Come cambiano i litorali sabbiosi in base all’evoluzione del clima

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    Ricostruzione della linea di riva a partire dal 1500. Nella Baia di Chiaia si è avuto un notevole accumulo di sedimenti apportati da colate detritiche che si innescavano lungo i versanti a monte e successivamente ridistribuiti dal moto ondoso. Fino alla fine del 1600 vi era uno scoglio di tufo giallo che si protendeva in mare, nell’area dell’attuale Rotonda Diaz, sul quale era stata costruita la chiesa di S. Leonardo come si evince da vari quadri tipo quello del Medinacoeli. Come si osserva anche nella figura 5, la spiaggia di Chiaia si è progressivamente e naturalmente ampliata fino alla seconda metà del 1800 inglobando lo scoglio.

    Le spiagge rappresentano la parte affiorante di un prisma, costituito da sedimenti sabbiosi e/o ghiaiosi, costruitosi nelle ultime migliaia di anni (Olocene) mentre stava avvenendo la risalita delle acque marine in concomitanza con la deglaciazione iniziata circa 15.000 anni fa.

    I sedimenti costieri olocenici possono avere uno spessore variabile da 15 ad oltre 30 m lungo i litorali che delimitano le pianure alluvionali; lo spessore è generalmente minore lungo le Pocket Beach che rappresentano spiagge di limitata lunghezza e profondità, addossate ad un substrato roccioso ed in esso incastrate. Negli ultimi 2500 anni le pianure alluvionali antropizzate e le spiagge sono state interessate da sensibili modificazioni che hanno condizionato significativamente le attività antropiche.

    Evoluzione del clima e dell’ambiente nelle ultime migliaia di anni

    Ricerche multidisciplinari di geoarcheologica ambientale sono state effettuate nell’area meridionale e nell’area mediterranea per gettare luce sul significato climatico dei differenti tipi di sedimenti che si sono accumulati negli ultimi 2500 anni e che ricoprono numerosi siti archeologici, non influenzabili dagli interventi umani, in un’età compresa tra il Periodo Arcaico e il Medioevo, ubicati a diverse latitudini e in aree geografiche con differenti condizioni morfoclimatiche.

    I sedimenti che ricoprono le superfici antropizzate e le aree urbane delle ampie pianure alluvionali, stabili per molti secoli, indicano che in intervalli di tempo di circa 100-200 anni di durata, l’ambiente è stato caratterizzato da una marcata instabilità geomorfologica che ha determinato intensi fenomeni erosivi e dissesti lungo i versanti, nonchè il trasporto e accumulo di ingenti volumi di sedimenti nelle pianure alluvionali e lungo le coste. In tal modo, grazie al consistente accumulo di sedimenti, si è determinata l’aggradazione rapida della superficie del suolo delle pianure e una marcata progradazione dei litorali sabbioso-ghiaiosi. E’ evidente che l’accumulo generalizzato di ingenti volumi di sedimenti, per uno o due secoli, nelle grandi pianure alluvionali costiere (dalle aree pedemontane alla linea di costa) al di sopra di superfici antropizzate e stabili geomorfologicamente per molti secoli, costituisce un evento eccezionale.

    I diversi cambiamenti ambientali sono avvenuti contemporaneamente nella parte arida e umida della zona mediterranea e si sono verificati durante brevi intervalli di tempo di durata variabile da circa 100 a circa 200 anni. Inoltre, è stato evidenziato che lo stesso tipo di variazione ambientale si è manifestato ogni 1000 anni circa; è stato anche accertato che l’impatto ambientale è variato in relazione alla latitudine.

    I periodi più freddi e piovosi (figura 1) sono stati chiamati Piccola Età Glaciale Arcaica (500-300 a.C.), Piccola Età Glaciale Altomedievale (500-700 d.C.) e Piccola Età Glaciale (1500-1750). I periodi più caldi e aridi che hanno interessato la parte centro meridionale del Mediterraneo sono stati chiamati Periodo Caldo Romano (150-350 d.C.) e Periodo Caldo Medievale (1100-1270). I periodi climatici di transizione da una piccola età glaciale al successivo periodo caldo-arido sono stati caratterizzati da condizioni ambientali favorevoli alle attività umane.

