28 dicembre 1908 – Terrore nello Stretto: lo “tsunami di scirocco” e le sue possibili cause

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Lo Speciale Tsunami di MeteoWeb continua oggi il suo percorso nella storia d’Italia, interrotto per una settimana dall’emergenza-alluvioni all’estremo sud che ha, per forza di cose, monopolizzato le pagine e l’interesse del nostro giornale. Nell’ultima puntata, pubblicata domenica scorsa (il 20 novembre), avevamo viaggiato nel tempo alla ricerca degli tsunami italiani di ‘700 e ‘800, arrivando quindi a poco più di 100 anni fa. Il ‘900 è stato un altro secolo zeppo di questo fenomeni lungo le nostre coste, e ne parleremo nei prossimi giorni. Ma intanto andiamo a scoprire insieme tutti i dettagli del più devastante maremoto della storia d’Italia, quello che ha colpito lo Stretto di Messina (e non solo) il 28 dicembre del 1908, grazie al solito preziosissimo lavoro del geologo Giampiero Petrucci.

L’evento più disastroso del XX Secolo. Il terremoto più potente del Novecento nel nostro paese si verifica il 28 Dicembre 1908, alle 5.21 di mattina (ora in cui si fermano tutti gli orologi della città di Messina). Ancora dibattuta la sede del suo epicentro: per alcuni (DBMI04, Stucchi ed altri, 2007) sarebbe sulla sponda calabrese dello Stretto, tra Archi e Gallico; per altri (Valensise e Pantosti 1992; Pino ed altri, 2009) in mare, davanti a Reggio Calabria. Ben più certa invece la magnitudo, 7.1 sulla scala Richter. Negli ultimi 315 anni è la scossa più forte mai registrata in Italia: in epoca storica solo il sisma dell’11 Gennaio 1693 (che colpisce la Sicilia Orientale) gli è superiore. Nell’ultimo secolo soltanto due eventi si avvicinano alla sua potenza: Marsica 1915 (magnitudo 6.99) ed Irpinia 1980 (magnitudo 6.89). Basterebbero già questi semplici dati a far intuire la catastrofe ad esso collegato. Inoltre, per la prima volta nella storia della sismologia, proprio in questo terremoto viene identificato il cosiddetto “moto vorticoso” delle onde sismiche, generato dalla sommatoria della componente orizzontale (ondulatoria) e quella verticale (sussultoria). Come ampiamente descritto nell’apposito speciale di MeteoWeb in occasione del centenario dell’evento, Reggio Calabria e Messina (dove fu distrutto il 90% delle costruzioni) divennero città fantasma, cimiteri a cielo aperto. Tra le altre cittadine più colpite Ganzirri, Pace, Cannitello, Villa S. Giovanni: gli effetti rovinosi del sisma comunque furono abbastanza limitati dal punto di vista geografico, colpendo soprattutto la zona dello Stretto anche se le scosse furono chiaramente avvertite fino a Napoli e Campobasso. Il numero dei morti non fu mai accertato con una certa attendibilità e le cifre al riguardo oscillano molto: certamente si contarono almeno sessantamila vittime ma alcuni parlano di circa novantamila morti, altri addirittura arrotondano per eccesso fino a centoventimila. Certo è che questa tragedia devastante sconvolse a lungo l’opinione pubblica.

