La Rivolta del sette e mezzo: una pagina dimenticata di storia della Sicilia

Si celebra oggi il 145° anniversario della “Rivolta del sette e mezzo“: dal 16 al 22 settembre 1866, a Palermo e in provincia, vi fu una sollevazione popolare che passò alla storia per la sua durata, di sette giorni e mezzo appunto, e per questo venne detta del “Sette e mezzo”. Fu una violenta dimostrazione antisabauda, avvenuta al termine della Terza guerra d’Indipendenza, organizzata da partigiani borbonici, garibaldini delusi, reduci dell’esercito meridionale. Tra le cause, vi fu la crescente miseria della popolazione, la vessazione dei funzionari statali sabaudi, che consideravano quasi barbari i siciliani e vessatorie tasse introdotte. Insomma, alcuni siciliani avevano già capito che “si stava meglio quando si stava peggio“, e provavano subito a liberarsi – di fatto – dell’Unità d’Italia.
Quasi 4.000 rivoltosi, in quei giorni, assalirono Prefettura, Caserma e altri palazzi pubblici nel centro di Palermo. La citta’ resto’ in mano agli insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi, come Monreale e Misilmeri: fu stimato che in totale i rivoluzionari armati fossero circa 35.000 in provincia di Palermo.
Dovettero intervenire le forze armate mentre le navi della Marina Militare bombardarono la città: intervenirono oltre 40.000 militari, un pò come oggi fa Gheddafi in Libia, sparando sul suo popolo. Alla fine furono oltre 200 le perdite da parte dello Stato, tra cui 42 Carabinieri, mentre non si conosce il numero dei civili uccisi o giustiziati, ma sicuramente sono stati molti di più.

Nel 1866 il Corpo dei Carabinieri nell’Isola era costituito in unica Legione, con competenza territoriale che si estendeva per tutta la Sicilia – comandata dal Colonnello dei Carabinieri Reali Edoardo Sannazzaro di Giarolle – ed era suddivisa nelle Divisioni di Palermo, Caltanissetta e Messina. La Divisione di Palermo aveva in organico 793 uomini ripartiti nelle compagnie di “Palermo-Interna”, “Palermo-Esterna”, Trapani e in 87 Stazioni.

Nei primi mesi del 1866, la sconfitta di Custoza e il disastro di Lissa avevano scosso l’opinione pubblica e in Sicilia si aggiungeva un certo sentimento di delusione verso il Governo di Torino. Di tale malcontento ne approfittarono alcuni sobillatori e gruppi di malavitosi che si fecero promotori dei moti popolari di Palermo, con la speranza che l’insurrezione si sarebbe estesa nelle altre province siciliane. Nella notte del 15 settembre 1866 i rivoltosi iniziarono ad affluire a Palermo con l’intenzione di impossessarsi della citta’ e travolgere le poche truppe di Presidio e di annientare i Carabinieri che, come sempre, si distinsero per coraggio e zelo. Il “Giornale di Sicilia” del 24 settembre 1866 scriveva: “A Misilmeri si commisero atrocita’ senza esempio e senza riscontro negli annali della piu’ efferata barbaria”. Il 20 settembre, diffusasi la notizia della rivolta a Palermo, i contadini di Misilmeri, guidati dai banditi Domenico Giordano e Giovanbattista Plescia insorsero, assaltando la Caserma dei Carabinieri i quali si rifiutarono di trattare con i ribelli, allora inizio’ un combattimento che duro’ 24 ore . I carabinieri, bloccati da tutte le parte ed avendo consumato le munizioni, issarono – in segno di resa – una bandiera bianca. Ma gli insorti abbattuto il portone della Caserma di Via La Masa cominciarono a sparare uccidendo alcuni Carabinieri. Quelli che riuscirono a fuggire furono intercettati e barbaramente massacrati. Gli altri che erano in servizio di pattuglia esterna riuscirono a ripiegare su Palermo. Dei 29 Carabinieri della Caserma di Misilmeri se ne salvarono appena 8. Gli altri furono barbaramente trucidati dal popolo in rivolta. Un Carabiniere, intercettato e riconosciuto dalle donne, fu ucciso barbaramente a colpi di pietre e a morsi, all’interno dei lavatoi pubblici. I corpi di due Carabinieri furono squartati, le membra appesa ai ganci di un macellaio. Le teste di alcune delle vittime furono fatte rotolare in piazza, altre montate su bastoni, portate in processione per le vie principali di Misilmeri.Violenze atroci, come dopotutto è normale accada in guerre o rivolte.

Morirono i Carabinieri: Amenta Sebastiano, Armano Giovanni, Bozzanga Orazio, Bria Giovanbattista, Caria Francesco, Castagna Luigi, Ciacci Tommaso, Di Salvo Carmelo, Calipo’ Rosario, La Greca Ferdinando, Treccani Santo, Lazzarini Giovanni, Maccia Luigi, Mameli Salvatore, Morale Sebastiano, Praga Stefano, Rappieri Florio, Sanna Antonio, Sessini Antonio, Sassella Giuseppe, Tarulli Giuseppe.

Oggi lo Stato celebra questi Carabinieri ed a tutti i Carabinieri caduti per adempiere al proprio dovere durante la Rivoluzione del Sette e Mezzo, con “un pensiero di ringraziamento per aver immolato la propria vita per la crescita sociale e legale della terra di Sicilia“. Il comportamento dei Carabinieri durante la Rivoluzione, “costituisce una pagina di eroismo dell’Arma, poco nota agli italiani“. A otto anni di distanza da quel tragico giorno, il sindaco di Misilmeri, il cavaliere Vincenzo Sparti, chiese l’autorizzazione al Prefetto di potere esumare le salme dei caduti per dare loro una degna sepoltura al cimitero, dove il 22 dicembre 1874 fu innalzato un cippo in memoria dei caduti nel camposanto di Misilmeri. “In un difficile contesto socio-politico come quello dei primi anni dell’unita’ d’Italia, con la popolazione siciliana troppo spesso oppressa dell’azione dello Stato e, cosi’, facilmente condizionata da gente di malaffare che sfruttava la disperazione delle classi piu’ deboli – ricorda il comando provinciale dell’Arma, guidato dal generale Teo Luzi -, i Carabinieri comunque mantennero alti i valori del dovere e della legalita’, fino all’estremo sacrificio della vita. Anche grazie al fulgido esempio di questi ragazzi, dimenticati da molti, che oggi vive in Sicilia la cultura della democrazia. A queste vittime va rivolto un affettuoso, doveroso pensiero“.