Terremoto 1908: per non dimenticare

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La prima fase del terremoto di origine sussultoria, durata circa tre secondi, non sarebbe stata direttamente la causa della vera distruzione, a questa, si sarebbe aggiunta una seconda fase di origine ondulatoria in direzione NW-SE di circa otto secondi, che determinò la caduta di calcinacci, mattoni, tramezzi e di parti sporgenti degli edifici o case poco solide. Ma non finì qui, perché successivamente, una terza fase sismica con violente ondulazioni durate circa quindici secondi, colpì interamente e profondamente le città di Reggio e di Messina, generando panico, sconforto e sconvolgimenti nella memoria.
La gente tentava di evacuare le abitazioni, si riversava per strada, molte furono sepolte dalle macerie durante il fuggi fuggi generale, molte di esse restavano intrappolate, molte ancora dormivano e non si resero conto per loro fortuna…
Lacrime che si protrassero per un lungo periodo, fatti accaduti a rievocazione dell’alba di sangue sullo Stretto per le migliaia di perdite di vite umane ed interi borghi completamente rasi al suolo.
Il terremoto-maremoto del 1908 è ancora scolpito nei nostri cuori con profondo dolore.
E proprio nel dolore, le due città, conobbero la pietà dei sopravvissuti, che puntando alla sera, gli occhi verso le stelle, da sotto i fatiscenti tendoni o baracche in legname costruite alla meno peggio, speravano in una sorte di vita migliore, durante l’inverno che imperversava…

Ma cosa successe veramente? Perché tanti morti?
Andiamo ad analizzarlo: una cattiva costruzione delle abitazioni, edificate in situazioni non idonee, sia per le composizioni delle murature, sia per le altezze e le sopraelevazioni realizzate senza opportuni adeguamenti e collegamenti con i muri portanti e le relative fondamenta, da cui, si deduce che, la stragrande maggioranza dei sepolti sotto le macerie, furono vittime delle loro stesse abitazioni.
La città di Reggio Calabria che si espandeva tra il Torrente Calopinace e la fiumara dell’Annunziata, contava circa 27 mila abitanti, l’abitato fu costruito su ghiaie e conglomerati minuti ed il cui storico nucleo abitativo si elevava a circa 30 – 40 metri sul livello del mare, quindi sopra di un terrazzamento marino.
Le varie stratificazioni del terreno geologico non “ressero” l’impatto della terrificante terza fase sismica.
Va ricordato che precedentemente, il terremoto del 1783 fu solo un avvertimento e che purtroppo, da quella fatidica data, soltanto nel 1874, secondo da quanto sanciva il Regio Decreto per le zone colpite da sisma, venivano costruite le prime e pochissime abitazioni a “norma”…si fosse seguito il Regio Decreto, di certo la decimazione di vite umane sarebbe stata minore…
Ma entriamo dentro la città analizzando le numerose devastazioni.
La zona di Santa Caterina, contava case coloniche e ville sparse che si estendevano alle falde di Pentimele e verso il porto cittadino, la maggior parte di esse erano costruzioni costituite di mota e ciottoli, la povertà non permetteva di utilizzare materiali di una certa fattezza costruttiva.
A Sbarre, sobborgo cittadino compreso tra il Calopinace e la fiumara di Sant’Agata, contava case rurali, molte delle quali sorgevano lungo pianori alluvionali, il sistema di costruzione anche qui era lo stesso, ciottoli e fango invece di malta, muri divisori di canna e tetti troppo pesanti.
La zona di Spirito Santo, posta lungo la vallata del Calopinace, anche qui case coloniche e raggruppamenti di piccoli villaggi o contrade adagiate su suolo pessimo e franoso.
Frazione di Condera, costituita da case poste su ghiaie legate da argilla e sabbia, fu la zona totalmente distrutta dal sisma.
San Sperato, la posizione dal punto di vista sismico non giovò di certo a quest’abitato, esposto ad altissimi rischi perché a contatto con terreni instabili, anche qui le costruzioni erano di ciottoli e fango ed anche questa località, venne distrutta completamente.
La frazione di Vito, posta sul fianco dell’Annunziata, furono costruite case a contatto con il greto della fiumara, le frane provocarono devastazione.
Andiamo ad Archi, zona nord di Reggio Calabria, le cui case erano raggruppate o isolate, qui la devastazione su catastrofica, il terreno cui si ergevano le abitazioni, era tutto argilloso e terreno di riporto, la conseguenza fu l’annientamento totale dei villaggi.
La zona di Cannavò, molte case furono distrutte o fortemente lesionate, da attribuire la cattiva costruzione e la poca cura delle fondazioni, poiché l’arenaria presente, favoriva addirittura un buon attrito alle costruzioni, se si fossero rispettati i parametri di costruzione sarebbe stata una delle poche zone “graziate”.
Nasiti, posta a circa 400 metri sul livello del mare, sorge su un terrazzo quaternario, fu raso completamente al suolo e ridotto ad un cumulo di macerie perché il sistema costruttivo, vista la distanza con la città, risultò scarsissimo, gli abitanti, per lo più agricoltori e allevatori, si trovavano in condizioni economiche disagiate, aiutandosi tra di loro, alla meno peggio, durante le varie edificazioni, che avvenivano con materiali scarsi o alluvionali.
Perlupo è attualmente una località fantasma, restano un mucchio di vecchie rovine poggiate su terreno argilloso.
La frazione di Ortì a 600 metri sul livello del mare, era composta da due villaggi costruiti su terreno del pliocene con strati calcarei, qui le frane, fecero da padrone durante le scosse telluriche.

Conclusioni: tutte quelle vite stroncate, per negligenza propria, per scarsa capacità d’investimento, devono farci capire quanto sia importante spendere in fattore di sicurezza.
Giorni come il 28 dicembre 1908 riteniamo non debbano mai verificarsi o se la natura dovesse imporcelo, solo con la prevenzione potremmo rendere le cose meno tragiche del previsto.
Storicamente, desideravo in questo mio intervento, ricordare i molti funzionari del Genio Civile di Reggio Calabria, che, provenienti dalla Sicilia per la ricostruzione della città, diedero un valido contributo.
La memoria si confonde con i tempi e il progresso ma noi non dimenticheremo mai i nostri avi reggini e messinesi. 28 dicembre 2008 a cent’anni dall’evento che sconvolse le due sponde dello Stretto.

Demetrio Calafiore