Il fascino del pluviometro manuale: storia di un rapporto tutto cuore

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Il pluviometro è uno degli strumenti meteorologici più semplici, da tutti i punti di vista: installazione, consultazione, manutenzione.

I pluviometri si dividono in manuali, e digitali. Quelli manuali sono dei semplici contenitori graduati che segnalano, come un righello, i “mm” di pioggia dell’acqua che raccolgono ogni volta che piove.

Quelli digitali sono invece formati da due piccole bascule ondeggianti che oscillano in base al peso della pioggia e, facendo contatto, fanno “scattare” il millimetro, o il decimo di millimetro: durante le precipitazioni intense, però, al momento dello scatto delle bascule, una seppur minima quantità d’acqua tracima tra una bascula e l’altra e non viene misurata (problema che comunque non c’è per le stazioni meteo professionali tipo Micros o Nesa, comunque molto costose, dove il sistema di bascule al momento dello “scatto” fa muovere un meccanismo che ottura temporaneamente il foro di caduta dell’acqua. A basculazione avvenuta, il foro si riapre e l’acqua cade (tutta) nella bascula).

Tutti gli altri pluviometri digitali (Davis, Oregon, Lacrosse, Irox, ecc. ecc.) hanno l’inconveniente della sottostima della precipitazione, che in un arco spaziale di un anno può andare dai 40 a, anche, oltre 150mm!

Molti meteoappassionati, infatti, scelgono di affiancare il pluviometro manuale alla propria stazione meteo, non solo per verificare le sottostime e le differenze del digitale, ma anche – anzi soprattutto – per avere un dato attendibile e certo.

L’unico inconveniente dei pluviometri manuali, però, è che, al contrario dei digitali, vanno controllati e svuotati a mano.
Contengono al massimo 100mm di pioggia e non possono, per ovvi motivi, archiviare dati e orari.
Inoltre se si lascia troppo tempo l’acqua nel pluviometro, rischia di evaporare, anche se pure in questo caso si tratta di un problema cui è possibile porre rimedio, applicando un millimetro di olio nel pluviometro facendo in modo che l’olio, galleggiando sull’acqua, ne blocchi l’evaporazione.

Non c’è, però, alcun rimedio al fatto che alla mezzanotte, quando piove, bisogna munirsi di ombrello e uscire allo scoperto per controllare il dato, o bisogna farlo quando piove talmente tanto forte da accumulare cento millimetri in un episodio soltanto.

Non tutto il male, però, vien per nuocere.

Con “l’obbligo” di uscire di casa “per colpa” del pluviometro, capita spesso di imbattersi in scenari meteorologici, atmosferici e paesaggistici a dir poco mozzafiato.
Scenari che, stando chiusi tra le mura della camera da letto, di fronte alla televisione o a un monitor di computer, non si sarebbero mai potuti assaporare.

Ecco l’Etna, in eruzione, innevata, a mezzanotte tra domenica 8 e lunedì 9 febbraio del 2009.

Senza il pluviometro non sarebbe mai stata osservata, gustata e fotografata.
Idem per la saetta temporalesca di lunedì 9 febbraio 2009sera.

Una delizia per palati fini.
Che però, senza pluviometro, sarebbe rimasta lì, nel suo splendore, celata dal mondo umano, vanitosa di se stessa.