Ogni meteo/appassionato, almeno per un giorno, ha pensato di voler diventare come lui. Lo Yeti, il leggendario uomo delle nevi che vive sulla “dama bianca” senza soffrirla ma dominandola.
E’ dal 1889 che circolano “prove irrefutabili” dell’esistenza dello Yeti, inafferrabile creatura che vivrebbe fra le vette himalayane, nota anche come “abominevole uomo delle nevi“.
In quell’anno una spedizione sull’Everest, in Tibet, condotta dal maggiore inglese L.A. Waddell, ne scoprì per la prima volta le impronte a cinquemila metri di altezza sulla neve di una pendice montana. Impronte approssimativamente umane, ma di grandezza smisurata. La notizia fece il giro del mondo, si scoprì che tale creatura era noto al folklore delle popolazioni locali, che la temevano e ne stavano alla larga. S’apprese anche che era già stata avvistata in precedenza, e descritta come una specie di scimmione dal pelo bianco, che camminava eretto come un uomo. Dopo di allora, gli avvistamenti e le tracce si moltiplicarono a dismisura.
Circolano letteralmente migliaia di libri che riprendono in tutti i modi le leggenda (?) dell’uomo delle nevi. Fra gli avvistamenti più documentati, vi sono quello del 1921 da parte del colonnello C. K. Howard-Bury, mentre tentava la scalata dell’Everest; quello del 1925 dovuto al fotografo greco N.A. Tombazi; quello del 1925 da parte degli inglesi Eric Shipton e Michael Ward; e poi via via altri avvistamenti nel 1951, 1953, 1957, 1959…
In pratica, via via che l’esplorazione delle vette himalayane si faceva più frequente, si moltiplicavano gli avvistamenti, ed anche le foto di tracce di forme e dimensioni diverse. Vennero esplorate le lamaserie, e in certi casi i monaci esibirono frammenti di pelle e di ossa di dubbia origine, attestando che si trattava di resti dello Yeti. La scienza non ha mai preso in seria considerazione queste “prove”, almeno fino a quando, intorno agli anni Ottanta dello scorso secolo, alcuni zoologi hanno cominciato a valutare la possibilità che si trattasse di una specie sconosciuta di primate o di orso che aveva scelto di rifugiarsi ad altezze sempre maggiori per sfuggire alla predazione (da parte dell’uomo, in particolare), adattandosi alla rigidità del clima. Di questo parere era, per esempio, il grande alpinista Reinhold Messner, che nel 1986 avvistò, nel Tibet orientale, una creatura che nel vederlo si rizzò sulle zampe posteriori, facendo al suo indirizzo versi minacciosi. A suo giudizio, si trattava di una specie di orso adattatosi a vivere fra le nevi, come i “cugini” che abitano il Polo. Parallelamente agli avvistamenti sulla catena himalayana, cominciarono ad essere osservate creature simili anche in altre zone remote e dal clima aspro, come la Siberia, alcune zone della Cina, del Caucaso, e montagne del Nord e del Sud America. Non solo, cominciarono ad essere avvistati (e “fotografati”) anche creature simili che vivevano in climi più temperati, come le foreste del Canada e degli Stati Uniti settentrionali, della Russia, della Cina, delle grandi isole asiatiche, e altri luoghi ancora.
Tutti descritti come grandi scimmioni, o grandi ursidi, che procedono con andamento più umano che ferino, ritti sulle zampe posteriori. E che in genere fuggono a gambe levate all’avvicinarsi di un uomo, anche se ci sono resoconti (mai comprovati) di incauti viaggiato che ne hanno subito l’attacco.
Vennero battezzati con nomi strani, spesso tratti da leggende locali, come Bigfoot, Sasquatch, Wendigo e così via. Ad oggi, il mistero di queste apparizioni è insoluto. Dopo l’iniziale scetticismo, e tagliati via tutti i racconti inverosimili, gli zoologi oggi non negano la possibilità che un animale di grandi dimensioni, e di aspetto simile a quello descritto, possa aver trovato la propria nicchia ecologica in luoghi pressoché inaccessibili, e sia sopravvissuto proprio perché sono inaccessibili. Ma per avere la certezza, bisogna arrivare a catturarne uno. Francamente, speriamo che ciò non avvenga mai: quando una leggenda muore, è una cosa triste, come quando una specie vivente si estingue. Un’ultima cosa. L’appellativo “abominevole” che venne affibbiato allo Yeti, è frutto di un errore di traduzione. Un giornalista britannico che era stato inviato a verificare i resoconti dei primi avvistamenti, s’informò presso le popolazioni locali, che gli confermavano che in certe zone abitava un “uomo selvatico delle nevi“. Purtroppo il suo interprete non sapeva molto bene l’inglese, e così “selvatico” divenne “abominable“. E da allora è rimasto.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?