Farmaci, Alzheimer: catena di stop agli studi apre il dibattito sull’ipotesi amiloide

L'ipotesi amiloide, sul fronte dell'attività scientifica non è ancora morta. Ampi studi clinici sono ancora in corso

L’ultima in ordine di tempo è stata la casa farmaceutica Msd (nota in Nord America come Merck & Co), che la scorsa settimana ha annunciato lo stop a una sperimentazione clinica per un farmaco anti-Alzheimer che stava sviluppando, viste le conclusioni del comitato indipendente di scienziati che stava monitorando il trial di fase III su oltre 2.200 pazienti. Per gli esperti non c’era “virtualmente nessuna chance di trovare un effetto clinico positivo”. Un altro colpo per quella che i neurologi chiamano l”ipotesi amiloide’. E infatti la notizia riguardante il farmaco sperimentale verubecestat di Msd, rimbalzata sui principali giornali finanziari internazionali, è solo l’ultima di una serie. Pochi mesi prima – alla fine dello scorso anno – era stata Eli Lilly a riportare risultati negativi per un’altra terapia (solanezumab) in via di sviluppo. Stesso copione anche per altre aziende al lavoro sempre su farmaci che avevano come target la proteina beta-amiloide che si accumula in placche nel cervello dei malati e si ritiene possa essere alla base della patologia. Una catena di studi al palo, che apre il dibattito fra i neurologi. La domanda è se si stia sbagliando qualcosa, se la tesi su cui si stanno concentrando molti sforzi di ricerca sia a un vicolo cieco. Secondo quanto riportano ‘Financial Times’ e ‘Forbes’, Roger Perlmutter, presidente Merck Research Laboratories, ha precisato che “è troppo presto”, che il destino dello studio in pratica non basta a escludere che l’amiloide sia un giocatore chiave nella malattia, e ha focalizzato l’attenzione anche sul fatto che il farmaco era stato testato pazienti che avevano una compromissione cognitiva significativa. L’ipotesi amiloide, tuttavia, sul fronte dell’attività scientifica non è ancora morta. Ampi studi clinici sono ancora in corso: alcuni riguardano nuove terapie potenzialmente più potenti, altri puntano a testare farmaci con risultati precedenti non soddisfacenti su pazienti a uno stadio meno avanzato di Alzheimer. E probabilmente gli esiti di questi lavori aggiungeranno tasselli importanti per capire se la strada è quella giusta, riflettono gli esperti che stanno cercando di interpretare i segnali che arrivano dai laboratori. Il neurologo dell’università di Harvard Dennis Selkoe, uno dei principali promotori dell’ipotesi amiloide, continua ad avere parole di fiducia, spiega che quando si ha una battuta d’arresto c’è comprensibilmente una discussione e che lui resta convinto che questo bersaglio possa portare a risultati se si riuscisse ad anticipare il momento in cui i pazienti iniziano i trattamenti, perché quando c’è la perdita di memoria potrebbe essere troppo tardi. Voce contraria, ed espressione di una visione minoritaria all’interno della comunità di ricerca, è quella del neuroscienziato dell’università del Texas a San Antonio, George Perry, che ritiene necessario spostare il focus su un altro aspetto: lo stress ossidativo. Ci sono poi gli studi in corso sulla proteina Tau, target sul quale stanno tornando diversi team. E la storia continua.