    La correlazione dei dati geoarcheologici evidenzia che vi è una stretta correlazione tra i periodi freddo-umidi e prolungati minimi di attività solare e tra i periodi caldo-aridi e una marcata e prolungata attività solare. I minimi significativi e prolungati di attività solare hanno determinato le Piccole Età Glaciali mentre i massimi significativi e prolungati hanno dato origine ai periodi più caldi “Romano” e “Medievale” caratterizzati da desertificazione fino a 41-42° N lungo le fasce costiere. L’ultimo periodo freddo denominato Piccola Età Glaciale (raffreddamento massimo tra il 1570 e il 1740) si inquadra in una fase di 290 anni di scarsa attività solare (circa 180 anni di minimo, complessivamente) tra il 1420 (inizio del minimo di Sporer) e il 1715 circa (fine del minimo di Maunder). Il periodo caldo medievale si è avuto in concomitanza con una fase di notevole attività solare tra il 1100 e 1270 circa che ha concluso un lungo periodo caratterizzato da un elevato numero di macchie solari, della durata complessiva di 330 anni e iniziato intorno al 920 d.C..

    Gli impatti ambientali più significativi che si sono verificati nell’Area Mediterranea durante i periodi caldo-aridi sono rappresentati dalla desertificazione delle aree costiere fino a circa 41°-42° N e dall’incremento dell’accumulo delle sabbie organogene. Durante questi periodi l’Europa centro-settentrionale ha goduto di condizioni climatiche miti e favorevoli allo sviluppo dell’agricoltura.

    I periodi freddo-umidi (Piccole Età Glaciali) hanno determinato sensibili modificazioni ambientali contribuendo significativamente alla costruzione delle pianure alluvionali costiere e dei litorali.

    Le variazioni climatiche storiche hanno esercitato un impatto di notevole importanza sull’evoluzione dei litorali.

    La costruzione dei litorali con sabbia silicoclastica è avvenuta durante i periodi freddo-umidi, cioè durante le Piccole Età Glaciali. L’ultimo ripascimento naturale si è verificato tra il 1500 e la fine del 1800 (figura 1). In particolare, i litorali alimentati da corsi d’acqua appenninici ed alpini sono stati riforniti abbondantemente di sedimenti prevalentemente tra l’inizio del 1700 e la fine del 1800.

    A partire dall’inizio del 1900 l’alimentazione naturale è stata progressivamente sempre più scarsa e le spiagge hanno iniziato a “dimagrire” specialmente in corrispondenza degli apparati di foce dei fiumi dove si riscontrano i fenomeni erosivi più gravi che spesso hanno provocato la distruzione di oltre 1000 metri di spiaggia negli ultimi 100 anni.

    Gran parte delle spiagge attualmente sono solo parzialmente e insufficientemente alimentate di sabbia grazie alla erosione o cannibalizzazione dei sedimenti delle aree deltizie che sono quelle interessate da erosione molto grave.

    La ricostruzione delle modificazioni della fasce costiere avvenute negli ultimi millenni in relazione alle variazioni del clima consente di prevedere che, in base alla ciclicità millenaria, l’erosione che da diverse decine di anni sta interessando le spiagge con sabbia silicoclastica dell’Italia meridionale e del mediterraneo durerà almeno 100 – 150 anni. Entro alcune decine di anni, in relazione all’intensificazione dell’aumento della temperatura media, dovrebbe aumentare sensibilmente la produzione di sabbia organogena lungo le coste del Salento e della Sicilia e conseguentemente dovrebbe verificarsi una progradazione delle spiagge con sabbia organogena come avvenuto durante i periodi caldi romano e medievale.

    Esempi significativi dell’evoluzione geomorfologica dei litorali sabbiosi con sabbia silicoclastica sono rappresentati dalla fascia costiera del fiume Volturno (figure da 2 a 5) e del fiume Biferno (figura 6), dalla pianura di Velia, Sibari e Napoli (figure 7, 8 e 9).

    L’evoluzione geomorfologica ha determinato alternativamente situazioni costiere favorevoli alla creazione di aree sommerse lagunari e palustri, utilizzate anche a scopi portuali, successivamente colmate da sedimenti (figura 10). Lungo le coste alte sono state conservate le evidenze di movimenti relativi terra-mare con spostamenti verticali, non generalizzati, di alcuni metri durante il periodo storico. Tali movimenti sono da mettere in relazione alla risalita eustatica del livello marino, a rotazioni crostali in relazione agli eventi sismici e a fenomeni bradisismici.