Lo tsunami “di scirocco”. Dopo pochi minuti dal terremoto (al massimo una decina, a seconda della località) un altro cataclisma si abbatte sulla zona: un violentissimo tsunami (intensità 6), costituito da almeno tre ondate diverse, colpisce la costa siciliana e quella calabrese, creando ulteriori disastri e vittime. In molte zone il mare dapprima si ritira per qualche decina di metri e poi colpisce con violenza. Due valenti scienziati del periodo (Mario Baratta e Giovanni Platania) realizzarono attente e scrupolose indagini su questo evento, raccogliendo testimonianze tra i superstiti, valutando direttamente in prima persona gli effetti del terremoto e soprattutto dello tsunami. Grazie a loro dunque fu possibile rendersi conto dell’accaduto da un punto di vista scientifico: ancora oggi i loro studi, rivisitati ed ampliati con le conoscenze moderne, contribuiscono non poco alla ricerca della verità scientifica. In particolare vennero scrupolosamente annotate le altezze raggiunte dalle onde di tsunami, verificando sui vari edifici la porzione interessata dal fenomeno: ovviamente, dove le acque non erano arrivate, le facciate delle costruzioni risultavano pressoché intatte. Con questo metodo, empirico ma efficace, fu dunque possibile ricostruire, con un certo dettaglio, il run-up nelle varie località. L’aspetto fondamentale ricavabile da questa indagine è che le onde colpirono in particolare le coste e le baie esposte a Sud o comunque con la concavità verso lo Stretto; inoltre nella parte settentrionale dello Stretto gli effetti furono inferiori che nella sua porzione meridionale. Ad esempio a Messina i maggiori disastri vennero segnalati nella parte Sud della città ed alla foce del torrente Portalegna (6 metri di run-up) mentre al porto, pur sommerso e con diverse barche danneggiate o trasportate sulla terraferma, l’onda non superò i 3 metri di altezza ed a Capo Peloro addirittura raggiunse a stento gli 80 cm. Situazione analoga a Reggio Calabria dove l’ondata, alla stregua di una mareggiata provocata da un forte vento di scirocco da sud-ovest, colpì in particolare le zone di Pellaro e Lazzaro (run-up di circa 10 metri) oltre alla zona del porto (7-8 metri) dove la banchina venne completamente distrutta. A Pellaro venne colpita pure la ferrovia, provocando il deragliamento di un treno, con i vagoni finiti in mare. Ancora a Pellaro ed a Marina di S. Gregorio si verificarono le maggiori ingressioni marine per la parte calabrese, con alcune centinaia di metri. Effetti minori invece nella parte settentrionale della città: a Catona (ed anche, più a nord, a Cannitello) il run-up non superò i 4 metri. La costa ionica della Sicilia non si comportò in maniera molto dissimile: se nella zona interna di Isolabella (Taormina, baia rivolta a Nord) il run-up fu di 4 metri, la massima altezza fu registrata a Capo S. Alessio (11.70) mentre valori notevoli (circa 9 metri) si segnalarono a Giardini Naxos (presso la stazione ferroviaria) e nel pittoresco borgo marinaro di Cala S. Paolo (oggi Briga Marina) dove molti sventurati, rifugiatisi sulla spiaggia, vennero travolti dalle acque. Colpite notevolmente anche Scaletta Zanclea (8 metri di run-up e 200 metri d’ingressione) e Roccalumera dove il mare inondò anche la Via Provinciale. In tutte queste località furono innumerevoli le barche trascinate a riva e gli alberi sradicati, numerosi i muri delle costruzioni danneggiati. Allagato anche il porto di Catania, con un run-up di 3 metri e con un’ingressione di circa 700 metri nella sua zona più a sud e non protetta dalla diga foranea (Tinti ed altri, 2008). Effetti, sia pure più labili, vennero avvertiti anche più a Sud: a Siracusa (1.6 metri di run-up al ponte del canal grande) e perfino a Malta dove il mareografo di La Valletta registrò oscillazioni anomale intorno al metro, circa un’ora dopo la scossa sismica. Variazioni del livello marino, sia pure limitate, si notarono anche nel Tirreno, a Nord dello Stretto: a Nicotera, Tropea e Scalea il mare invase parzialmente la spiaggia. Ma fu comunque nello Jonio che le onde si propagarono a più ampio raggio: oscillazioni vennero avvertite ad Ovest fino a Licata e Porto Empedocle, a nord fino ad Isola di Capo Rizzuto. Anche se la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta alle terribili scosse sismiche, questo tsunami portò comunque ulteriore rovina e distruzione: impossibile valutare il numero esatto dei morti dovuti esclusivamente al maremoto (probabilmente circa duemila) che comunque rappresenta uno dei principali eventi marini distruttivi di tutti i tempi sulle nostre coste.

