ROMA, 20 MAG – Per il Giappone il rischio di un altro grande terremoto e’ ancora in agguato. E’ quanto indicano tre articoli pubblicati questa settimana su Science, che hanno analizzato in dettaglio le caratteristiche del terremoto di magnitudo 9 che l’11 marzo scorso ha travolto il Giappone e causato lo tsunami che ha ucciso 20.000 persone e provocato l’incidente nella centrale nucleare di Fukushima. Mark Simons, del California Institute of Technology (CalTech), ha ricostruito i movimenti della crosta terrestre provocati dal terremoto utilizzando i dati forniti dai segnali Gps e li ha confrontati con quelli di grandi terremoti avvenuti in passato nel mondo. Secondo i ricercatori il terremoto e’ stato molto piu’ violento di quanto ci si aspettasse perche’ nella regione colpita, quella di Tohoku-Oki, si riteneva che lo scivolamento delle placche avesse portato ad accumulare una quantita’ di energia relativamente modesta. Nel Sud del Giappone invece, rilevano i ricercatori, si trova una zona da sempre molto piu’ attiva dal punto di vista sismico, capace di scatenare in futuro un violento terremoto. L’attenzione dei sismologi si sta concentrando nella parte meridionale della faglia di Tohoku perche’ e’ qui che si e’ probabilmente trasferito lo stress generato dalla rottura avvenuta nella parte Nord. Se cosi’ fosse, secondo Simons ci sarebbe ”la possibilita’ di un terremoto gemello a quello dell’11 marzo”, con la differenza che quest’ultimo avverrebbe in mare. Nuovi dati arrivano anche dalla ricerca di Mariko Sato, del dipartimento ideografico e oceanografico della Guardia costiera giapponese, basata sui dati dei sensori sistemati solo qualche anno prima sul fondale marino, in corrispondenza dell’epicentro del sisma dell’11 marzo. Combinando dati Gps e acustici, i ricercatori hanno visto che la crosta terrestre si e’ spostata di 3 metri verticalmente e di oltre 20 metri orizzontalmente, ossia lo spostamento reale e’ stato 4 volte maggiore a quello stimato inizialmente in base alle misure rilevate da terra. Completa il quadro la terza ricerca, condotta da Satoshi Ide, dell’universita’ di Tokyo, che ha ricostruito in un modello la rottura provocata dal terremoto, provocata da movimenti avvenuti in direzioni opposte lungo la faglia e originati in profondita’, da un meccanismo collegato anche alla generazione dello tsunami. Secondo i ricercatori movimenti di questo tipo potrebbero essere un campanello d’allarme per l’arrivo di un terremoto capace di generare uno tsunami eccezionale. (ANSA).


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