Clima: lunedì inizia la conferenza di Durban, snodo cruciale dei negoziati internazionali sui cambiamenti climatici

Limitare il riscaldamento a due gradi centigradi per scongiurare gli effetti più devastanti del cambiamento climatico: sotto l’egida Onu riprendono in Sudafrica i negoziati per cercare di avvicinare un obiettivo che appare oggi più inaccessibile che mai. Nonostante l’emergenza climatica, il tema è precipitato nell’agenda diplomatica dopo Copenaghen, il vertice del 2009 che doveva essere il gran galà della lotta globale al cambiamento e che invece si è chiuso nella confusione, con un compromesso minimo siglato alla chetichella dai pricipali capi di Stato. Dopo aver cercato di rimettere assieme i pezzi l’anno scorso a Cancun, i negoziatori di più di 190 paesi, che verranno raggiunti sul finale dai loro ministri, tenteranno dal 28 novembre al 9 dicembre a Durban di ritrovare la rotta dell’iniziativa Onu avviata nel 1992. Le emissioni di gas serra anche nel 2010 hanno raggiunto livelli record e gli scienziati lanciano l’allarme: il riscaldamento medio sarà di quattro gradi, ben oltre la soglia dei due gradi che dovrebbe garantire impatti limitati sulla società e sull’economia.

In un mondo con quattro gradi in più, “l’estate 2003, in cui abbiamo conosciuto un’ondata di calore straordinaria in agosto in Europa, sarà un’estate nella media nel 2040 e una delle più fresche nel 2060” pronostica Artur Runge-Metzger, capo negoziatore sul clima dell’Unione europea. Un segnale forte, richiesto a gran voce dai paesi emergenti, sarebbe di dare un futuro al protocollo di Kyoto. Quello di Kyoto è un trattato simbolico, il solo che impone obiettivi di riduzione dei gas serra a gran parte dei paesi industrializzati, anche se, con l’assenza di Usa, Cina, India e Brasile, copre ormai meno del 30% delle emissioni globali. Il primo periodo di impegni previsto dal protocollo si chiude nel 2012 e molti paesi, come Giappone, Russia e Canada, non vogliono saperne di un trattato che gli Usa si rifiutano di firmare e a cui la Cina sfugge. Il blocco di Kyoto invierebbe un pessimo segnale a pochi mesi dalla festa, a giugno in Brasile, per il ventesimo anniversario dell’Earth Summit di Rio de Janeiro. Il futuro di Kyoto sembra dunque poggiare su un rinnovato impegno dell’Unione europea, responsabile dell’11% delle emissioni globali. In cambio però gli europei chiedono una “road map” che impegni tutte le grandi economie in un “quadro vincolante” globale che potrebbe essere varato nel 2015 ed entrare in vigore nel 2020. Ma non è chiaro se Cina e Usa siano disposti a impegnarsi sulla road map.

Sempre più paesi comprendono la posizione europea perchè vedono che non si riuscirà a fare quello di cui hanno bisogno i paesi più deboli, a meno che le grandi economie non si impegnino” sostiene la commissaria europea al clima Connie Hedegaard. Senza un quadro globale, che a Copenaghan non è stato possibile realizzare, la lotta contro il cambiamento climatico si fonda solo sulle promesse volontarie dei singoli paesi. Che la momento rappresentano il 60% di quel che ci vorrebbe per restare sotto i due gradi. Unica consolazione, il fatto che le promesso ufficiali spesso non tengono conto di tutte le iniziative prese dai paesi, Cina compresa, per rendere più verdi le loro economie. La conferenza di Durban poi dovrebbe consentire un avanzamento sul tema del finanziamento. Va dettagliata in particolare la struttura del “fondo verde“, un meccanismo che dovrebbe permettere ai paesi ricchi di aiutare i più vulnerabili, con l’obiettivo di trasferire 100 miliardi di dollari l’anno a partire dal 2020. Una questione che sarà seguita con attenzione dai paesi africani, i meno attrezzati a proteggersi dagli sconvolgimenti del clima che si preparano.