Ma la causa? Nei 103 anni trascorsi da quel tragico giorno molti ricercatori si sono impegnati a valutare questi fenomeni, studiandone attentamente gli effetti e lo sviluppo, allo scopo di scoprirne le cause e le origini da un punto di vista scientifico. Se un grande dibattito s’è acceso per l’individuazione della faglia origine del sisma (la cui posizione rimane ancora dubbia), altrettanto è accaduto per la sorgente dello tsunami, con tesi contrapposte. Per quasi un secolo s’è ritenuto che questo maremoto fosse stato direttamente generato dal sisma, come d’altra parte accade nella stragrande maggioranza dei casi: una forte dislocazione verticale del fondo marino con spostamento di immense masse d’acqua e conseguenti onde sulla costa. Un evento dunque, per così dire, “normale”. Ma con il passare degli anni e con l’affinarsi delle tecniche di indagine, qualche dubbio è affiorato: oggi infatti la tesi più affermata indica come causa principale di questo tsunami non tanto il terremoto (che caso mai assume un ruolo di “attore non protagonista” o comunque agente indiretto) quanto una frana sottomarina. A sviluppare, con ampia dovizia di particolari, questa soluzione entra in gioco uno studio ben specifico: Sulle cause dello tsunami di Messina del 1908 di Andrea Billi e Liliana Minelli (Accademia Nazionale delle Scienze, Scritti e Documenti, 43, 19-28, 2010). I punti a sostegno di questa tesi sono molteplici e spesso incontrovertibili: è interessante ricordarli, anche per dimostrare quanto sia complesso ed avvincente lo studio degli tsunami.

Ricostruzione di uno tsunami: i tempi di arrivo. Il primo parametro preso in considerazione riguarda i tempi di percorrenza dell’onda ovvero i minuti intercorsi tra lo sviluppo del terremoto e l’arrivo dello tsunami sulle varie località della costa. In base alle testimonianze coeve (Platania, 1909; Baratta 1910) fu stabilito, ad esempio, che a Giardini Naxos e Nizza le onde arrivarono nel giro di due-tre minuti dalle scosse sismiche mentre a Reggio Calabria e Messina tra i due eventi trascorsero almeno 8-10 minuti, forse anche 12 per la zona di Capo Peloro. Già questo aspetto contrasta fortemente con la posizione dell’epicentro sismico (più vicino al Nord dello Stretto che a Giardini Naxos), ponendo molti dubbi ai ricercatori. Il secondo passo è stato, in base alla batimetria locale ed alle leggi che regolano lo sviluppo degli tsunami (in particolare la relazione tra velocità di propagazione e profondità dei fondali), considerare la velocità media delle onde intorno ai 300 km/h. Con una semplice operazione aritmetica, per ogni località è stato poi moltiplicato il tempo di arrivo dell’onda per questa velocità, ottenendo così la distanza della località stessa dalla sorgente dello tsunami. Quindi, utilizzando la tecnica del cosiddetto tracciamento inverso delle onde di tsunami, su una mappa della zona si sono disegnate circonferenze di raggio pari alla distanza così ottenuta e centrate su ogni località in questione. In questo modo è stato possibile individuare l’area in cui i vari cerchi si intersecavano maggiormente: quella è diventata la zona più probabile della sorgente. E qui è scoppiata la prima “bomba”: la sorgente risultava molto più a sud dell’epicentro sismico, ad una distanza di almeno 40 km e posizionata a circa 40 km dalla costa di fronte a Giardini Naxos. Dunque, considerando incontrovertibile la posizione dell’epicentro, terremoto e tsunami non rispondevano all’equazione causa-effetto. In altre parole, lo tsunami non sembrava generato dalla scossa sismica: quasi una rivoluzione copernicana.

Le variazioni di run-up. Una regola fondamentale nella ricostruzione degli tsunami vuole che il sito con il massimo run-up generalmente rappresenti la proiezione lungo la costa della sorgente o che comunque sia nei suoi pressi. Per lo tsunami del 1908 i dati mostrano valori di run-up piuttosto elevati (9-12 metri) sulla costa ionica della Sicilia, tra Giardini Naxos e Capo S. Alessio, non propriamente vicini all’epicentro sismico. Un’ulteriore analisi delle informazioni ha permesso di osservare un aspetto fondamentale: lungo entrambe le coste in questo maremoto il run-up si riduce significativamente nello spazio di alcune decine di km e non, come nel caso di uno tsunami generato da un terremoto, su distanze ben maggiori (talora dell’ordine perfino di migliaia di km). Dunque, un’altra conferma alla teoria di una causa non sismica, corroborata da un altro dettaglio non trascurabile: tsunami e terremoto hanno sviluppato i loro effetti più devastanti in zone sostanzialmente diverse, confermando una correlazione tra loro piuttosto labile.

