivano fino ai polmoni, dove vengono adsorbite alla superficie delle cellule, creando danni seri alla salute. Studi epidemiologici hanno dimostrato l’esistenza di consistenti e significative associazioni fra tassi di mortalità giornalieri e a lungo termine e concentrazione nell’aria di particolato, con riferimento in particolare al cancro polmonare ed alle malattie cardiocircolatorie”.
Alla luce delle ultime notizie provenienti dall’Aquila, spero possa essere stato utile condividere nuovamente queste due lezioni universitarie, invitando chi ricopre cariche pubbliche pagate dalla collettività ad informarsi nelle sedi opportune prima di lanciarsi in improbabili crociate.
Intelligenti pauca.


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