Di seguito le principali questioni in agenda alla Conferenza sul Clima dell’Onu in programma a Durban a partire da lunedì prossimo.
– IL FUTURO DEL PROTOCOLLO DI KYOTO: in mancanza di una accordo globale il Protocollo rimane il solo Trattato a fissare degli obbiettivi di riduzione dei gas serra per i Paesi industrializzati (ad accezione degli Stati Uniti, che non l’hanno ratificato). In discussione è il suo prolungamento oltre il 2012, data in cui scade la validità quinquennale: difficile tuttavia che i Paesi membri vogliano mantenere i loro impegni se non saranno coinvolti anche gli Stati Uniti e i grandi Paesi emergenti, principali inquinatori; attualmente il Protocollo copre solo il 30% delle emissioni globali.
– UN NUOVO QUADRO GIURIDICO A LUNGO TERMINE: in cambio di un secondo periodo di adesione al Prootcollo di Kyoto l’Unione Europea auspica che a Durban si gettino le basi per una “road map” che coinvolga tutte le grandi economie per giungere a un Trattato vincolante globale che potrebbe essere firmato entro il 2015; la posizione di Stati Uniti e Cina sarà in questo caso determinante.
– FINAZIAMENTI: nel vertice di Copenhaghen del 2009 i Paesi industrializzati si erano impegnati a stanziare 100 miliardi di dollari a favore di quelli più poveri entro il 2020; parte dei fondi dovrebbero finire su uno speciale “Fondo Verde” dell’Onu le cui caratteristiche sono state decise l’anno scorso al vertice di Cancun; gli Stati Uniti preferirebbero tuttavia che la gestione dei fondi fosse affidata a organismi già esistenti come la Banca Mondiale. Quanto alle fonti di finanziamento, le idee sul tappeto sono delle speciali tasse sui trasporti aerei o marittimi o sulle transazioni finanziarie.
– APPLICAZIONE DEGLI ACCORDI DI CANCUN: oltre a decidere del “Fondo Verde”, a Durban occorreranno progressi su alcune questioni approvate l’anno scorso, come l’adattamento (ovvero le misure da applicare per affrontare i cambiamenti climatici), l’aiuto tecnologico ai Paesi in via di sviluppo e la lotta alla deforestazione.

Il Protocollo di Kyoto, il cui futuro è al centro dei dibattiti alla Conferenza dell’Onu sul Clima in programma da lunedì prossimo a Durban, è l’unico strumento giuridico vincolante che limiti le emissioni di gas serra nell’atmosfera. Firmato nel novembre del 1995 è entrato in vigore otto anni più tardi e impone ai 36 Paesi membri e all’Unione Europea la riduzione delle emissioni delle sei principali sostanze responsabili del riscaldamento climatico: CO2 (diossido di carbonio), CH4 (metano), protossido di azoto (N20) e tre gas fluorati (HFC, PFC, SF6). Il vincolo pesa essenzialmente sull’utilizzo dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone), responsabili dei due terzi delle emissioni a effetto serra. I Paesi industrializzati – ad eccezione degli Stati Uniti che non hanno ratificato il Trattato – si sono impegnati a diminuire le emissioni del 5% (rispetto ai livelli del 1990) entro il 2012. Il punto debole del Protocollo è appunto l’assenza non solo degli Stati Uniti ma dei grandi Paesi emergenti come la Cina, e di fatto regola ormai solo il 30% delle emissioni globali. Rimangono anche i dubbi su un eventuale proroga del Trattato oltre il 2012, con Giappone, Russia e Canada che non sarebbero disposti ad assumersi nuovi impegni senza la partecipazione dei principali Paesi inquinatori; solo l’Ue si è detta disposta a un ulteriore impegno, sottolineando però di rappresentare solo l’11% delle emissioni globali.