Batimetria, dislocazione e compartecipazione. La sismica a riflessione permette di ricostruire la morfologia della crosta terreste fino ad una profondità di diverse decine di km: in sostanza funziona in maniera simile alla TAC per il corpo umano. Questa analisi (eseguita lungo una sezione all’incirca perpendicolare alla costa di Giardini Naxos), unita ai dati batimetrici (in particolare di una mappa elaborata dai geologi marini del CNR nel 2004), ha mostrato un’altra prova basilare. Al piede della scarpata continentale, peraltro non molto ampia nella zona dello Stretto, è stato rilevato un insolito accumulo di sedimenti, con volume di circa 20 km cubici, con a monte un’ampia concavità del tutto simile ad una “nicchia di distacco” ovvero alla forma tipica creata nei versanti dal movimento iniziale di una frana. Inoltre questo accumulo appariva caotico, non stratificato con regolarità e soprattutto non ricoperto da altri sedimenti nella sua parte sommitale. Dunque, la sua origine era certamente recente e non certo legata a “tempi geologici”. In sostanza, poteva forse essere stata individuata la frana responsabile dello tsunami o comunque il candidato più importante a recitare il ruolo di primattore nel contesto studiato. Si deve aggiungere che non tutti gli Autori concordano su questa possibilità ed al momento la posizione esatta della frana scatenante lo tsunami pare ancora incerta: probabilmente sono necessarie ulteriori ricerche sottomarine ed il reperimento di dati morfo-batimetrici ad alta risoluzione atti a chiarire meglio le caratteristiche dei fondali. Ma a sostegno della sorgente franosa come causa dello tsunami giunge un altro dettaglio fondamentale: la dislocazione cosismica massima del fondo marino registrata in corrispondenza dell’evento risulta di -0.7 metri (Valensise e Pantosti, 1992), un valore ritenuto (tramite dati storici e simulazioni al computer) troppo basso per generare onde con run-up di 12 metri (Okal e Synolakis, 2004) ed eventualmente connesso con valori di run-up intorno a due metri, quindi molto inferiori. Tra l’altro anche misure topografiche e geodetiche, eseguite prima e dopo il terremoto dall’Esercito, affermano che gli spostamenti verticali del terreno sulle due coste si mantengono al di sotto del metro (Pino ed altri, 2008). Da queste considerazioni prende corpo un’altra ipotesi, al momento forse la più verosimile ed accreditabile: il terremoto, oltre ad innescare la frana, ha probabilmente compartecipato, sia pure in minima parte (almeno un 10%, massimo 20%), allo sviluppo dello tsunami. Da solo però il sisma non avrebbe certamente potuto generare un simile maremoto: la risposta degli abissi sembra lasciare pochi dubbi a questo proposito.

Due operazioni fondamentali nella ricerca dell’origine dello tsunami. A sinistra: il “tracciamento inverso delle onde” ha permesso di individuare l’area più probabile della sorgente dello tsunami, evidenziata in rosso scuro. In alto, a destra: la batimetria e la sismica a riflessione hanno evidenziato una frana sottomarina. L’ipotesi dello tsunami originato da un terremoto ha perso così estimatori. Per gentile concessione del dott. Andrea Billi. Tratto da “Il maremoto del 28 Dicembre 1908 nello Stretto di Messina”, AGE Conference 2008, Messina Cent’anni dopo (di Tinti S. ed altri)

