Nel 1602 il calabrese Tommaso Campanella aveva trentaquattro anni e si trovava in prigione da tre: infatti, nel 1599, una congiura antispagnola di cui si era fatto promotore era stata scoperta e per lui aveva avuto inizio un periodo di processi e di torture conclusosi con la condanna al carcere a vita; soltanto una straordinaria capacità di fingersi pazzo per ben ventisette anni gli eviterà di essere giustiziato. Per altro, questo frate, entrato quindicenne fra i domenicani, non era nuovo ai processi: un carattere inquieto, un’esorbitante brama di sapere, un’acuta insofferenza alla disciplina monastica gli avevano già procurato non poche difficoltà; ora, però, la durata della pena non gli lasciava molte speranze.
Ma egli non si dette per vinto, e proprio nel 1602 scrisse la sua opera più nota, La Città del sole, capolavoro della letteratura utopistico e testimonianza eloquente dello spirito e del pensiero campanelliani.
Alla base della Città del sole sta un insopprimibile ansia di rinnovamento, un desiderio di palingenesi che sempre fu vivo nel cuore del filosofo calabrese: Campanella avrebbe voluto cambiare il mondo – “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”, si legge in un suo sonetto -, e conceda la propria vita come una grande missione profetica e liberatrice. Campanella ricorre a un classico artificio e fa riferimento all’esistenza di un piccolo stato felice, situato in un’isola del mare della Sonda. Si tratta di una città costituita da fabbricati saldati fra loro a formare anelli concentrici; al centro è situata una piazza con un tempio immenso, ove gli abitanti tributano il culto al Sole, immagine di un Dio che irradia vita e calore.
Nella città vige un regime comunistico ed egualitario, non esiste l’Istituto familiare, ma un’unica grande comunità che si identifica con lo Stato stesso, al quale è demandato il compito dell’educazione dei giovani. Al vertice sta un triumvirato tre personaggi chiamati Potenza, Sapienza e Amore -, al di sopra del quale vi è un magistrato supremo, il capo dello Stato, denominato Metafisico, depositario del vero sapere, la cui figura ricorda da vicino l’ideale del fìlosofo-re descritto da Platone nella Repubblica. Tutta la vita della città si svolge in un clima di operosa concordia e di pacifica fraternità.
La religione professata nella città è una sorta di deismo privo di dogmi che prevede alcune pratiche devote: preghiere individuali e collettive, l’espiazione comunitaria affidata ad alcuni volontari che si assoggettano a un’ascesi particolare, la confessione pubblica e anonima dei peccati, la cremazione dei cadaveri.
Molto si è discusso intorno alle convinzioni religiose di Campanella, che non sempre risultano di facile inquadramento, anche a motivo delle complesse vicende di cui fu protagonista (basti pensare che dopo e nonostante i tanti processi di cui si è detto, egli godette dell’appoggio dì papa Urbano VIII che gli assegnò una pensione e lo volle come consulente di campo astrologico e politico). Limitandoci soltanto alla Città del sole si può affermare che in essa Campanella ha fatto riferimento a una religiosità precristiana di stampo nazionalistico, capace tuttavia di annunciare la Rivelazione.
Avvenire – 19/01/2002
di Maurizio Schoepflin


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