Le 300 mummie di Pievepelago

Stasera “Mistero” (Italia1), con un servizio di Nicole Pelizzari, ci sta facendo vedere le mummie rinvenute tra Pievepelago e Ravenna. Si tratta di un ritrovamento archeologico straordinario: trecento cadaveri accatastati, con addosso abiti, scarpe, cuffie, e altri oggetti personali databili tra il 1580 e il 1750. I corpi sono stati trovati in una cripta presso la chiesa della Conversione di San Paolo Apostolo, a Roccapelago di Pievepelago, sull’Appennino modenese, e di essi un terzo, quindi circa un centinaio, si è mummificato spontaneamente, grazie alle condizioni ambientali particolarmente favorevoli alla conservazione, caratterizzate da un microclima secco e ventilato. Si tratta di un caso unico nell’Italia settentrionale, una scoperta la cui soprintendenza è affidata a Luca Mercuri. La cripta veniva usata come fossa comune dal XVI al XVIII secolo. Nicole Pellizzari ha anche potuto partecipare all’autopsia di una di queste mummie.

L’eccezionalità della scoperta sta nel fatto che, al contrario di quanto accade di solito, non si tratta della mummificazione legata ad un preciso e accurato intervento umano, ma ad un processo naturale che ha permesso  ai corpi di un’intera comunità di conservarsi nel corso dei secoli. Notevole è dunque la rilevanza antropologica del rinvenimento, che tramite l’accertamento dell’età, dell’aspetto fisico e del DNA dei defunti permetterà di ricostruire la vita della comunità montana tra il  XVI e il XVII secolo nonché le loro abitudini alimentari, le loro carenze e i traumi fisici subiti durante la vita.
La composizione stessa delle salme, con le mani intrecciate in segno di preghiera, la fede nuziale al dito ed elementi di decoro quali fasce che legavano la mandibola per evitarne lo spalancamento post-mortem, rimanda a forme di pietas che attestano la religosità di quella comunità, così come pure il raro esempio di lettera componenda  (o “di Rivelazione”), una sorta di “contratto” con Dio che prevedeva la protezione e la concessione di 5 grazie in cambio di preghiere. Vista la particolarità del documento ne riportiamo le parole secondo quanto interpretato fino ad ora dagli studiosi:

 Di estremo interesse, secondo il parere di Iolanda Silvestri, esperta di tessuti antichi dell’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna, è anche il ricco corredo tessile recuperato. I sudari, le vesti in lino o cotone dotate di bordi merlettati, le calze in maglia e i copricapo a cuffietta in feltro di lana testimoniano uno stile di vita sobrio e basato su manufatti tessili lavorati in loco. I vari ornamenti quali collane, medaglie e crocifissi di diversi materiali permetteranno poi di risalire alla scala sociale di appartenenza dei vari individui.

Per quanto la più sensazionale, la scoperta delle mummie non è stata l’unica nella quale si sono imbattuti gli archeologi, che hanno anche portato alla luce due ambienti del castello medievale di Obizzo da Montegarullo, potente feudatario del Frignano e capo del partito guelfo che alla fine del XIV secolo si ribellò al dominio Estense, e sette tombe con sepolture multiple
“Le mummie “, ha spiegato Filippo Maria Gambari, soprintendente archeologico dell’Emilia Romagna, “sono un ritrovamento eccezionale perché non si tratta di un singolo resto umano, come spesso capita nei restauri delle chiese. Le mummie non sono trattate e presentano ancora tutti gli organi interni e dunque di tratta di un campione rilevante di una comunità dalla fine del ‘500 per studi medici. Pensiamo ad esempio a quanto potremo sapere sul corpo umano in un periodo privo di inquinamento o conoscere le cause delle malattie. Non va però commesso l’errore di considerare questi corpi solo come campioni di studio, perché sono cadaveri di persone della comunità di Pievepelago, quindi ci vuole rispetto e pertanto nel trasportarli nei laboratori dell’Università di Bologna-Ravenna abbiamo chiesto aiuto alle pompe funebri Gibellini. Ad ogni modo arriveranno dati eccezionali anche per gli oggetti ritrovati (piccole medaglie, crocifissi, addirittura una lettera ancora leggibile) e soprattutto per gli abiti che saranno studiati dall’Istituto Beni culturali della Regione”.