Cavi telegrafici, frane e mineralogia. Un altro indizio di primaria importanza arriva dalla rottura dei cavi telegrafici sottomarini tra Malta e Zacinto, in pieno Mar Ionio, a circa 150 km di distanza dall’epicentro del sisma. E’ universalmente condiviso che un fatto simile è compatibile con eventi franosi sottomarini e le cosiddette “correnti torbiditiche” (flussi di trasporto in una direzione comune di materiale terrigeno caotico e disordinato). Soprattutto quando, come in questo caso, la rottura avviene in un’area batiale ovvero una sorta di pianura compresa tra -2000 e -4000 metri. I cavi vennero distrutti circa 10 ore dopo il sisma del 26 Dicembre 1908 (Baratta M., 1910) e l’interruzione delle comunicazioni tra le due isole fu la migliore testimonianza del fenomeno. Ma anche stavolta, a seguito delle indagini moderne, si verifica una sorpresa. I carotaggi eseguiti in corrispondenza dell’interruzione hanno mostrato nei primissimi metri, dunque in superficie, la presenza di sabbia grossolana che poteva essersi depositata in quella piana batiale soltanto attraverso una frana sulla scarpata continentale. Ma da dove proveniva questa frana? La mineralogia ha fornito l’ultimo apporto decisivo alla questione: questi sedimenti hanno infatti mostrato la stessa identica composizione mineralogica di quelli presenti sui Monti Peloritani ovvero sulla catena montuosa alle spalle della costa ionica, tra Messina e Giardini Naxos. Potevano dunque essere finiti lì soltanto tramite una frana sottomarina originatasi davanti alla costa ionica della Sicilia settentrionale: la presenza di canyons sottomarini (con direzione all’incirca NordOvest-SudEst) che collegano la zona dello Stretto con l’area interessata dalla rottura dei cavi, confermata dalla batimetria, chiudeva definitivamente la questione. Il mosaico aveva finalmente trovato la sua ultima tessera.

Lo schema definitivo della teoria concernente l’origine dello tsunami 1908 legata ad una frana sottomarina. Si notano tutti i dettagli: il tempo di arrivo dello tsunami rispetto alla scossa sismica (ttt); l’epicentro prossimo all’area di massima dislocazione del fondo marino; la frana con la nicchia di distacco (seafloor reentrant); il run-up massimo a S. Alessio; il viaggio sottomarino della corrente torbiditica fino alla distruzione dei cavi telegrafici. Un mirabile esempio di ricostruzione scientifica. Si ringrazia il dott. Andrea Billi per la gentile concessione dello schema (tratto da “Reply to Comment by Andrea Argnani et al. On “On the Cause of the 1908 Messina Tsunami, Southern Italy”, Geophys. Res. Lett., 36, L13308, doi: 10.1029/2009GL037499, 2009)

Scoperta rivoluzionaria e sensibilizzazione. Dunque un lavoro di ricerca interdisciplinare, con tecniche moderne ma basato su antiche rilevazioni scientifiche, ha permesso di identificare la causa scatenante lo tsunami del 28 Dicembre 1908. Il terremoto, a prescindere dall’esatta collocazione dell’epicentro, ha indubbiamente avuto una parte complessiva molto importante, squassando equilibri e devastando l’intera area dello Stretto, ma giocando comunque un ruolo indiretto e parziale nello tsunami. La causa decisiva del maremoto, il fattore che ne ha determinato la maggior parte della sua potenza, è infatti rappresentata da una frana sottomarina (indotta dallo stesso sisma) verificatasi al largo di Giardini Naxos. Non è escluso, anzi è probabile, che i due fenomeni abbiano interagito, sommando i loro effetti e rendendo quindi ancora più devastante l’evento catastrofico. Una scoperta che comunque ha rivoluzionato quanto sinora acquisito su questo evento e che amplia le nostre conoscenze scientifiche sugli tsunami: maggiore comprensione dei fenomeni significa anche migliore prevenzione. Senza la scienza applicata alla vita quotidiana il nostro mondo sarebbe indubbiamente peggiore. Occorre però risvegliare le coscienze, sensibilizzare l’opinione pubblica e la nostra politica, ottimizzare ricerche ed investimenti. Non possiamo prevedere né i terremoti né tanto meno gli tsunami ma studiarli più a fondo e conoscerli meglio sì. Soprattutto possiamo, anzi dobbiamo, prevenire i rischi e divulgarli.

Si ringrazia il dott. Andrea Billi per la gentile collaborazione, le preziose informazioni e l’autorizzazione a pubblicare le immagini proposte.

BIBLIOGRAFIA E FONTI PRINCIPALI

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