L’Italia a Durban ”cerchera’ di valorizzare al meglio le positive relazioni con la Cina, che sono promettenti, e con gli Usa, piu’ problematici perche’ il Senato americano non ha dato seguito alle indicazioni del presidente Obama per l’introduzione nel sistema Usa di strumenti per la riduzione di carbonio”. Lo ha detto il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, in audizione in Commissione Ambiente del Senato in vista della Conferenza Onu sul clima a Durban in Sudafrica dal 28 novembre al 9 dicembre prossimi. ”Gli Stati Uniti a Durban – ha detto Clinisi presentano senza impegni e con una politica incardinata su iniziative personali”. L’Italia a Durban, ha sottolineato Clini, rientra nella posizione Ue.

L’impegno del Governo italiano nel contrastare i cambiamenti climatici in vista degli appuntamenti internazionali del vertice Onu di Durban, in Sud Africa, (28 novembre – 9 dicembre 2011) e del summit ”Rio + 20′ sullo Sviluppo Sostenibile, che si terra’ a Rio de Janeiro dal 22 giugno 2012. Questa, in sintesi, l’agenda dell’incontro di oggi tra il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Corrado Clini, e la presidente del WWF Internazionale, Yolanda Kakabadse. ”Il valore dell’ambiente dovrebbe permeare in modo capillare l’impegno dei Governi, l’economia e le attivita’ produttive e sociali. Infatti sin da ora la difficolta’ di penetrazione delle politiche di sostenibilita’ dipende proprio dalla mancata integrazione delle politiche economiche, sociali e ambientali”, ha detto Kakabadse. Il ministro Clini ha rilevato che ”e‘ essenziale che le politiche di settore si integrino nella prospettiva condivisa dello sviluppo sostenibile. In quest’ottica occorrera’ anche ottimizzare al meglio le risorse nazionali disponibili, promuovere gli investimenti privati, valorizzare al massimo le risorse europee. La sostenibilita’ deve diventare un driver di crescita del sistema Paese. Il nostro impegno andra’ con tenacia e determinazione i tale direzione”. In particolare, tra le istanze sottoposte dall’associazione ambientalista al neoministro, relativamente al vertice Onu sul clima di Durban, ci sono, ricorda il WWF: la necessita’ che l’Unione Europea sostenga, e si impegni, per un secondo periodo di impegni nel Protocollo di Kyoto, dando cosi’ impulso a un mandato per un accordo quadro globale sul clima; l’opportunita’ di introdurre nei negoziati la richiesta a tutti gli Stati, con modalita’ diverse per Paesi Sviluppati e Paesi in Via di Sviluppo, di definire strategie di sviluppo a basso tenore di carbonio; la conferma dell’impegno assunto a suo tempo dal Governo, dopo il vertice di Copenaghen, da parte dell’Italia a contribuire con 600 milioni di euro all’anno per il Fast Start Up (il pacchetto di finanziamenti immediati, approvato a Copenaghen nel 2009, per l’azione sul clima nei paesi in via di sviluppo con un focus particolare sui paesi piu’ poveri e vulnerabili). Per quel che riguarda l’Italia, il WWF ha sottolineato l’urgenza di una strategia integrata sul clima che punti alla riduzione delle emissioni climalteranti e definisca i piani di intervento per l’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici ormai inevitabili. Per quanto riguarda invece il Summit ”Rio + 20” sullo sviluppo sostenibile, il WWF ha sottolineato la necessita’ di dare la massima importanza al valore del capitale naturale (boschi, foreste, suolo, biodiversita’, acqua, ecc.) attivando nuovi indicatori di benessere che diano conto del valore di questo patrimonio verde, base fondamentale per lo sviluppo di qualsiasi societa’ umana. Il WWF ha chiesto inoltre che l’Italia, in quanto uno dei paesi piu’ colpiti dalla crisi economica, si doti di un Piano di uscita dalla crisi orientato alla Green Economy, contribuendo sul piano internazionale a perseguire l’obiettivo di una migliore integrazione tra le politiche di sviluppo e di contrasto alla poverta’, e in ambito comunitario, ed eliminando tutti i sussidi che minano la sostenibilita’ dello sviluppo (quali quelli destinati all’uso di combustibili fossili, all’ agricoltura e alla pesca non sostenibili).