«Il clamore sollevato nell’ambiente dotto dal tubo torricelliano è paragonabile solamente all’interesse suscitato dal cannocchiale galileiano»: con questa affermazione Mario Gliozzi sottolineava l’importanza dell’esperimento di Evangelista Torricelli che dimostrava l’esistenza del vuoto e apriva la strada alla costruzione del barometro. Ma faremmo sicuramente torto a Torricelli se lo identificassimo tout court con il barometro, perché i suoi contributi alla storia della scienza vanno ben oltre l’invenzione di questo conosciutissimo strumento. E l’occasione del quarto centenario della nascita ( Torricelli nacque il 15 ottobre del 1608) offrirà di certo l’opportunità per definire ulteriormente i contorni della figura di uno scienziato che senz’altro, se la morte non lo avesse colto prematuramente (a soli 39 anni), sarebbe diventato l’erede naturale di Galilei, che all’inizio di ottobre del 1641 lo aveva accolto nella sua casa di Arcetri dopo che padre Benedetto Castelli gli aveva messo in mano un «Trattatelo sul moto» scritto dal giovane studioso. Torricelli, dunque, fu accolto ad Arcetri dove già si trovava Vincenzo Viviani e sotto la direzione di Galileo, ormai completamente cieco, cominciò a lavorare a una nuova edizione dei «Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica e i movimenti locali» che Galilei aveva pubblicato tre anni prima a Leida. Purtroppo, però, Galilei morì nel gennaio successivo ponendo fine, dopo appena tre mesi, ad una collaborazione che avrebbe prodotto risultati straordinari per la scienza. Ma intanto la fama del giovane Torricelli era già arrivata al granduca di Toscana Ferdinando II de’ Medici che lo invitò a restare a Firenze come matematico del granduca e come lettore di matematiche all’università. E Torricelli fu in effetti un grande matematico. Coi suoi studi anticipò quel calcolo differenziale che più avanti avrebbe trovato una definitiva sistemazione con Newton e Leibniz e inoltre inventò il «solido iperbolico acutissimo», oggi conosciuto come «Tromba di Torricelli» o «Tromba di Gabriele», un solido di rotazione dalla superficie infinita e dal volume finito. L’apparente paradosso causò un vivace dibattito intorno alla natura dell’infinito alla quale partecipò anche il filosofo Thomas Hobbes il quale affermò che per comprendere il solido di Torricelli non occorreva essere geometri o logici, ma semplicemente pazzi! Torricelli fu anche un abilissimo costruttore di strumenti e in particolare dalle sue mani uscirono lenti la cui straordinaria qualità colpì il granduca di Toscana che, entusiasta dei risultati del ’suo’ matematico, lo premiò con una collana d’oro e una medaglia ma al tempo stesso gli impose di lavorare in ’silenzio e segretezza’. Torricelli fu ligio alle consegne e prima della morte consegnò i suoi scritti sulla lavorazione delle lenti al granduca. Di questo prezioso materiale non esiste traccia; per fortuna sono giunte fino a noi tre lenti. Faenza, città della quale si sentì figlio perché nacque a Roma da genitori faentini, ricorda Torricelli con un convegno (16-17 ottobre) al quale parteciperanno, fra gli altri, Ezio Raimondi, Paolo Rossi e Umberto Bottazzini. Nel corso del convegno sarà presentato anche il volume di Fabio Toscano «L’erede di Galileo. Vita breve e mirabile di Evangelista Torricelli» (Sironi), la prima biografia dello scienziato che scoprì il vuoto.
© Avvenire
di Franco Gàbici
Avvenire – 16/10/2008
Torricelli, l’erede di Galileo


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