Malattie rare, Sissa Trieste: contro la Sindrome di Rett stimolare il gene superstite

La tecnica è stata applicata per ora solo a un particolare gene, la cui aploinsufficienza porta alla sindrome di Rett, una malattia rara

Anche se nel nostro genoma i geni normalmente si presentano a coppie, talvolta uno dei due manca e quello “superstite” non basta a fare tutto il lavoro: tale situazione può causare malattie anche molto gravi. Che fare per combattere tali patologie, fra cui tante neurologiche? Una delle vie possibili è quella percorsa con successo, per ora in vitro e nei primi stadi in vivo, da un team della SISSA di Trieste: stimolare con tecniche d’avanguardia il gene superstite a lavorare anche per quello assente. La tecnica è stata applicata per ora solo a un particolare gene, la cui aploinsufficienza porta alla sindrome di Rett, una malattia rara. Tuttavia rappresenta anche un modello generale applicabile potenzialmente a tutte le aploinsufficienze, che nel loro complesso colpiscono un numero cospicuo di individui in tutto il mondo, ma per le quali oggi non esistono trattamenti validi. La ricerca è pubblicata su Scientific Reports. Ma di che si tratta? “Immaginate che un collega si sia ammalato e mancherà per un po’ – spiegano dalla SISSA – Continuate a svolgere il vostro lavoro agli stessi ritmi, rischiando però un accumulo mostruoso di arretrati, o vi rimboccate le maniche – con o senza l’intervento del capufficio – e moltiplicate gli sforzi cercando di fare il vostro lavoro e quello che normalmente spetta all’impiegato assente? Una situazione simile la sperimenta un gene quando il suo omologo manca, una condizione definita dai medici con il nome di aploinsufficienza”. Quando quest’anomalia si manifesta e riguarda geni la cui funzione è importante nel sistema nervoso centrale, può portare a patologie molto gravi, come la sindrome di Rett che provoca ritardo mentale grave progressivo, legata al gene Foxg1. Un gruppo di ricercatori della Scuola internazionale superiore di studi avanzati, coordinato da Antonello Mallamaci, ha scelto di adottare la strategia del capoufficio ‘motivazionale’, stimolando il gene Foxg1 superstite a lavorare di più per compensare l’assenza del gene mancante. “Utilizzando frammenti di Rna diretti alle sequenze regolative del gene, inseriti all’interno dei neuroni attraverso vettori virali, lo abbiamo stimolato ‘gentilmente’ a lavorare di più, quasi esattamente il doppio – spiega Mallamaci – Ma non vogliamo assolutamente che il gene faccia più di questo. Se infatti lavorasse il triplo per esempio, si potrebbero causare danni ancor più gravi”. Si sa infatti che, quando sono presenti tre copie del gene Foxg1 (una in più del normale), si manifesta la sindrome di West, forse ancor peggiore perché provoca una grave forma di epilessia. “Stimolare il gene normale ci premette per esempio di mantenere intatta la sua regolazione naturale endogena”, spiega Mallamaci. I geni infatti non si esprimono ovunque e sempre a pieno regime, anzi: in molti tessuti del corpo sono silenziati, in altri la loro attività è modulata con grande precisione temporale. Se la regolazione saltasse, è facile intuire il caos che si può generare. “Riprendendo la metafora dell’impiegato, è come mettere uno stagista inesperto a sostituire il malato: al meglio non farà nulla, al peggio combinerà parecchi guai. Chiedere invece maggior impegno all’impiegato esperto, quello che conosce i processi e i ritmi dell’ufficio, dà maggiori garanzie”, conclude.